LUCIA RACCONTA FATIMA


prima memoria
Il giorno 12 settembre 1935, i resti mortali di Giacinta furono rimossi da Vila Nova de Ourém e portati a Fatima. Aperta la bara, si accertò che il volto della veggente si manteneva incorrotto. Fu scattata una fotografia e Sua Ecc. Il vescovo di Leiria D. José Alves Carriera da Silva, ne mandò una copia a Suor Lucia, che rispose ringraziando e parlando delle virtù della cugina. Ciò indusse il vescovo a ordinarle di scrivere tutto quello che sapeva sulla vita di Giacinta. Così è nata la "prima memoria", che era pronta a Natale del 1935.

ECCELLENZA REVERENDISSIMA,

dopo aver implorato la protezione dei santissimi Cuori di Gesù e di Maria, nostra tenera Madre e aver chiesto luce e grazia ai piedi del tabernacolo, per non scrivere nulla che non sia unicamente e esclusivamente a gloria di Gesù e della santissima Vergine, comincio il lavoro, anche se sento ripugnanza, perché non posso dire quasi nulla di Giacinta, senza parlare direttamente o indirettamente della mia miserabile persona. Obbedisco, pertanto, ai comando di V.E., che è per me espressione della volontà del nostro buon Dio. Comincio quindi questo lavoro, chiedendo ai santissimi Cuori di Gesù e di Maria che si degnino dì benedirlo e vogliano servirsi di questo atto d'obbedienza per la conversione dei poveri peccatori, per i quali quest'anima tanto si è sacrificata.

So che V.E. non si aspetta da me uno scritto perfetto, perché conosce la mia incapacità e insufficienza. E così racconterò a V.E. rev.ma ciò che mi verrà in mente di quest'anima, di cui il nostro buon Dio mi ha fatto la grazia di essere la più intima confidente e della quale conservo nostalgia, stima e rispetto grandissimi, per l'alta idea che ho della sua santità.

Eccellenza reverendissima, nonostante la mia buona volontà nell'ubbidire, mi permetta di conservare il segreto su alcune cose, che, per il fatto che si riferiscono anche a me, vorrei che fossero lette solo alle soglie dell'eternità. V.E. non si sorprenderà se voglio tener segreti e letture per la vita eterna. Non ho forse io la santissima Vergine che me ne dà l'esempio? Non ci dice forse il santo Vangelo che Maria conservava tutte le cose nel suo cuore? E chi meglio di questo immacolato Cuore poteva farci scoprire i segreti della divina misericordia? E invece se li portò via custoditi, come in un giardino recintato, fino ai palazzo del Re divino. Ricordo anche una massima che mi è stata detta da un venerabile sacerdote quando avevo appena undici anni. Egli venne come tanti altri a farmi alcune domande. Tra l'altro m'interrogò anche a proposito di un argomento del quale io non volevo parlare. Dopo aver esaurito il suo repertorio di domande senza riuscire a ottenere sul detto argomento una risposta soddisfacente, comprendendo forse che toccava un tasto troppo delicato, il venerabile vecchio, benedicendomi, disse:
«Fai bene, figlia mia, perché il segreto della figlia del Re, deve rimanere occulto nel suo cuore». Allora io non compresi il significato di queste parole, ma capii che approvava il mio atteggiamento; e siccome non le ho dimenticate, adesso le comprendo. Questo venerabile sacerdote era allora parroco di Torres Novas. Egli non immagina quanto bene abbiano fatto alla mia anima queste brevi parole e perciò conservo di lui un grato ricordo.

Mi sono tuttavia consigliata un giorno con un santo sacerdote rispetto a questa riserva, perché io non sapevo che cosa rispondere quando mi domandavano se la santa Vergine mi aveva detto anche altre cose. Questo sacerdote, che era a quel tempo parroco di Olivai, ci rispose: «Fate bene, figlioli a conservare per il Signore e per voi il segreto delle vostre anime. Quando vi faranno questa domanda, rispondete: "Si, Lei ha detto altre cose, ma è un segreto." Se vi facessero altre domande a questo proposito, pensate al segreto che vi ha comunicato questa Signora e dite:"La Madonna ci ha detto di non dirlo a nessuno, perciò non lo diciamo". Così voi conserverete il vostro segreto ai riparo di quello della santissima Vergine».

Come ho capito bene la spiegazione e il consiglio di questo venerabile vecchio!

Ormai ho perso troppo tempo in questa introduzione e V.E. rev.ma dirà che non sa che cosa c'entra. Vedrò di cominciare subito il racconto di quel che mi ricordo della vita di Giacinta.

