Fiorello in talare e Junior Cally sul palco: Sanremo obbrobrio diseducativo!
Fiorello, pleonastico a dirsi, è un genio dello spettacolo. Ma ai geni si deve perdonare di meno che alle very normal people proprio a motivo del loro genio. Il primo commento, quello più epidermico e dettato dalle viscere, è intuitivo per i lettori della Bussola: Fiorello ha preso in giro la Chiesa, i sacerdoti, la fede. “Lo facesse con l’islam con tanto di Kufi in testa o scimmiottasse il cohen ebraico!”, a qualcuno scapperebbe da dire. Il Rosario Tindaro nazionale lo sa ed è per questo che ha tirato fuori la foglia di fico dell’abito di scena per coprire alcune pudenda che in realtà hanno visto milioni di spettatori.
Però se facciamo tacitare per un attimo le nostre viscere, ci accorgiamo di un fatto quasi banale. Fiorello inconsapevolmente ci ha confermato in una verità tanto lapalissiana che non riusciamo nemmeno più a vederla: la Chiesa, la fede, i sentimenti religiosi, etc. vanno bene ormai solo per far ridere. I cattolici sono ridotti a macchiette. La religione cattolica sopravvive nella mente dei più come una tenue eco di qualcosa di assolutamente alieno con la vita di ogni giorno, buona solo per strappare sbadigli, sdegnose riprovazioni (sagrestia per molti fa rima solo con pedofilia) o risate se ci mette del suo un comico.
Già il fatto che Fiorello si presenti in talare la dice lunga. Quanti sono i sacerdoti in talare? Lo zero virgola. Però nell’immaginario collettivo il sacerdote è in talare. Fiorello stimola l’immaginario collettivo e dunque la talare ha una sua ragion d’essere. Però – e qui sta il punto – si tratta ormai solo di un simbolo, di una icona, di una suggestione visiva senza più nessun aggancio con il reale. Siamo perciò oltre alla satira del sacro. Il sacro è ridotto né più né meno ad un espediente di scena, ad un canovaccio teatrale, ad un topos comico, ad una maschera, così come in Shakespeare c’è il buffone e la prostituta. Perciò non prendetevela cari cattolici, nulla di personale. La talare è solo un pretesto, appunto «un abito di scena», come ha ricordato il Nostro.
E dunque Fiore ci può prendere in giro perché i cattolici che vivono la loro fede in talare – ossia seriamente – sono pressoché estinti. Quindi numericamente innocui e di certo quei pochi esistenti non siedono nella stanza dei bottoni. Gli altri, i cattolici con il maglioncino grigio topo, plaudono festanti al dileggio festivaliero cantando “Amadeus” sulla melodia dell’alleluia parrocchiale. Tanto sono solo canzonette, si dirà.
Fonte:
www.lanuovabq.it/it/sanremo-fiorell…
___________________
È iniziato il Festival di Sanremo che ha segnato polemiche per la discussa presenza del rapper Junior Cally. A tal proposito Rilancio l’articolo dell’amico Peppino Zola, pubblicato su Nonniduepuntozero.
* * *
Non possiamo esimerci dall’intervenire sul fatto della partecipazione del rapper Junior Cally (al secolo Antonio Signore, nato a Roma nel 1991) al prossimo festival di Sanremo. Non possiamo tacere, spinti, innanzi tutto, da una preoccupazione educativa che investe i nostri nipoti e tutti i giovani, soprattutto quelli minorenni: molti di loro, purtroppo, assisteranno al Festival e assisteranno ad una testimonianza comunque negativa, poiché essa stimola soltanto la più becera curiosità. Innanzi tutto, il rapper apparirà mascherato (e non per gioco). Forse per vergogna? Prima contraddizione, questa, del “politicamente corretto”, che combatte il velo delle donne islamiche e poi permette l’apparizione di un comune rapper (illecitamente ritenuto ‘star’ da qualcuno), di cui viene tenuta accuratamente nascosta l’identità.
Con questo alone di mistero, il nostro rapper ha composto, cantato (si fa per dire) e divulgato per video alcune canzoni oscenamente inneggianti alla violenza sessuale sulle donne ed alla violenza in sé contro tutto ed è per questo che è diventato “famoso”. I giovani, cioè, vedrebbero osannato sul palcoscenico di Sanremo un simbolo violento, che non potrebbe non indurre ad altra violenza, per l’istintivo fascino di una diversità che ha il solo obiettivo di affermarsi andando programmaticamente “contro” qualsiasi cosa, secondo la logica irrazionale del “bullismo”. Ancora una volta, viene abbandonata ogni preoccupazione educativa, proprio nel momento in cui è sempre più chiaro che l’educazione costituisce l’emergenza più delicata, perché l’educazione è l’unico strumento per salvaguardare tutti dal gioco stupido e assurdo dell’istintività di distruggere tutto per affermare se stessi. Il bullismo è l’affermazione di un vuoto potere senza contenuto e solo cattivo: è l’istigazione al branco animalesco.
Confidiamo e chiediamo che la RAI (ma chi è quel genio della RAI che ha preso la decisione di invitare questo rapper?) ci ripensi e faccia in modo che JC, a cui nel frattempo è stata fatta una pubblicità spropositata e immeritata, non partecipi ad un evento che ha un riflesso immenso sul costume del nostro Paese, che, tra l’altro, sta già vivendo una contraddizione enorme, per la quale si viene processati se si dice che per l’educazione di un bambino occorre la presenza di un papà e di una mamma, mentre si possono liberamente cantare canzoni inneggianti alla violenza sulle donne.
Come detto, la nostra preoccupazione è soprattutto educativa. Questa circostanza può e deve essere l’occasione per ripensare comunitariamente a che cosa significhi educare. Senza una educazione, un Paese è destinato a disfarsi, come stiamo già constatando. A questo, comunque e da subito, ci opponiamo e invitiamo tutti ad opporsi.
Fonte:
www.sabinopaciolla.com/un-obbrobrio-educativo/