…SUL BENE COMUNE…MERCATO…GLOBALIZZAZIONE…MODA(La verità non è di moda perché la verità è la moda)…IDENTITA’…CONSUMISMO… ALCUNI APPUNTAMENTI DELLA FSSPX E DELL’ OSSERVATORIO CARD. VAN THUAN: Eclissi del logos. Crisi nella Chiesa e dissoluzione della Civiltà, dall'abbandono del realismo al nichilismo giuridico e morale… LA NUOVA MINACCIA DELLE LOBBY GLOBALISTE

Dal blog Inter multiplices UNA VOX: “Bene comune, beni comuni (II parte)” di Roberto Pecchioli

Esistono BENI, cioè oggetti e servizi utili, che non si comprano, per scelta o perché si preferisce autoprodurli o scambiarli sotto forma di dono. Una BESTEMMIA per il SISTEMA MERCANTILE in cui tutto ha un prezzo in denaro. Altri beni che non si possono acquistare sono i cosiddetti BENI RELAZIONALI, ossia ciò che appartiene o riguarda la comunità di cui si fa parte, nonché alcuni beni comuni di cui si ha il diritto naturale di usufruire. I beni comuni, quelli autoprodotti o scambiati sotto forma di dono, i beni relazionali, non rientrano nella categoria delle merci. Dunque, vanno PRESERVATI e SOTTRATTI AL MERCATO. Molti oggetti e servizi che si acquistano sul MERCATO e rientrano nella categoria delle merci, non hanno alcuna utilità.

Tra i beni relazionali includiamo la tutela del territorio nella doppia accezione di salvaguardia della natura e di mantenimento delle comunità che ci vivono…

…Sotto il profilo materiale, il BENE COMUNE per eccellenza è l’ACQUA. Nessuna concessione al mercato: l’acqua è vita e non se ne può fare mercato. Anche in questo caso, investire su bacini che assicurino l’approvvigionamento civile, agricolo e industriale e insieme evitino il succedersi di catastrofi che sfigurano il territorio, devastano l’economia e la vita delle comunità, dovrebbe essere una priorità ineludibile, specie in considerazione dei mezzi tecnologici oggi a disposizione. I PRIVATI – ovvero i GIGANTI SPECULATIVI – VANNO ESCLUSI, CACCIATI DALLO SFRUTTAMENTO DELL’ ACQUABene comune è anche la capacità di autogoverno delle comunità locali, a cui va finalmente permesso di esercitare il principio di sussidiarietà, che i COLOSSI PADRONI DEL MERCATO CONTRASTANO CON LA FORZA DEL DENARO. L’acqua è il più evidente dei monopoli naturali in capo alle comunità e alle istituzioni che le governano.<<Maurizio Pallante introdusse la distinzione tra beni e merci. I primi sono tutto ciò che davvero serve alla vita; alcuni sono immateriali, come la convivialità, la comunità, la cultura, oltre naturalmente al cibo, l’acqua e l’aria. Le seconde rappresentano ciò che può essere compravenduto. La differenza è evidente: non a tutto può essere assegnato un prezzo, non tutto può essere oggetto di commercio. Di qui la nozione di “BENI COMUNI”, DA SOTTRARRE AGLI APPETITI PRIVATI(Da “Il globalismo gracile” di Roberto Pecchioli blog Inter multiplices UNA VOX)

Un altro BENE COMUNE che VA SOTTRATTO AL MERCATOossia alla volontà monopolistica, predatoria di pochi – è LA SANITA’. La VOLONTA’ DELLE OLIGARCHIE, in OCCIDENTE e in PARTICOLARE NELL’UE, è la PRIVATIZZAZIONE DEL SETTORE.

Nessuna obiezione all’esistenza della sanità privata
, ma ciò che accade, in Europa e in Italia, è intollerabile. Chi frequenta gli ospedali e i pronto soccorso precipita in gironi infernali: inefficienza, promiscuità, tempi di attesa interminabili che significano sofferenza, dolore, perdita di vite umane, non di rado in condizioni civili indegne. Tutto questo- al di là della dedizione di chi ci lavora E’ VOLUTO. LA SCELTA SCELLERATA E’ DEVIARE VERSO IL PRIVATO IL MAGGIOR NUMERO DI PRESTAZIONI, SERVIZI, PROFESSIONISTI. NON SI FA MERCATO DELLA SALUTENella sanità il flusso di denaro che passa dal sistema pubblico a quello privato è immenso. Al di là delle declamazioni elettorali, nessuna forza politica ha la volontà di affrontare il problema.<<La globalizzazione reale si è appropriata della salute (Big Pharma e le lotte vergognose per farmaci e vaccini) e di beni come le risorse idriche e le reti di comunicazione. Un sistema composto di enormi cartelli privati non solo domina il mercato, ma si sottrae facilmente al pagamento delle imposte(Da “Il globalismo gracile” di Roberto Pecchioli blog Inter multiplices UNA VOX).>>