Siccome non dispongo di tempo libero, durante le ore silenziose del lavoro, in un pezzo di carta, con un lapis nascosto sotto i panni che sto cucendo, a poco a poco mi verrà in mente e annoterò quello che i santissimi Cuori di Gesù e di Maria vorranno farmi ricordare.

O tu che in terra passasti volando, Giacinta cara, e Gesù amando, non scordare la prece che io ti chiedevo: sii amica mia vicino al trono della Vergin Maria, giglio di candore, perla brillante, oh, lassù in cielo, dove vivi trionfante, Serafino d'amore, col tuo fratellino, prega per me ai pie' del Signore.

Eccellenza reverendissima, prima dei fatti del 1917, tranne i legami di parentela che ci univano, nessun altro affetto speciale mi faceva preferire la compagnia di Giacinta e Francesco a quella di qualsiasi altro bambino. Anzi la sua compagnia diventava a volte assai sgradevole, per il suo carattere troppo permaloso. Il minimo screzio, di quelli che nascono tra bambini quando giocano, era sufficiente per farla restare immusonita, in un canto, a tenere il broncio, come noi si diceva. Per farla tornare a occupare il suo posto nel gioco, non bastavano le più dolci carezze che in tali occasioni i bambini sanno fare. Bisognava allora lasciarle scegliere il gioco e i compagni che piacevano a lei.

Eppure aveva già allora un cuore buono e il buon Dio le aveva dato un carattere dolce e tenero, che la rendeva amabile e insieme attraente. Non so perché, Giacinta e il suo fratellino Francesco avevano per me una speciale predilezione e mi cercavano quasi sempre per giocare. Non amavamo la compagnia degli altri bambini e mi chiedevano di andare con loro vicino a un pozzo, che i miei genitori avevano in fondo all'orto. Appena arrivate, Giacinta sceglieva i giochi con cui ci saremmo divertite.

I suoi giochi preferiti, che si facevano seduti sopra il pozzo ricoperto di lastroni, all'ombra di un ulivo e di due susini, erano quasi sempre quello dei sassolini o quello dei bottoni. Con quest'ultimo mi sono vista non poche volte in grandi afflizioni, perché quando ci chiamavano per mangiare, mi trovavo senza bottoni sul vestito. Di solito lei mi vinceva i bottoni: ciò era sufficiente perché mia madre mi sgridasse. Dovevo ricucirli in fretta: ma come farmeli restituite, se oltre al difetto di fare il muso, aveva anche quello di essere attaccata alla roba? Lei voleva tenerseli per un'altra volta e non essere perciò obbligata a strappare i suoi. Solo con la minaccia che non avrei mai più giocato con lei, riuscivo a riaverli!

Non poche volte succedeva che non potevo accontentare il desiderio della
mia amichetta Le mie sorelle più vecchie erano una tessitrice e l'altra sarta e passavano la giornata in casa. Allora le vicine chiedevano a mia madre di lasciare i loro bambini nel cortile dei miei a giocare con me, sotto la sorveglianza delle mie sorelle, mentre loro andavano ai campi a lavorare. Mia madre diceva sempre di sì, anche se questo costava alle mie sorelle una buona perdita di tempo. E così io ero incaricata di far giocare i bambini e badare che non cadessero in un pozzo che c'era in quel cortile. L'ombra di tre grandi piante di fico proteggeva i bambini dall'ardore del sole. I loro rami servivano per fare l'altalena e una vecchia aia come sala da pranzo. Se in uno di questi giorni veniva Giacinta col suo fratellino e mi chiedeva di andare al nostro solito posto, io dicevo che non potevo, perché mia madre mi aveva comandato di restare lì. Allora i due piccoli si rassegnavano a malincuore e prendevano parte al gioco. Nell'ora della siesta mia madre dava ai suoi figli lezioni di dottrina cristiana, specialmente con l'avvicinarsi della Quaresima, perché diceva: 'non voglio aver vergogna quando il Parroco vi farà l'esame'. E così tutti quei bambini assistevano alla nostra lezione di catechismo. Anche Giacinta c'era.

Un giorno uno di questi piccoli accusò un altro di aver detto parole poco decenti. Mia madre lo riprese con grande severità, dicendo che quelle cose brutte non si devono dire, che era peccato e che dispiacevano al Bambino Gesù, che mandava all'infermo quelli che facevano i peccati, se non si confessavano. La piccola non dimenticò la lezione. Il primo giorno che si ritrovò nella stessa riunione di bambini, disse:

Tua madre non ti lascia andare oggi?

