Il Signore degli Anelli: dal caso letterario al fenomeno di culto. Di Luca Fumagalli
Se in tanti accusarono il capolavoro tolkieniano di essere nulla più che “roba per ragazzi”, qualcuno parlò di «giorno nero per la cultura britannica», mentre un giornalista del «Guardian» arrivò a definire Il Signore degli Anelli «uno dei libri più brutti mai scritti». Addirittura c’è chi sospettò il complotto, e non furono poche le voci che invocarono presunti brogli. Solo nei mesi successivi, quando altri sondaggi analoghi confermarono i risultati del precedente, comprovando la vittoria schiacciante di Tolkien su “mostri sacri” quali Orwell, Joyce e Dickens, le opposizioni divennero generalmente più educate e il dibattito andò poco alla volta a scemare.
Dice bene Pearce in Tolkien, l’uomo e il mito quando scrive: «Raramente un libro ha causato un tale scontro e raramente il vetriolo della critica ha messo in luce in maniera così chiara lo scisma culturale esistente tra l’intellighenzia letteraria e i giudizi del pubblico dei lettori». D’altronde, se Il Signore degli Anelli ha venduto milioni di copie in tutto il mondo – e ancora continua a venderle – qualcosa vorrà pur dire. È pacifico, poi, il fatto che Tolkien nell’immaginario collettivo sia ormai diventato un vero e proprio mito letterario, un autore stranoto e amato dai più.
All’epoca delle polemiche non mancò naturalmente chi prese le difese del professore di Oxford e del suo libro. Ad esempio Paul Goodman, in un articolo apparso sul «Daily Telegraph», analizzò quegli elementi, come la consolazione offerta al lettore e lo sguardo fiducioso sulla vita, che, a suo parere, rendevano Il Signore degli Anelli un titolo imperdibile.
Analoghe considerazioni le offre in tempi più recenti Patrick Curry nel suo volume Tolkien, mito e modernità: «Tolkien non ci ha educato semplicemente, come Ruskin o Chesterton, a proposito dei pericoli del mondo moderno; al contrario, ha tessuto il suo anti-modernismo in una narrativa ricca e intricata che mostra un’alternativa. […] Tolkien affronta le paure dei lettori della seconda metà del XX secolo […] e dona loro la speranza. Lontano dall’essere “escapista” o reazionario, Il Signore degli Anelli tratta dei più importanti conflitti di questo secolo e non solo».
Quanto accadde nel 1997, in verità, non era una fenomeno nuovo. Sin dall’epoca della pubblicazione, infatti, Il Signore degli Anelli non ha mai smesso di dividere pubblico e critica, suscitando una vivace polemica tra i suoi ammiratori e i suoi detrattori. Tale confronto, talvolta serrato, se possibile si è intensificato ulteriormente con l’uscita, tra il 2001 e il 2003, degli episodi della fortunata trilogia cinematografica firmata dal regista neozelandese Peter Jackson, campione d’incassi in tutto il mondo, alla quale va soprattutto il merito di aver avvicinato al legendarium tolkieniano centinaia di migliaia di nuovi lettori. Né va dimenticato che, da sessant’anni a questa parte, il dibattito ha sovente superato gli angusti limiti della tenzone letteraria per aprirsi alle più svariate manipolazioni ideologiche, facendo dell’opera dell’inglese un vessillo per rivendicazioni politiche e sociali.
Tra i primi e più entusiasti estimatori de Il Signore degli Anelli figura C. S. Lewis, autore di una recensione che, ancora oggi, suona particolarmente perspicace: «Questo libro è come la luce che arriva da un cielo limpido. Dire che in un periodo quasi patologico nel suo antiromanticismo come il nostro, è ritornato il romanzo eroico, bucolico, eloquente, audace, risulta inadeguato. Per noi, che in questo strano periodo ci viviamo, tale ritorno – e il genuino conforto che ne deriva – è, senza ombra di dubbio, un elemento importante. Ma nella storia del romanzo in se stesso, storia che rimonta dall’Odissea e ancora più in là, questo non è un semplice ritorno, ma piuttosto un passo avanti: la conquista di nuovi territori».