Beni comuni sono la casa di abitazione , il terreno agricolo, la rete di infrastrutture per la mobilità. Il potere politico deve garantire l’accesso alla proprietà diffusa dell’abitazione; impossibile se non si sconfigge la tenaglia della finanza speculativa e della precarizzazione sociale. E’ sempre più difficile oltre che costoso accedere ai mutui per l’abitazione (e per l’avvio della piccole e medie attività imprenditoriali, commerciali e artigianali) a causa delle condizioni imposte in regime pressoché monopolistico dal sistema bancario. Esclusione dei più giovani, dei lavoratori con contratti precari, dei lavoratori poveri, che pur avendo un impiego stabile, ne ricavano un reddito insufficiente…serve creare una grande banca pubblica con funzioni di credito all’impresa nazionale, alla ricerca e all’innovazione. Una banca pubblica ha il diritto di approvvigionarsi di moneta alle condizioni delle banche centrali, bypassando- almeno in parte- il più odioso dei monopoli, quello della creazione monetaria a debito , demandata a un soggetto finanziario privato indipendente, il sistema delle banche centrali. Non vi è stata misura più devastante della privatizzazione della moneta , che ha prodotto il sistema perverso del debito pubblico, impagabile per evidenza matematica. La menzogna più grande, alimentata dal falso mito delle “autorità monetarie”, i Mario Draghi e le madame Lagarde, agenti della cupola finanziaria, sottratti da assurde guarentigie legali internazionali alle norme, ai controlli, alle responsabilità.

Nel XXI secolo l’altro gigantesco oligopolio privato da attaccare riguarda le grandi reti informatiche e tecnologiche, le autostrade virtuali su cui corrono miliardi di dati e metadati utilizzati in ambito economico, finanziario, militare. Il sistema di telecomunicazioni è decisivo per la sicurezza degli Stati e la libertà dei cittadini.Non può essere in mano al gruppo fintech. Nella guerra russo ucraina i satelliti utilizzati sono in gran parte proprietà di colossi privati legati allo Stato profondo di alcune potenze, Usa e Israele su tutte. Non è pensabile che i dati relativi alla sicurezza dello Stato – con il relativo immenso potere di ricatto – non siano di esclusiva pertinenza degli Stati, espressione dei popoli.

Sin troppo ovvio rivendicare la natura di bene comune delle reti energetiche, di infrastrutture quali porti e aeroporti, di alcuni settori industriali strategici. Al contrario, i governi continuano a privatizzare. E’ di questi giorni l’autorizzazione data a Leonardo , che opera nei settori della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza, di cedere una QUOTA DEL TRE PER CENTO A BLACK ROCK, IL PIU’ POTENTE FONDO DEL PIANETA. Entusiasmo sciocco del governo: è la prova, afferma, che il sistema funziona e le imprese italiane sono appetibili. Sì, dalle CUPOLE TRANSNAZIONALI che finiranno con dominare settori economici e di ricerca vitali, orientandoli senza riguardo all’ interesse nazionale…

…Purtroppo potremmo continuare
Spesso la giustificazione politica delle privatizzazioni è l’asserito vantaggio in termini di qualità e tariffe. Abbiamo nelle nostre tasche la prova del contrario; avere affidato beni comuni a privati (generalmente stranieri, incontrollabili, più potenti dello Stato) ha tagliato spietatamente stipendi e occupazione. Senza peraltro cambiare la situazione del debito pubblico: pochi miliardi in cassa a fronte di un debito enorme e soprattutto alla RINUNCIA ALLA SOVRANITA’ SU BENI COMUNI e – assai concretamente – ai PROFITTI CERTI di attività (distribuzione di energia, telefonia ) esercitate ora da PRIVATI IN REGIME DI MONOPOLIO.