No.

Allora io vado nel mio cortile con Francesco.

E perché non resti qui?

Mia madre non vuole che restiamo, quando ci sono questi qui. Ci ha detto di andare a giocare nel nostro cortile. Non vuole che impari quelle cose brutte che sono peccato e che non piacciono al Bambino Gesù. Poi mi disse sottovoce all'orecchio:

Se tua madre ti lascia, vieni a giocare a casa mia?

Sì.

Allora va a domandargliero. E, prendendo il fratello per mano, se ne andò a casa.

Come ho già detto, uno dei suoi giochi preferiti era quello dei pegni. Come V.E. certamente sa, chi vince comanda di fare a quello che perde una cosa qualsiasi, che gli viene in mente. A lei piaceva far correre dietro alle farfalle fino a prenderne una e portargliela. Altre volte voleva che si cercasse un fiore qualsiasi, che lei aveva scelto. Un giorno stavamo facendo questo gioco in casa dei miei e toccò a me farle fare la penitenza. Mio fratello
stata seduto a un tavolo e scriveva. Le ordinai allora di abbracciarlo e di baciarlo, ma lei mi rispose:

Questo, no! Fammi fare un'altra cosa. Perché non mi dici di baciare quel nostro Signore lì? Si trattava di un crocifisso appeso al muro.

Ma sì, le risposi. Sali su una sedia, portalo qui, inginocchiati e dagli tre abbracci e tre baci: uno per Francesco, uno per me e un altro per te.

A nostro Signore ne do quanti ti pare e corse a prendere il crocifisso. Lo baciò e lo abbracciò con tanta devozione che non mi sono mai dimenticata di quel gesto. Dopo, guarda con attenzione verso nostro Signore e domanda:

Perché nostro Signore sta inchiodato così alla croce?

Perché è morto per noi.

Racconta com'è avvenuto.

Mia madre usava raccontare, la sera, delle storie. E tra i racconti di fate incantate, di principesse dorate, di colombine reali che ci contavano mio padre e le mie sorelle più vecchie, arrivava mia madre con la storia della Passione e di san Giovanni Battista ecc. ecc.

Io allora conoscevo la Passione come una storia e siccome mi bastava udire un racconto una sola volta per poter ripeterlo in tutti i particolari, così cominciai a raccontare ai miei compagni, particolareggiatamente, la storia di nostro Signore, come io la chiamavo. Quando mia sorella, passandoci vicino, s'accorge che avevamo il crocifisso tra le mani, ce io prende e mi rimprovera, dicendo che non vuole che metta le mani sulle immagini sacre. Giacinta si alza, va vicino a mia sorella e le dice:

Maria, non rimproverarla. Sono stata io. Ma non lo farò più.

Mia sorella le fece una carezza e ci disse di andare a giocare fuori, dicendo che in casa non lasciavamo mai stare le cose al loro posto. Andammo a raccontare la nostra storia vicino al pozzo, di cui ho già parlato, che stava nascosto da alcuni castagni, da un mucchio di pietre e da rovi. Per questo alcuni anni più tardi io scegliemmo come cella per i nostri colloqui, per fervorose orazioni e, per dirle tutto, Eccellenza reverendissima, anche per piangere, a volte assai amaramente. Mescolavamo le nostre lacrime alle sue acque, per bene poi alla stessa fonte dove noi le versavamo. Non è forse questa cisterna l'immagine di Maria nel cui cuore noi asciugavamo il nostro pianto e bevevamo la più pura consolazione? Ma torniamo alla nostra storia.

All'udire il racconto delle sofferenze di nostro Signore, la piccola si commosse e pianse. Molte volte, dopo, mi chiedeva che gliela ripetessi. Piangeva con pena e diceva: «nostro Signore, poverino! Io non voglio fare mai nessun peccato. Non voglio che il Signore soffra ancora!».

Alla piccola piaceva pure, verso il tardi, recarsi in un'aia che avevamo
davanti alla casa per vedere il bel tramonto e il cielo stellato che veniva dopo. Era entusiasta delle belle notti di luna. Facevamo a gara per vedere chi era capace di contare le stelle, che noi chiamavamo i lumini degli angeli. La luna era quello della Madonna e il sole quello di nostro Signore. Perciò Giacinta a volte diceva: « Io preferisco il lume della Madonna a quello di nostro Signore, perché non ci brucia né accieca». Veramente là il sole, in alcuni periodi dell'estate, si fa sentire proprio ardente e la piccina, di complessione assai debole, soffriva molto il caldo.