Lo scrittore Edwin Muir, al contrario, rimproverava al libro di essere intriso di bieco manicheismo, dividendo con un’accetta i buoni dai cattivi, senza possibilità di confusione (evidentemente Muir si era dimenticato di Boromir e Gollum). Qualche critico cavillò pure sullo stile della prosa, ma non il premio Nobel W. H. Auden, che con le sue impressioni favorevoli contribuì a un’esplosione delle vendite de Il Signore degli Anelli negli Stati Uniti (dovuta indirettamente anche a una burrascosa querelle sorta a causa della pubblicazione di un’edizione non autorizzata).
Dopo queste prime scaramucce le opinioni della critica andarono via via polarizzandosi, tanto che lo stesso Auden – paradossalmente uno dei poeti più celebrati dalla sinistra inglese, omosessuale e antitradizionale – dovette ammettere che «nessuno sembra avere un parere moderato: o, come me, trovano Il Signore degli Anelliun capolavoro nel suo genere, o non lo possono soffrire».
A partire dal 1965 nelle università americane iniziò a prendere piede un vero e proprio “culto” per gli scritti tolkieniani. In essi gli studenti pretendevano di scorgere una difesa della natura contro gli assalti della società industriale, idee perfettamente in linea con quelle dei nascenti movimenti ecologisti e hippie (in Inghilterra apparve persino una rivista psichedelica intitolata «Gandalf’s Garden» che trasformava lo Stregone Bianco in un eroe mitologico moderno).
Il ritorno sulla scena del romanzo eroico fu un ulteriore motivo di gioia; poco importa se qualche studioso paragonò il supposto “escapismo” di Tolkien all’influenza delle droghe allucinogene – che mietevano allora successo nei circoli studenteschi – perché nell’arco di poco tempo Il Signore degli Anelli sbaragliò tutti i best sellerprecedenti come Il Signore delle Mosche di William Golding e Il giovane Holden di J. D. Salinger. Sui muri presero a spuntare graffiti del tipo “Frodo lives”, “Gandalf for President” e “Come to Middle-Earth”, mentre varie sezioni della Tolkien Society venivano inaugurate in tutto il mondo.
Oltre a organizzare “Picnic Hobbit” durante i quali, abbigliati come i personaggi della storia, i convenuti mangiavano funghi e bevevano sidro, la Tolkien Society, con le sue varie ramificazioni, riuscì nell’ardua impresa di portare il fenomeno Tolkien all’attenzione dei circoli accademici, con conseguente corollario di saggi e documentari (come Tolkien in Oxford, realizzato dalla BBC nel 1968).
Il professore si era reso conto che Il Signore degli Anelli ormai non gli apparteneva più. I pro e i contro di un tale stato di cose li espresse chiramente in una lettera dell’autunno 1971: «È stato dato alla luce e ora deve andare nel mondo per la sua strada designata, anche se naturalmente sono interessato a cosa gli succede, come un genitore per un figlio. Mi consola sapere che abbia buoni amici a difenderlo contro la cattiveria dei suoi nemici».
Se è difficile immaginare Tolkien compiaciuto di certe interpretazioni – come quelle di Isaac Asimov, che spesso citò temi e perfino nomi tolkieniani nella sua stessa scrittura, ma ne leggeva l’opera in termini puramente allegorici – l’immaginario dello scrittore inglese non lasciò indifferente né Solženicyn, né il George Lucas di Guerre Stellari, e neppure i Beatles, i quali sognavano di girare un film de Il Signore degli Anelli diretti da Stanley Kubrick. Non mancano neppure “figli” illustri della narrativa di Tolkien, scrittori suoi ammiratori e fortemente indebitati con lui: lo sono, ad esempio, Terry Brooks, Stephen King, G. R. R. Martin e J. K. Rowling.
Come già ricordato, oltre agli episodi del 1997, il “caso Tolkien” riemerse prepotentemente nei primi anni Duemila grazie ai film di Jackson e al grande successo da essi ottenuto (diciassette Oscar in totale). Ne conseguì una nuova proliferazione di saggi, pagine web, dibattiti, interpretazioni, libri di cucina, giochi da tavolo e gadgetdi ogni sorta.