Un libro dei sogni, diranno molti, la rivendicazione di beni comuni come pegno del bene comune
. Vero, ma solamente se non riconosciamo la possibilità di rovesciare il vigente sistema fondato sulla PRIVATIZZAZIONE OLIGARCHICA GENERALIZZATA. POVERTA’ E PROLETARIZZAZIONE IN BASSO, RICCHEZZA SINO ALL’ ONNIPOTENZA IN ALTO, con la SUPERSTIZIONE della maledetta “STABILITA’”, ossia il DIVIETO – LEGALMENTE STABILITO DA LEGGI FATTE DA LORSIGNORI PER SE STESSI – di MODIFICARE IL SISTEMA.

L’ETERNITA’ DEL MALE PER FALSA ASSENZA DI ALTERNATIVE, la NEGAZIONE DEL BENE COMUNE ATTRAVERSO L’APPROPRIAZIONE DEI BENI COMUNI.

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Dal blog Inter multiplices UNA VOX: “Il globalismo gracile” di Roberto Pecchioli

...Per semplificare al massimo, l’attuale globalizzazione è la realizzazione su scala mondiale delle teorie di David Ricardo, l’economista inglese del primo Ottocento, padre della teoria classica, che fu anche un abile speculatore.
Per lui, ogni paese dovrebbe produrre solo le merci in cui ha un vantaggio comparativo rispetto agli altri attori economici, ossia quelle il cui costo di produzione è più basso.
Una visione esclusivamente quantitativa ed economicista, oltretutto squilibrata dal lato della domanda. A parte le enormi implicazioni di natura nazionale, spirituale, politica, ambientale, le teorie del brillante operatore di borsa di origine sefardita hanno bisogno, per essere realizzate, di due presupposti decisivi. Il primo è l’esistenza di un mondo irenico, privo di contrasti, retto esclusivamente da considerazioni economiche “razionali”, un’umanità sedata ridotta a partita doppia. L’altro elemento è la presenza di un potere unico sovra ordinato, una centrale “mondialista” in grado di decidere per tutti e imporre la sua volontà.E’ quello che sta accadendo con il cosiddetto Nuovo Ordine Mondiale, ma nonostante tutto e per fortuna i bachi del sistema esistono, talvolta imprevedibili.
Uno lo stiamo sperimentando con gli effetti del Covid 19, che ha trascinato al ribasso gli scambi commerciali e imposto, se non uno stop, una ridefinizione dell’agenda globalista…

Fin qui i fatti. Abbandoniamo i massimi sistemi e tentiamo di fornire una modesta cartografia pratica della globalizzazione “reale”. Condiamo l’insalata con limoni provenienti dal Sudamerica. Per giungere sulla nostra tavola hanno viaggiato per settimane lungo l’Oceano dentro cassoni frigoriferi. Il piroscafo che li ha trasportati è un gigante del mare lungo centinaia di metri, alto come un palazzone di città…

…La stazza della Even Given incagliata è di duecentomila tonnellate. Per costruirla, si sarà dovuto allargare il cantiere e l’ammasso di ferraglia e motori è costato centinaia di milioni di euro. Per ammortizzare i costi, deve correre all’impazzata per il mare con soste brevissime. Brucia migliaia di litri di carburante al giorno, i cui residui vengono versati in mare. Per consentire il ritmo del commercio globale, si scavano sempre nuovi pozzi di petrolio e di gas naturale. Alcuni metodi di estrazione, come quello dei gas di scisto, il fracking, ovvero la frantumazione idraulica delle rocce, hanno costi ambientali drammatici e un consumo d’acqua immenso.
La nostra nave non può approdare se non in porti dei quali è stato artificialmente aumentato il pescaggio. Questo comporta l’esecuzione di continui dragaggi, con immense ricadute geologiche sulle aree costiere e la difficoltà di stoccare, utilizzare o distruggere l’enorme quantità di detriti.

All’arrivo, la velocità di carico e scarico è essenziale: i limoni devono raggiungere in gran fretta il mercato, mentre migliaia di altri contenitori si ammassano per il ricarico lungo banchine sempre più grandi. Da diversi anni, i ritmi di lavoro hanno nuovamente alzato il numero di incidenti. Migliaia di vagoni ferroviari e soprattutto di camion percorrono le vie di comunicazione per consegnare rapidamente le merci, il che rende necessario moltiplicare binari e autostrade.

Finalmente, i limoni arrivano sulla nostra tavola. Ma in Italia non produciamo i limoni più saporiti e famosi? Era davvero necessario mettere il mondo a ferro e fuoco per consumare agrumi provenienti dagli antipodi, il cui unico merito è di costare qualche centesimo in meno di quelli nostrani? E’ davvero la ragione economica l’unico criterio esistenziale, oppure ha senso conservare le specificità produttive di ogni paese, che sono anche potenti elementi di identità e cultura materiale?