Mia sorella era una zelatrice del sacro Cuore e ogni volta che c'era la comunione solenne dei bambini, mi portava a rinnovare la mia. Mia zia portò una volta la figlioletta a vedere la festa. La piccina fu impressionata dagli angioletti che gettavano fiori. Da quel giorno, ogni tanto, si allontanava da noi, mentre si giocava, riempiva il grembiule di fiori e poi me li spargeva addosso.

Giacinta, perché fai così?

Faccio come gli angioletti: 'ti butto i fiori.

Mia sorella usava pure una volta all'anno, forse nella festa del Corpus Domini, vestire alcuni angioletti, perché camminassero ai lati del baldacchino e spargessero fiori durante la processione. Io ero sempre una delle prescelte. Una volta, quando mia sorella mi provò il vestito, raccontai a Giacinta la festa che si avvicinava e che io avrei gettato i fiori a Gesù. La piccina mi chiese allora di domandare io a mia sorella, perché lasciasse venire anche lei. Andammo tutte e due a fare la richiesta. Mia sorella ci disse di si. Misurò il vestito anche a lei e, durante le prove, c'insegnò come dovevamo gettare i fiori al Bambino Gesù. Giacinta domandò:

E noi lo vediamo?

Si! rispose mia sorella. Lo porta il parroco.

Giacinta saltava dalla gioia e domandava di continuo se mancava ancora molto alla festa. Arrivò finalmente il giorno desiderato e la piccina era pazza di gioia. Ecco che misero tutte e due a fianco dell'altare; e, nella processione, ai lati del baldacchino, ognuna col suo cestino di fiori. Io lanciavo i miei fiori a Gesù nei posti indicati da mia sorella. Ma per quanto facessi segno a Giacinta, non riuscii a farle spargere nemmeno un fiore. Guardava continuamente verso il parroco, e basta. Terminata la funzione, mia sorella ci portò fuori di chiesa e domandò:

Giacinta! Perché non hai lanciato i fiori a Gesù!

Perché non l'ho visto.

Dopo domandò a me:

Allora, tu l'hai visto il Bambino Gesù?

No. Ma tu non sai che il Bambino Gesù dell'ostia non sì vede, sta nascosto? ~ quello che riceviamo nella comunione.

E tu quando fai la comunione, parli con Lui?

Certo.

E perché non lo vedi?

Perché sta nascosto.

Chiederò. alla mia mamma di farmi fare la comunione anche a me.

Il parroco non te la dà finché non hai dieci anni.

Nemmeno tu hai dieci anni e hai già fatto la comunione.

Ma io sapevo tutta la dottrina e tu non la sai.

Allora mi chiesero che gliela insegnassi. Divenni così catechista dei miei due compagni, che imparavano con un entusiasmo unico. Ma io che quando m'interrogavano 4spondevo a tutto, ora, per insegnare agli altri, mi ricordavo dì poche cose. E questo fece dire un giorn9 a Giacinta: «Insegnaci altre cose, perché queste le sappiamo già! »« Dovetti ammettere che non ricordavo altro, a meno che qualcuno non mi facesse delle domande e aggiunsi: «Chiedi a tua madre che ti lasci andare alla chiesa a imparare il catechismo».

I due piccini che già desideravano ardentemente di ricevere Gesù nascosto, come dicevano, andarono a domandare alla mamma. Mia zia disse di si, ma li lasciava andare poche volte, perché diceva: «La chiesa è abbastanza lontana; voi siete molto piccini e a ogni modo il parroco non vi dà la comunione prima dei dieci anni».

Giacinta mi faceva continuamente domande su Gesù nascosto e ricordo che un giorno mi domandò:

Ma come mai molte 'persone nello Stesso tempo, ricevono Gesù nascosto? E un pezzettino per uno?

No. Non vedi che sono molte ostie e in ognuna c'è un Bambino?

Chissà quanti spropositi le avrò detto!

Frattanto, Eccellenza reverendissima, ero arrivata all'età in cui mia madre mandava i figli a badare al gregge. La mia sorella Carolina compiva ormai tredici anni e doveva cominciare a lavorare. Mia madre mi affidò perciò la cura del nostro gregge. Annunciai la cosa ai 'miei compagni e dissi loro che non sarei più tornata a giocare con loro. I piccini però non si rassegnavano alla separazione. Andarono a chiedere alla mamma che li lasciasse venire con me, cosa che fu loro negata. Dovemmo per forza rassegnarci alla separazione. Perciò venivano quasi tutti i giorni sul far della sera ad aspettarmi sul sentiero. Allora andavamo nell'aia a fare alcune corse, in attesa che la Madonna e gli angeli accendessero i loro lumini e venissero a metterli alla finestra, come noi dicevamo. Quando non c'era la luna, dicevamo che il lume della Madonna non aveva più olio!

