Santa Giacinta Marescotti Vergine
Festa: 30 gennaio
Vignanello, Viterbo, 1585 - Viterbo, 30 gennaio 1640
Clarice Marescotti era una ragazza che puntava in alto, voleva un bel matrimonio per sistemarsi, desiderava, insomma, una vita degna del suo lignaggio. Ma alla fine trovò la sua più grande nobiltà nella povertà assoluta e nell'offerta di sé per gli emarginati e i malati. Era nata nel castello di Vignanello (Viterbo) nel 1585; quando fu il momento i genitori preferirono far sposare la sorella minore, Ortensia, e mandare Clarice nel monastero delle Clarisse di San Bernardino a Viterbo. Era il 1605 e lei prese il nome di Giacinta, ma non accettò la vita da religiosa. Solo dopo una grave malattia nel 1616 la giovane cominciò a vedere in modo diverso la propria vita, abbracciando la povertà e la penitenza, dandosi da fare per gli ultimi. Morì nel 1640, subito venerata come santa dalle consorelle e dai fedeli.
Etimologia: Giacinta = dal nome del fiore
Martirologio Romano: A Viterbo, santa Giacinta Marescotti, vergine del Terz’Ordine regolare di San Francesco, che, dopo quindici anni passati tra vani piaceri, abbracciò una vita durissima e istituì confraternite per l’assistenza degli anziani e per l’adorazione della santa Eucaristia.
Sogna un marito, non il monastero. Si chiama Clarice, è molto bella e ha sott’occhio un giovane marchese Capizucchi, ottimo partito per una figlia del principe Marcantonio Marescotti, alta aristocrazia romana. E il principe, infatti, gli dà volentieri in moglie una figlia. Ma non è Clarice. E’ Ortensia, la più giovane. Dopodiché Clarice diventa il flagello della casata, insopportabile per tutti. Una delusione simile può davvero inasprire chiunque, ma forse le accuse sono anche un po’ gonfiate per giustificare la reazione del padre, che nel 1605 la fa entrare nel monastero di San Bernardino a Viterbo, dalle Clarisse, dove c’è già sua sorella Ginevra.
Qui lei prende il nome di Giacinta, ma senza farsi monaca: sceglie lo stato di terziaria francescana, che non comporta clausura stretta. Vive in due camerette ben arredate con roba di casa sua e partecipa alle attività comuni. Ma non è come le altre. Lo sente, glielo fanno sentire: un brutto vivere. Per quindici anni si tira avanti così: una vita "di molte vanità et schiocchezze nella quale hero vissuta nella sacra religione". Parole sue di dopo.
C’è un “dopo”, infatti. C’è una profonda trasformazione interiore, dopo una grave malattia di lei e alcune morti in famiglia. Per suor Giacinta cominciano ventiquattro anni straordinari e durissimi, in povertà totale. E di continue penitenze, con asprezze oggi poco comprensibili, ma che rivelano energie nuove e sorprendenti. Dalle due camerette raffinate lei passa a una cella derelitta per vivere di privazioni: ma al tempo stesso, di lì, compie un’opera singolare di “riconquista”. Personaggi lontani dalla fede vi tornano per opera sua, e si fanno suoi collaboratori nell’aiuto ad ammalati e poveri. Un aiuto che Giacinta la penitente vuole sistematico, regolare, per opera di persone fortemente motivate. Questa mistica si fa organizzatrice di istituti assistenziali come quello detto dei “Sacconi” (dal sacco che i confratelli indossano nel loro servizio) che aiuta poveri, malati e detenuti, e che si perpetuerà fino al XX secolo. E come quello degli Oblati di Maria, chiamati a servire i vecchi.
Nel monastero che l’ha vista entrare delusa e corrucciata, Giacinta si realizza con una totalità mai sognata, anche come stimolatrice della fede e maestra: la vediamo infatti contrastare il giansenismo nelle sue terre, con incisivi stimoli all’amore e all’adorazione per il sacramento eucaristico. Non sono molti quelli che la conoscono di persona. Ma subito dopo la sua morte, tutta Viterbo corre alla chiesa dov’è esposta la salma. E tutti si portano via un pezzetto del suo abito, sicché bisognerà rivestirla tre volte. A Viterbo lei resterà per sempre, nella chiesa del monastero delle Clarisse, distrutta dalla guerra 1940-45 e ricostruita nel 1959. La sua canonizzazione sarà celebrata da Pio VII nel 1807.