Pensiamo al paesaggio agricolo pazientemente realizzato nei secoli, ai saperi antichi che oggi chiameremmo multidisciplinari, alla vita concreta di ogni popolazione. L’Africa, fino agli anni 60, era povera ma non conosceva la fame. Adesso, con l’imposizione delle monocolture sotto il ricatto del debito di organismi come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, dilagano povertà ed emigrazione, mentre pochi si arricchiscono e si disperde la sapienza antica delle popolazioni. La miseria è la peggiore consigliera, per cui gli stessi colossi del mare che hanno trasferito in Occidente limoni e manufatti, esportano nei paesi poveri i rifiuti tossici della civiltà dei consumi.

Le industrie che si fregavano le mani, all’inizio degli anni Duemila, per la possibilità di abbattere il costo del lavoro spostando la produzione, oggi sono in crisi perché i manifattori in conto terzi di ieri, a cui avevano consegnato macchinari e affidato know-how, hanno imparato rapidamente la lezione e adesso producono autonomamente.
Quanta miopia nel globalismo alla Ricardo, che funziona solo in una dimensione imperiale – la Compagnia delle Indie ieri, i giganti multinazionali di oggi – concentra la ricchezza verso l’alto e rende impotenti nazioni intere, private delle conoscenze e dei mezzi per tornare a un’economia a dimensione umana


Il globalismo è l’enfatizzazione dell’assenza di limiti, così come, al contrario, un’economia legata ai veri bisogni umani, alla natura, ai suoi ritmi e alle sue possibilità di riprodurre risorse, è educazione al limite, alla custodia anziché al saccheggio del creato.

Un esempio sono le cosiddette “terre rare”, i minerali da cui sono ricavati i materiali indispensabili al funzionamento delle tecnologie informatiche, telefoniche e di telecomunicazione, senza le quali la globalizzazione si ferma.
Mentre chi estrae certi minerali in condizioni drammatiche muore in Africa e altrove
, e la Cina assume una posizione pressoché monopolistica nella lavorazione, ogni giorno noi gettiamo via telefoni e computer inondando casa nostra di altri rifiuti pericolosi (radiazioni, residui tossici e non solo). Produci, consuma e crepa, letteralmente. Dobbiamo per questo tornare ai carri trainati dai buoi, comunicare con segnali di fumo o legando messaggi alle zampine dei colombi? Evidentemente no, ma la globalizzazione è lo stadio terminale di un atteggiamento “proprietario” verso la natura e l’uomo stesso

…Tutto ciò dimostra che la globalizzazione senza limiti, la cieca imposizione dell’accrescimento economico (di pochi) a danno di tutti gli altri, non funziona a medio e lungo termine. I benefici economici di breve periodo non compensano i sacrifici e i costi umani, sociali e di civiltà.

Chi scrive ricorda un aneddoto della sua carriera di funzionario doganale: una mattina ricevette una telefonata allarmata dall’ISTAT di Roma, convinta che le statistiche economiche fossero state falsate. Risultava infatti un’esportazione da 500 milioni di euro, quasi mille miliardi delle vecchie lire. Nessun errore: si trattava della bolletta riepilogativa della costruzione di una enorme nave da crociera. Gli statistici, tuttavia, non avevano torto: gran parte di quell’enorme somma non era andata al cantiere e ai fornitori nazionali, ma a appaltatori e subappaltatori provenienti dal mondo intero a cui era stato esternalizzato gran parte del lavoro. Chi ha frequentato o visitato i cantieri navali e quelli delle grandi opere sa di che cosa parliamo, con tutto ciò che consegue in termini di perdita di competenze e specializzazioni nazionali, sicurezza e qualità


Il problema è la “NARRAZIONE”. La globalizzazione fa male, rende RICCHISSIMI I RICCHI, ONNIPOTENTI I FORTI e inizialmente aiuta alcuni dei più miseri. COLPISCE TUTTI GLI ALTRI: negli interessi concreti, nel modo di vivere e di essere, in tutto ciò che è cultura, costumi, principi di ciascun popolo. CI DICONO IL CONTRARIO: E’ ALL’ OPERA UN IMMENSO APPARATO DI CONDIZIONAMENTO E DIREZIONE. Ma dovrebbe essere chiaro che è meglio un limone a chilometro zero di una nave grande come un grattacielo che viaggia veloce per il mondo per portarci i limoni degli antipodi, insieme con prodotti in buona parte inutili destinati a una rapida, programmata, obsolescenza.