I due piccoli non riuscivano a rassegnarsi alla lontananza della compagna di un tempo. Perciò continuavano a insistere presso la madre, perché permettesse anche a loro di badare al loro gregge. Mia zia, forse per farla finita con tante richieste, anche se erano troppo piccoli, affidò loro la custodia delle sue pecorelle. Raggianti di gioia vennero a darmene notizia e a mettersi d'accordo su come avremmo messo insieme tutti i giorni le nostre greggi ognuno avrebbe dato la via al suo quando voleva la mamma e chi arrivava prima, aspettava l'altro al Barreiro. Noi chiamavamo così un piccolo stagno che si trovava ai piedi del monte. Una volta arrivati, si decideva il pascolo del giorno e andavamo felici e contenti come a una festa.

E qui, Eccellenza reverendissima, troviamo Giacinta nella sua nuova funzione di pastorella. L'obbedienza delle pecore era assicurata a forza di dar loro il nostro spuntino. Perciò, arrivati sul posto, potevamo giocare senza preoccupazioni, perché loro non si allontanavano.

A Giacinta piaceva molto ascoltare l'eco della sua voce nei fondovalle. Perciò uno dei nostri divertimenti era star seduti sulla roccia più grande in cima ai monti e pronunciare nomi ad alta voce. Il nome che echeggiava meglio era quello dì Maria. Giacinta diceva a volte così l'intera avemmaria, ripetendo la parola seguente, quando l'altra aveva finito di echeggiare.

Ci piaceva pure cantare. Sapevamo purtroppo parecchi canti profani, ma Giacinta preferiva «Salve, nobile Patrona», «Vergine pura» e «Angeli, cantate con me». Eravamo poi molto inclinate alla danza e bastava che gli altri pastori sonassero uno strumento qualsiasi, perché ci mettessimo a danzare. Giacinta, anche se molto piccola, aveva per questo una capacità sorprendente.

Ci avevano raccomandato di dire il rosario dopo lo spuntino; ma siccome il tempo per giocare ci pareva poco, trovammo un buon sistema per cavarcela in fretta. Si passava i grani dicendo soltanto: 'Ave, Maria; Ave, Maria; Ave, Maria!'. Arrivate alla fine del mistero, dicevamo, con una buona pausa, la semplice parola: 'Padre nostro!'. Così, in un batter d'occhio, come si suoi dite, il nostro rosano era bell'e detto!

A Giacinta piaceva pure molto prendere gli agnellini bianchi, sedersi con loro in braccio, abbracciarli, baciarli e, la sera, portarli a casa in braccio, perché non si stancassero. Un giorno, tornando a casa, si mise in mezzo al gregge.

Giacinta le domandai perché ti sei messa a camminare li in mezzo alle pecore?

Per fare come nostro Signore, che in quell'immaginetta che m'han dato, sta anche Lui così in mezzo a molte pecore e con una sulle spalle.

Ecco qui, Eccellenza reverendissima, poco più poco meno, quel che aveva fatto Giacinta fino a sette anni, fino a quando, bello e radioso come tanti altri, spuntò il 13 maggio 1917. In questo giorno scegliemmo per caso, se di caso si può parlare nei disegni della divina Provvidenza, di portare a pascolare le nostre greggi nella proprietà della mia famiglia, chiamata Cova da Iria. Ci mettemmo d'accordo come al solito sul pascolo del giorno vicino al Barreiro, di cui ho già parlato a V.E. e dovemmo perciò attraversare un terreno incolto, cosa che rese il nostro cammino lungo il doppio. Dovemmo perciò camminare adagio, affinché le pecorelle potessero pascolare durante il cammino e così arrivammo verso mezzogiorno. Non sto qui ora a raccontare ciò che avvenne quel giorno, perché V.E. rev.ma sa già tutto e sarebbe tempo perso; come anche tutto quello che scrivo mi pare un perder tempo, se non fosse che sto facendo un atto di ubbidienza. Infatti non vedo che utilità possa cavarne l'E.V. rev.ma tranne una miglior conoscenza della innocenza della vita di quest'anima.