Autore: Domenico Agasso
Fonte:
I santi del 30 gennaio
94961 > Beata Aberilla Vergine 30 gennaio
90556 > Sant' Adelelmo (Elesmo) di Burgos Abate benedettino 30 gennaio
94085 > Beato Alano Magno di Lilla 30 gennaio
74350 > Santa Alda (Aldegonda) Badessa 30 gennaio (18 ottobre)
91284 > Sant' Armentario di Pavia Vescovo 30 gennaio
39110 > San Barsimeo (Barsamya) Vescovo di Edessa 30 gennaio
90351 > Santa Batilde Regina dei Franchi 30 gennaio
99496 > Beato Belengerio da Montauto Francescano 30 gennaio
92191 > Beato Bronislao Bonaventura Markiewicz Sacerdote e fondatore 30 gennaio
39160 > Beata Carmela Garcia Moyon Martire 30 gennaio
72625 > Beato Columba (Giuseppe) Marmion Abate benedettino 30 gennaio
90123 > San Davide Galván Bermúdez Sacerdote e martire 30 gennaio
93945 > Beato Ferrario Mercedario 30 gennaio
39120 > Beato Francesco Taylor Sindaco di Dublino, martire 30 gennaio
31150 > Santa Giacinta Marescotti Vergine 30 gennaio
91802 > San Glastiano (Maglastiano) Vescovo 30 gennaio
91662 > Beata Maria Bolognesi Mistica 30 gennaio
39150 > Santa Martina Martire 30 gennaio
39090 > San Mattia Vescovo di Gerusalemme 30 gennaio
91618 > San Muziano Maria Wiaux Religioso 30 gennaio
39130 > San Paolo Ho Hyob Martire 30 gennaio
91485 > San Pellegrino Vescovo di Triocala 30 gennaio
92667 > San Pietro I Zar dei Bulgari 30 gennaio
91964 > Santa Savina Matrona 30 gennaio
31200 > Beato Sebastiano Valfrè Sacerdote oratoriano 30 gennaio
39170 > Beato Sigismondo Pisarski Sacerdote e martire 30 gennaio
64050 > San Teofilo il Giovane Soldato e martire 30 gennaio
91473 > San Tommaso Khuong Sacerdote, martire nel Tonchino 30 gennaio
Santa Giacinta Marescotti Religiosa
30 gennaio
Sogna un marito, non il monastero. Si chiama Clarice, è molto bella e ha sott’occhio un giovane marchese Capizucchi, ottimo partito per una figlia del principe Marcantonio Marescotti, alta aristocrazia romana. E il principe, infatti, gli dà volentieri in moglie una figlia. Ma non è Clarice. E’ Ortensia, la più giovane. Dopodiché Clarice diventa il flagello della casata, insopportabile per tutti. Una delusione simile può davvero inasprire chiunque, ma forse le accuse sono anche un po’ gonfiate per giustificare la reazione del padre, che nel 1605 la fa entrare nel monastero di San Bernardino a Viterbo, dalle Clarisse, dove c’è già sua sorella Ginevra.
Qui lei prende il nome di Giacinta, ma senza farsi monaca: sceglie lo stato di terziaria francescana, che non comporta clausura stretta. Vive in due camerette ben arredate con roba di casa sua e partecipa alle attività comuni. Ma non è come le altre. Lo sente, glielo fanno sentire: un brutto vivere. Per quindici anni si tira avanti così: una vita "di molte vanità et schiocchezze nella quale hero vissuta nella sacra religione". Parole sue di dopo.
C’è un “dopo”, infatti. C’è una profonda trasformazione interiore, dopo una grave malattia di lei e alcune morti in famiglia. Per suor Giacinta cominciano ventiquattro anni straordinari e durissimi, in povertà totale. E di continue penitenze, con asprezze oggi poco comprensibili, ma che rivelano energie nuove e sorprendenti. Dalle due camerette raffinate lei passa a una cella derelitta per vivere di privazioni: ma al tempo stesso, di lì, compie un’opera singolare di “riconquista”. Personaggi lontani dalla fede vi tornano per opera sua, e si fanno suoi collaboratori nell’aiuto ad ammalati e poveri. Un aiuto che Giacinta la penitente vuole sistematico, regolare, per opera di persone fortemente motivate. Questa mistica si fa organizzatrice di istituti assistenziali come quello detto dei “Sacconi” (dal sacco che i confratelli indossano nel loro servizio) che aiuta poveri, malati e detenuti, e che si perpetuerà fino al XX secolo. E come quello degli Oblati di Maria, chiamati a servire i vecchi.
Nel monastero che l’ha vista entrare delusa e corrucciata, Giacinta si realizza con una totalità mai sognata, anche come stimolatrice della fede e maestra: la vediamo infatti contrastare il giansenismo nelle sue terre, con incisivi stimoli all’amore e all’adorazione per il sacramento eucaristico. Non sono molti quelli che la conoscono di persona. Ma subito dopo la sua morte, tutta Viterbo corre alla chiesa dov’è esposta la salma. E tutti si portano via un pezzetto del suo abito, sicché bisognerà rivestirla tre volte. A Viterbo lei resterà per sempre, nella chiesa del monastero delle Clarisse, distrutta dalla guerra 1940-45 e ricostruita nel 1959. La sua canonizzazione sarà celebrata da Pio VII nel 1807.
Autore: Domenico Agasso