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Da Il blog di Sabino Paciolla: “La verità non è di moda perché la verità è la moda” di Mattia Spanò

Se la verità non esiste, come può esistere il falso? Si può, in conseguenza di ciò, definire una notizia fake (contraffatta)? O affermare che un vaccino è la sola speranza contro una malattia sconosciuta? Che si sta vincendo una guerra perduta, o che questa guerra è “la nostra” anche se non ci riguarda affatto? Che certe vittime sono più importanti di altre che invece non contano nulla?

Questa verità che non tiene conto di ciò che la nega, che anzi convive con ciò che la nega, si chiama MODA. Da modus, che fra le altre cose significa “metodo, misura”. Viviamo secondo la moda, o meglio secondo una costellazione di mode. Il nostro pensiero, le nostre azioni, le nostre stesse frequentazioni in massima parte riguardano la moda: sono metodiche, metriche che conducono ad uno scopo purchessia. È la moda, coi suoi prodotti “autentici” e “contraffatti”, a gettare una luce diversa sull’immane vastità di balle che ci assedia.

Chi ha stabilito che una borsa tarocca duri meno dell’originale, o sia qualitativamente inferiore? La maggior parte delle persone crede che sia così, dunque userà argomenti atti a giustificare la propria credenza. La maggior parte delle persone non è quasi mai in grado di distinguere il vero dal falso, un prodotto di qualità da un altro scadente e via dicendo.

LA MODA NON HA NULLA A CHE FARE CON LA VERITA’ MA CON LA MERCIFICAZIONE, LA GESTIONE DEL MARCHIO, LA CERTIFICAZIONE, LA GARANZIA<<…LA MODA COME SOSTITUTO DELL’ IDENTITA’…
…non avendo più un IDENTITA’, milioni di persone si rivolge a cosa? Al MARCHIO , al BRAND… “non sono più nessuno ma ridivento qualcuno indossando pantaloni, camice, scarpe ecc… di un certo marchio…quel marchio mi fa ritornare ad essere qualcuno”…
anche i TATUAGGI…in una SOCIETA’ DI MASSA “io divento un opera d’arte” il TATUAGGIO è un opera d’arte…
( da "LE IDENTITÀ PERDUTE" con Roberto Pecchioli Massimo Viglione e Antonio Bianco)>>

L’AUTENTICITA’ ha preso il posto della VERITA’. Autentico significa che ha un autore: una borsa di Prada è veramente progettata e realizzata dalla famiglia Prada? Per certi versi senza dubbio sì, per altri senza dubbio no. È una questione di copyright, che a sua volta è il segno dell’incolmabile abisso che ormai separa l’architetto dal muratore che erige la cattedrale. Questa esclusività, che diventa per forza di cose esclusione, si paga molto cara perché almeno sulla carta è per pochi. Allora i profitti miliardari donde provengono, se il lusso è dominato dalla scarsità? La domanda è sconveniente

…Lo Stato agisce come ente certificatore di una verità data: il vaccino Covid salva la vita, esattamente come varrebbe la pena acquistare una borsa al prezzo di una macchina, o accettare che la mediocre Kamala Harris sia una leader del calibro di Margareth Thatcher o JFK. Oppure convincere le persone che se pagano il caffè al bar con la carta di credito fenomeni come la mafia e l’evasione fiscale verranno presto eradicati. Dietro a queste “soluzioni offerte a prezzo di saldo” ci sono multinazionali attrezzate che da una parte devono convincere e corrompere, dall’altra devono remunerare il capitale degli investitori.

È questa strategia, non la libera scelta della clientela-cittadinanza manipolata, a garantire il profitto a chi produce vaccini, le armi che si inviano in Ucraina o a propalare il mantra ordoliberista e l’austerità che fa crescere le nazioni europee, con gli apprezzabili risultati che tutti possono osservare
. Sono questi meccanismi che hanno inculcato nelle persone l’idea che “fuori dall’Europa l’Italia non ce la farebbe”…<<… e poi vediamo in realtà che lo STATO è sempre stato in funzione del liberalismo, cioè è stato il LIBERALISMO a creare lo STATO ASSOLUTISTA quando aveva bisogno di qualcuno che prendesse in mano l’economia di una nazione…dopo di che siamo passati alla fase dello STATO LIBERALE, dopo averlo gonfiato, bisognava svuotarlo…Attualmente siamo in una nuova fase di rapporto tra LIBERALISMO e MERCATO il cosiddetto ORDOLIBERALISMO ovvero la sottomissione dello STATO al MERCATO…lo STATO svolge delle funzioni in favore del MERCATO…
ESEMPIO: il MERCATO vuole imporre un nuovo tipo di automobile? Lo STATO vara leggi che vietano la circolazione ad altri modelli di automobile così che i cittadini sono costretti a comprare l’automobile che l’azienda propone…