Prima di cominciare a raccontarle, Eccellenza reverendissima, quel che io mi ricordo del nuovo periodo della vita di Giacinta, devo dire che ci sono certe cose nelle apparizioni della Madonna, che noi ci eravamo messe d'accordo di non dire mai ~ nessuno e può darsi che ora mi veda obbligata a dire qualcosa di tutto ciò, per spiegare dove Giacinta abbia attinto tanto amore a Gesù, alle sofferenze e ai peccatori, per la salvezza dei quali tanto si è sacrificata. V.E. rev.ma non ignora che fu lei che, non potendo tenere per sé tanta gioia, ruppe il nostro accordo di non dire niente a nessuno. Quando la sera stessa, assorti per la sorpresa, stavamo pensierosi, Giacinta ogni tanto esclamava con entusiasmo

Oh, ma che bella Signora!

Ho paura le dicevo io che tu l'andrai a dite a qualcuno!

No, no, non lo dico rispondeva. Puoi stare tranquilla.

Il giorno dopo, quando suo fratello corse a darmi la notizia che lei lo aveva detto la sera prima, in casa, Giacinta ascoltò l'accusa senza dir nulla.

Ecco, lo sapevo io le dissi.

Io avevo qui dentro un affare che non mi lasciava star zitta rispose con le lacrime agli occhi.

Ora non piangere e non dire più niente a nessuno di quello che ci ha detto quella Signora.

Ormai l'ho detto.

Che cosa hai detto?

Ho detto che quella Signora ci ha promesso di portarci in cielo.

Proprio quello sei andata a dire!

Perdonami, non dirò più niente a nessuno.

Quel giorno, quando arrivammo sul luogo del pascolo, Giacinta si sedette pensierosa su una roccia.

Giacinta, dai, giochiamo!

Oggi non voglio giocare.

Perché non vuoi giocare?

Perché ho da pensare. Quella Signora ci ha detto di dire il rosario e di fare sacrifici per la conversione dei peccatori. Ora quando diciamo il rosario, dovremo dire l'Ave Maria e il Padre nostro interi. Ma i sacrifici, come faremo a farli?

Francesco inventò subito un buon sacrificio:

Diamo il nostro spuntino alle pecore e facciamo il sacrificio di non mangiare!

In pochi minuti i nostri rifornimenti erano distribuiti al gregge. E così passammo la giornata a digiuno, proprio come i più austeri certosini. Giacinta stava ancora seduta sulla roccia, con l'aria pensierosa e domandò

Quella Signora ha detto anche che molte anime andavano all'inferno! Che cos'è l'inferno?

una buca piena di animali e con un fuoco grande grande (così me lo spiegava mia madre) e ci va chi fa i peccati e non si confessa; e il fuoco brucia sempre sempre.

E non si esce mai di là?

No.

E dopo tanti, ma tanti anni?

No, l'inferno non finisce mai.

E il cielo nemmeno?

Chi va in cielo non esce più di lassù.

E neanche quelli che vanno all'inferno?!

Non capisci che sono eterni, che non finiscono mai!

Facemmo allora per la prima volta la meditazione sull'inferno e sull'eternità. La cosa che più impressionò Giacinta fu l'eternità. Anche durante i giochi, ogni tanto domandava: "Ma senti! Allora, dopo tanti, tanti anni, l'inferno non sarà ancora finito?". E altre volte: 'Quella gente che c'è li a bruciare, non muore? E non diventano cenere? E se noi preghiamo molto per i peccatori, nostro Signore li libererà di li? E anche con i sacrifici? Poverini! Dobbiamo pregare e fare molti sacrifici per loro!'. Dopo aggiungeva: "Come era buona quella Signora? Subito ci ha promesso di portarci in cielo".

Giacinta prese tanto sul serio i sacrifici per la conversione dei peccatori, che non si lasciava sfuggire nessuna occasione. C'erano alcuni bambini, figli di una famiglia di Moita, che passavano di casa in casa a mendicare. Un giorno li incontrammo, mentre andavamo col nostro gregge. Giacinta vedendoli disse: 'Diamo il nostro spuntino a quei poveretti, per la conversione dei peccatori'. E corse a portarglielo. Nel pomeriggio mi disse che aveva fame. Li intorno c'erano lecci e querce. Le ghiande erano ancora un po' verdi, ma io le dissi che erano buone da mangiare. Francesco sali su un leccio per riempire le tasche, ma Giacinta si ricordò che potevamo mangiare quelle delle querce, per fare il sacrificio di mangiare qualcosa di amaro. E quel pomeriggio gustammo quel delizioso piatto! Giacinta fece di questo uno dei suoi sacrifici abituali. Coglieva ghiande di quercia o ulive non ancora fatte.