Al contrario di quello che potrebbero pensare i fan dell’ultima ora, però, la storia cinematografica de Il Signore degli Anelli è lunga e travagliata, e ha avuto inizio nel 1957. Davide Pezzi, autore di un interessante articolo sul tema, ricorda che in realtà, almeno all’inizio, «Tolkien si era dichiarato ostile a una riduzione cinematografica delle sue opere e della letteratura fantasy in generale, e soprattutto non voleva assolutamente avere nulla a che fare con Disney (all’epoca il principale referente per il cinema fantastico) per cui provava un “sentito disgusto”».
Dopo un primo abboccamento fallito con dei produttori americani, Tolkien, anche a causa di banali necessità finanziarie, cedette infine i diritti de Il Signore degli Anelli alla United Artists nel 1969. Lo studio interpellò l’allora giovane regista John Boorman, ma la sceneggiatura da lui proposta, ampiamente rimaneggiata, con tanto di scene erotiche e zavorre psicologiche, venne scartata (Boorman reinvestì alcune delle sue intuizioni migliori nell’Excalibur del 1981).
Fu Ralph Bakshi, nel 1978, a firmare il primo lungometraggio de Il Signore degli Anelli ad approdare in sala. Animato con la lunga e laboriosa tecnica del rotoscopio – che fece lievitare i costi di produzione – il film trattava gli eventi fino alla battaglia del Fosso di Helm, a metà del secondo libro; purtroppo si rivelò un insuccesso e, sebbene non mancassero spunti validi, si decise di non realizzare il preventivato secondo episodio, lasciando i numerosi fan in attesa di un finale mai arrivato.
Il ritorno del re, cartoon realizzato nel 1980 per la rete televisiva americana ABC, può essere considerato un seguito ideale della pellicola di Bakshi, tra l’altro creato dallo stesso team che nel 1977 aveva dato vita a Lo Hobbit, versione animata dell’omonimo romanzotrasmessa dal canale NBC. Tuttavia entrambi questi lavori scontentarono gli estimatori di Tolkien sia per l’eccessiva semplificazione della trama che per la scarsa qualità tecnica.
All’opposto, la trilogia de Il Signore degli Anelli di Jackson – a cui seguì a partire dal 2012 quella de Lo Hobbit – pur con tutti i limiti derivanti dalla fatica di dover comprimere in dodici ore complessive un tomo imponente, è un prodotto convincente, serio, partorito dalla mente di un ottimo cineasta appassionato della saga tolkieniana. Alcune scelte, come quella di eliminare il personaggio di Tom Bambadil, sono poco comprensibili, ma non ci si può lamentare: difficile infatti fare qualcosa di meglio (con buona pace di Christopher Tolkien, da sempre fedele all’assunto anticinematografico paterno).
Anche il recentissimo biopic Tolkien (2019), del regista Dome Karukoski, che ripercorre gli anni della giovinezza e della formazione dello scrittore inglese, è un buon film, con brillanti intuizioni di sceneggiatura e messa in scena. L’unico vero difetto della pellicola – limitata nelle aspirazioni da un budget ridotto – è quello di ignorare del tutto la dimensione religiosa della vita di Tolkien.
In conclusione non va dimenticato come il culto della narrativa tolkieniana – ancora oggi in fase di espansione – abbia raggiunto talvolta esiti parossistici. Ad esempio, le riviste dedicate solo all’approfondimento delle lingue elfiche sono ormai numerose, con il risultato che gli “Elvish Studies”, o “Elvish Linguistics” cominciano a penetrare anche nel mondo accademico accanto ai “Tolkienian Studies”. Inoltre sebbene non esistano seguaci della Religione Elfica, le opere del professore di Oxford continuano a ispirare forme di alienazione altrettanto intense.
Particolarmente significativo è quel fenomeno che va sotto il nome di “tolkienismo”, che nei territori dell’ex Unione Sovietica ha raggiunto rilevanza tale da insospettire le stesse autorità. Si tratta, in buona sostanza, di persone che sulla falsa riga del Lo Hobbit e de Il Signore degli Anelli promuovono uno stile di vista integralmente ecologista, rifiutando il progresso e passando gran parte del proprio tempo sulle montagne o in luoghi isolati. Tra di loro vi è persino chi sostiene di sentirsi Hobbit o Elfo.
Fonte: L. FUMAGALLI, La società della Contea. Appunti sulla filosofia politica di J. R. R. Tolkien, NovaEuropa Edizioni, 2019.