…L’ UNIONE EUROPEA si basa sull’ ORDOLIBERALISMO…ESEMPIO: Art. 3 del trattato dell’ UNIONE EUROPEA “ l’unione instaura un mercato interno, si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’ Europa basata su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un economia sociale di mercato”…
…L’allora presidente della banca centrale europea Mario Draghi fece una dichiarazione nel 2013: “la costituzione monetaria della banca centrale europea è fermamente ancorata nei principi dell’ ORDOLIBERALISMO”…
(da “LIBERALISMO E CATTOLICESIMO” con Roberto Marchesini)>>

…Quasi mai parliamo di valori oggettivi: la stragrande maggioranza delle persone usa il computer come una macchina da scrivere, pertanto non si capisce a cosa serva un processore dieci, cento, mille volte più veloce (difatti non serve a nessuno di noi ma serve, anzi è indispensabile, a chi deve venderci l’aria aromatizzata al mandarino). È solo un esempio…<<le cosiddette “terre rare”, i minerali da cui sono ricavati i materiali indispensabili al funzionamento delle tecnologie informatiche, telefoniche e di telecomunicazione, senza le quali la globalizzazione si ferma.
Mentre chi estrae certi minerali in condizioni drammatiche muore in Africa e altrove
, e la Cina assume una posizione pressoché monopolistica nella lavorazione, ogni giorno noi gettiamo via telefoni e computer inondando casa nostra di altri rifiuti pericolosi (radiazioni, residui tossici e non solo). Produci, consuma e crepa, letteralmente. Dobbiamo per questo tornare ai carri trainati dai buoi, comunicare con segnali di fumo o legando messaggi alle zampine dei colombi? Evidentemente no, ma la globalizzazione è lo stadio terminale di un atteggiamento “proprietario” verso la natura e l’uomo stesso…
Tutto ciò dimostra che la globalizzazione senza limiti, la cieca imposizione dell’accrescimento economico (di pochi) a danno di tutti gli altri, non funziona a medio e lungo termine. I benefici economici di breve periodo non compensano i sacrifici e i costi umani, sociali e di civiltà
(Da “Il globalismo gracile” di Roberto Pecchioli blog Inter multiplices UNA VOX)

«Possiedo, dunque sono»; «consumo, dunque esisto»: questa è la formula che trasforma gli oggetti, magari stravaganti e sommamente inutili, quando non addirittura dannosi, in icone irrinunciabili di benessere e di promozione sociale: non più cose, ma simboli di un’idea, un’idea di felicità che, in una società edonista, svolge lo stesso ruolo che aveva il Sacro Graal in una società fortemente spirituale, come lo era quella cavalleresca del Medioevo.

Ciascuno è lanciato alla conquista del proprio Graal formato personale: che sia un’automobile o un telefonino, un computer o un vestito firmato; ciascuno è disposto ad affrontare rischi e sacrifici (sì, rischi: per esempio, speculando in borsa o tentando la sorte al tavolo verde) pur di coronare il proprio sogno e gratificare, così, il proprio ego inferiore: quello che sempre brama e teme e che fa coincidere il proprio bene con il possesso e il piacere.

Ahimè, le cosa non funziona, e per due buone ragioni. La prima è che tutti gli uomini-massa inseguono, suppergiù, la stessa chimera, e dunque tutti finiscono per restare suppergiù, psicologicamente parlando, al livello di ciascun altro: se lo scopo era quello di distanziare il prossimo e sottolineare, così, la propria superiorità, questo obiettivo si rivela illusorio, perché è esattamente lo stesso che si pongono tutti gli altri. La seconda ragione è che il SANTO GRAAL DEL CONSUMISMO NON E’ UN OGGETTO CHE SI POSSA CONQUISTARE UNA VOLTA PER TUTTE, e questo proprio perché, a differenza del vero Graal, quello dei cavalieri della Tavola Rotonda, non ha un valore esclusivamente simbolico, ma anche un valore intrinseco: ed è, in questo senso, un oggetto o un bene concreto, qualche cosa da mostrare e sbandierare; dunque, qualche cosa che DEVE ESSERE CONTINUAMENTE RINNOVATA E SOSTITUITA, perché l’industria del consumo ne sforna in continuazione modelli più aggiornati (e costosi): e non c’è niente di più patetico che sfoggiare un Santo Graal ormai fuori moda e fuori corso…

Se tutto quello che conta è l’apparire, allora si esiste solo nella misura in cui si può apparire. Questa è la conclusione coerente rispetto alla premessa: l’irrinunciabilità dell’apparire e, pertanto, l’assoluta necessità dell’avere, relegando l’essere in posizione del tutto marginale, se non addirittura negandolo.