Un giorno le dissi:

Giacinta, non mangiare questa roba! Sono troppo amare.

Ma è proprio per quello che le mangio, per convertite i peccatori!

Non furono solo questi i nostri digiuni. Ci eravamo messi d'accordo di dare il nostro spuntino a quei poveretti tutte le volte che li avessimo incontrati; e quei poveri bambini, contenti della nostra elemosina, cercavano d'incontrarci e ci aspettavano sulla strada. Non appena li vedevamo, Giacinta portava loro correndo tutto il mangiare della nostra giornata, con tanta soddisfazione, come se non ne avesse bisogno davvero. Così, quei giorni mangiavamo pinoli, radici di campanelli (è un piccolo fiore che ha alla radice una pallina della grandezza di un'oliva), more, funghi e una cosa che coglievamo alla radice dei pini, che non mi ricordo come si chiama; o frutta, se ce n'era vicino, in qualche terreno appartenente ai nostri genitori.

Giacinta pareva insaziabile nella pratica del sacrificio. Un giorno un vicino offerse a mia madre un terreno per far pascolare il nostro gregge. Ma era abbastanza lontano e eravamo in piena estate. Mia madre accettò l'offerta fatta con tanta generosità e mi ci mandò. C'era vicino uno stagno, dove il gregge poteva bere, perciò mia madre mi disse che era meglio stare lì nel primo pomeriggio, all'ombra degli alberi. Durante il cammino incontrammo i nostri cari piccoli mendicanti e Giacinta corse a portar loro l'elemosina. Il giorno era bello, ma il sole era cocente; e in quel terreno roccioso arido e secco pareva che volesse incendiare tutto. La sete si faceva sentire e non c'era una goccia d'acqua da bere. All'inizio offrimmo generosamente il sacrificio per la conversione dei peccatori, ma passata l'ora di mezzogiorno non si resisteva. Proposi allora ai miei compagni di andare in qualche posto vicino a chiedere un po' d'acqua. Accettarono la proposta ed ecco che andai a battere alla porta d'una vecchietta che insieme a una caraffa d'acqua mi diede anche un po' di pane, che accettai con riconoscenza e corsi a dividerne con i miei compagni. Poi passai la caraffa a Francesco e gli dissi di bere.

Non bevo rispose.

Perché?

Voglio soffrire per la conversione dei peccatori.

Bevi tu, Giacinta!

Anch'io voglio offrire questo sacrificio per la conversione dei peccatori.

Allora versai l'acqua nel cavo di una pietra, perché la bevessero le pecore e riportai la caraffa alla padrona. Il caldo diventava sempre più forte. Le cicale e i grilli cantavano insieme alle rane dello stagno vicino e facevano un gridio insopportabile. Giacinta, spossata dalla stanchezza e dalla sete, mi disse con quella semplicità che le era naturale: «Di' ai grilli e alle rane che stiano zitti! Mi fa molto male la testa». Allora Francesco le domandò: «Non vuoi soffrire questo per i peccatori?». La povera bambina, stringendosi la testa tra le manine, rispose: «Si, si, lasciale cantare!»

Frattanto si era sparsa la notizia del fatto. Mia madre cominciava a essere preoccupata e voleva a tutti i costi che io dicessi che non era vero. Un giorno, prima di uscire col gregge, voleva obbligarmi a confessare che avevo mentito. Non risparmiò a questo scopo carezze, minacce e nemmeno il bastone. Non riuscendo a ottenere altra risposta che il silenzio o la conferma di quello che le avevo già detto, mi ordinò di dare la via al gregge e aggiunse che riflettessi bene durante il giorno che mai aveva permesso ai suoi figli di dir una bugia e molto meno ne permetterebbe ora una di quel genere; che la sera mi avrebbe obbligata ad andare da quelle persone che avevo imbrogliato a confessare che avevo mentito e a chiedere perdono.

E così me ne andai con le mie pecorelle. Quel giorno i miei compagni mi stavano già aspettando. Vedendomi piangere si affrettarono a domandarmi il perché: Raccontai quel che mi era capitato e aggiunsi:

Adesso, ditemi voi che cosa devo fare. Mia madre vuole per forza che io dica che ho mentito. Come faccio a dirlo?

Vedi? disse allora Francesco a Giacinta La colpa è tutta tua. Perché sei andata a dirlo?

Ho fatto male diceva, piangendo; e la poverina si mise in ginocchio, con le mani giunte a chiedermi perdono. Ma io non dirò più niente a nessuno.