Ciò che il consumista, prigioniero del proprio inferno, non arriva a comprendere, è che la via d’uscita esiste, e sarebbe facilissima: riscoprire l’essere, voltare le spalle all’apparire, smascherando il ricatto dell’avere; ma ciò richiede consapevolezza, indipendenza di giudizio e una sensibilità particolare, che i nostri nonni possedevano naturalmente, mentre oggi deve essere appositamente coltivata e alimentata, con scelte quotidiane limpide e coerenti…

La persona consapevole non ha bisogno di apparire, perché sa di essere; pertanto, si sottrae senza sforzo al ricatto del consumismo, fondato sulla pretesa dell’uomo-massa di emergere, di essere qualcuno, facendo però, in realtà, esattamente quello che fanno tutti gli altri…Va da sé che la sua eccezionalità non sempre, anzi raramente, viene vista dagli altri di buon occhio…

…Però, cosa degna di nota, l’invidia non si dirige verso chi sta molto più in alto, dunque prescinde proprio da coloro i quali tendono a monopolizzare la ricchezza. E si innesca, così, una guerra permanente tra “poveri”, ossia fra uomini-massa sempre più derelitti, amareggiati e frustrati, sempre più esasperati e incattiviti.

Eppure, ripetiamo, la via d’uscita ci sarebbe, e non costerebbe un soldo: prendere a modello le persone autentiche; rifiutare il ricatto sociale; cercare di realizzarsi nell’essere, anziché nell’avere…
(da L’invidia sociale, alimentata dal consumismo, crea la frustrazione permanente di Francesco Lamendola)

Distruggere le identità significa, da un lato, creare una massa amorfa e indifferenziata di consumatori, disposto a consumare qualsiasi prodotto, anche il più innaturale e il più mostruoso, purché adeguatamente reclamizzato, ad esempio col sostegno di un esercito di "esperti" internazionali che ne garantiscono l’utilità, la necessità e magari l’indispensabilità (vedi il sacro vaccino dei nostri giorni, senza il quale non c’è salvezza)

…Questo processo è stato messo in evidenza con esemplare chiarezza dallo psicologo Claudio Risé, milanese, classe 1939, nel suo saggio Identità tradizionali e comunicazioni globali nei conflitti postmoderni (in: Antonella Sapio, Per una psicologia della pace. Nuove prospettive psicologiche per approcci integrati interdisciplinari, Milano, Franco Angeli, 2004, pp. 459-462):

L’indebolimento identitario prodotto dal processo di secolarizzazione deriva dalla modificazione da esso prodotta degli individui e gruppi col campo simbolico, fonte e sostegno di contenuti identitari forti…

L’individuo della modernità è quindi passato dallo stato di soggetto, definito in un ordine simbolico cui lui stesso appartiene, a quello di oggetto destinatario, consumatore di altri oggetti che ne definiscono provvisoriamente appartenenze e caratteristiche. È il consumo che nella società occidentale della tarda modernità definisce appartenenza e identità.


Questi oggetti di cui l’individuo è destinatario non sono poi corpi, aspetti organici, naturali, iscritti nella simbolica della natura, ma oggetti astratti anche culturali, fabbricati continuamente dall’organizzazione sociale.

…L’intero campionario dei prodotti fabbricati è offerto contemporaneamente in tutto il mondo, indipendentemente dalle culture tradizionali dei vari paesi. Tra questi prodotti, inoltre, è sempre più difficile distinguere quelli di natura più "materiale", destinati cioè alla sopravvivenza dei corpi, e quelli direttamente culturali, destinati cioè ad applicazioni intellettuali…

…La produzione oggettuale della tarda modernità (ed il suo consumo, che ha sostituito la relazione col simbolo come elemento produttore di identità) è insomma finora diretta verso un indebolimento del dato naturale… L’accento è posto invece su produzioni astratte, di tipo scientifico, tecnologico e "intellettuale", le quali però tendono a debordare dal loro specifico campo di influenza per orientare anche i consumi più direttamente materiali, de destinati alla sopravvivenza.

Lo stesso corpo tende ad essere inglobato in questo processo di fabbricazione. Mentre, come osservava Giddens, nelle società tradizionali il corpo era «un aspetto della natura, governato fondamentalmente da processi solo marginalmente soggetti all’intervento umano», noi ora siamo in grado di "ristrutturare" il nostro corpo, che viene definito «profondamente permeabile», e siamo diventati «responsabili del design dei nostri stessi corpi» A. Giddens.

Anche nello stile di vita gli aspetti materiali legati all’organizzazione istintuale perdono di importanza, a favore di aspetti di superficie, astratti. Così cibo (con la coscienza del suo gusto e qualità), riposo, sessualità intesa come pulsione elementare, lasciano spazio al prestigio sociale, all’immagine, al successo, al comportamento socialmente suggerito, e così via.
Lo stesso travestimento linguistico e comportamentale del "politically correct", accurato nel coprire gli aspetti "naturali" delle situazioni e delle persone, illustra questa tendenza (R.Hughes).

Questi concetti venivano espressi una ventina d’anni fa, ma quanto veri si stanno dimostrando, specialmente alla luce di quella gigantesca accelerazione che è il Great Reset imposto dal cartello finanziario…

quel che dice Risé sul corpo e sulla sua trasformazione da elemento biologico e naturale a prodotto d’interventi tecnologici, oggi si potrebbe ampliare alla luce della bio-ingegneria, ad esempio della fecondazione eterologa o della clonazione; per non parlare del cambiamento di sesso

Resta e si conferma l’orientamento di fondo: l’uomo è sempre meno un essere naturale che si definisce come un soggetto di scelte e decisioni, e sempre più come un oggetto di desideri e di pulsioni, a soddisfare i quali si fa avanti un immenso, sofisticato e capillare sistema di offerta globale, così potente e raffinato nelle tecniche della manipolazione mentale da creare esso stesso la domanda, e quindi da tenere in pugno l’individuo/massa che, nei suoi confronti, è ridotto press’a poco nelle condizioni del TOSSICODIPENDENTE VERSO IL PROPRIO SPACCIATORE

Claudio Risé dice anche che l’indebolimento dell’identità si accompagna a un allontanamento dell’uomo post-modero dal simbolo, che dell’appartenenza identitaria è il principale fattore, a vantaggio di un sistema di vita e relazioni sociali sempre più materialista e perciò intrinsecamente antimetafisico. La tradizione, infatti, si basa sui simboli; è impossibile che una società conservi i propri elementi tradizionali se il simbolo viene ovunque estromesso e sostituito da relazioni di tipo meramente materialePer fare un esempio, la bandiera del reggimento è un simbolo: per chi la vede come tale, essa rimanda ad un valore sovra-materiale, per il quale si può anche preferire la morte alla sconfitta o ad una resa disonorevole. In un’ottica puramente quantitativa, invece, la bandiera è un pezzo di stoffa che non significa nulla, se non l’appartenenza a quel determinato battaglione fra tanti altri, e che non investe affatto la sfera dei valori, come non la investe il numero civico della strada nella quale si è nati, che trasmette solo un ‘informazione di ordine pratico. Anche la croce è un simbolo: non solo religioso, ma anche identitario; chi la porta, sa di far parte di un esercito ideale, formato da uomini, assistito dagli Angeli e guidato da Dio


…Nel mondo della globalizzazione pianificata dalla massoneria non ci deve essere più posto per un tale simbolo: lo si deve cacciare dagli edifici pubblici, dalle aule scolastiche, perfino dalle vesti e dal collo dei credenti: bisogna far sì che lo nascondano, che ne facciano a meno. Spogliata dei suoi simboli, spogliata della croce, la società post-moderna è pronta per il Great Reset. A meno che… ( da “Distruggere le identità per colpire a morte l’uomo” di Francesco Lamendola blog Fides et Ratio)

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26/27 ottobre 2024

30° CONVEGNO DI STUDI CATTOLICI SUL TEMA:


ECLISSI DEL LOGOS
Crisi nella Chiesa e dissoluzione della Civiltà, dall'abbandono del realismo al nichilismo giuridico e morale


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ottobre/dicembre 2024

Incontri di Lonigo sull’ attualità politica ed ecclesiale sul tema:


LA NUOVA MINACCIA DELLE LOBBY GLOBALISTE
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