Ora, V.E. mi domanderà chi mai le avesse insegnato a fare quest'atto di umiltà. Non so. Forse aveva visto i suoi fratellini chiedere perdono ai suoi genitori la sera prima dì far la comunione; o forse perché Giacinta è stata a mio parere quella a cui la santissima Vergine ha comunicato la maggior abbondanza di grazia e conoscenza di Dio e della virtù.

Quando, qualche anno dopo, il rev. parroco ci mandò a chiamare per interrogarci, Giacinta abbassò la testa e a stento il reverendo riuscì a ottenere da lei due o tre parole. Quando si venne via le domandai:

Perché non volevi rispondere al parroco?

Perché ti ho promesso dì non dire più niente a nessuno! Un giorno domandò:

Perché non possiamo dire che quella Signora ci ha detto di fare sacrifici per i peccatori?

Perché non ci domandino che sacrifici facciamo.
Mia madre era sempre più preoccupata per lo sviluppo degli avvenimenti. Perciò fece un altro tentativo per obbligarmi a confessare che avevo mentito. Una mattina mi chiama e mi dice che mi porterà alla casa del parroco:
«Quando arrivi, mettiti in ginocchio, gli dici che hai mentito e gli chiedi perdono». Passando vicino alla casa di mia zia, mia madre entrò un minuto. Colsi l'occasione per raccontare a Giacinta che cosa stava succedendo. Al vedermi afflitta, lasciò cadere alcune lacrime e mi disse: «Mi alzo subito e vado a chiamare Francesco. Andiamo al tuo pozzo a pregare. Quando torni, vieni là». Al ritorno, corsi al pozzo ed ecco che i due stavano là in ginocchio a pregare. Non appena mi videro, Giacinta corse ad abbracciarmi e mi domandò come avevo fatto. Glielo raccontai. Dopo mi disse: «Vedi? Non dobbiamo aver paura di niente! quella Signora ci aiuta sempre, è veramente amica nostra».

Da quando la Madonna ci aveva insegnato a offrire a Gesù i nostri sacrifici, se decidevamo di farne qualcuno oppure avevamo qualche prova da sopportare, Giacinta domandava: «Hai già detto a Gesù che è per amor suo?». Se io le dicevo di no, «Allora glielo dico io» e giungeva le manine, alzava gli occhi al cielo e diceva: «O Gesù, è per amor vostro e per la conversione dei peccatori».

Vennero a interrogarci due sacerdoti che ci raccomandarono di pregare per il santo Padre. Giacinta domandò chi era il santo Padre e i buoni sacerdoti spiegarono chi era e che aveva molto bisogno di preghiere. Giacinta fu così presa dall'amore per il santo Padre, che ogni volta che offriva i suoi sacrifici a Gesù, aggiungeva: « . . .e per il santo Padre». Alla fine del Rosario recitava sempre tre avemmarie per il santo Padre e certe volte diceva: «Come mi piacerebbe vedere il santo Padre! Viene qua tanta gente, ma il santo Padre non viene mai qua». Nella sua innocenza, pensava che il santo Padre poteva fare questo viaggio come tutte le altre persone.

Un giorno mio padre e mio zio furono intimati di presentarci in municipio il giorno seguente. Mio zio disse che non portava i suoi figli, perché diceva:
«Non c'è motivo di presentare in tribunale due bambini, che non sono responsabili dei loro atti; e oltre a ciò non ce la fanno a piedi fino a Vila Nova de Ouréin! Vedremo che cosa vogliono». Mio padre pensava diversamente:
«La mia, la porto con me; che se la sbrighi lei con loro, perché io di queste cose non me ne intendo proprio niente».

Approfittarono dell'occasione per spaventarci in tutte le maniere possibili. Il giorno dopo, passando dalla casa di mio zio, mio padre aspettò alcuni minuti lo zio. Corsi al letto di Giacinta a dirle addio. Dubitavo di rivederla, l'abbracciai. La povera bambina, piangendo, mi disse: «Se loro ti vogliono ammazzare, digli che io e Francesco siamo come te e che anche noi vogliamo morire. Io vado subito al pozzo insieme a Francesco a pregare per te».

Verso sera, quando tornai, corsi al pozzo e i due stavano là, in ginocchio, appoggiati al parapetto del pozzo, con la testolina tra le mani, a piangere.
Quando mi videro, rimasero sorpresi:

Ma sei proprio tu? E venuta qui tua sorella a prendere acqua e ci ha detto che ti avevano già ammazzato. Abbiamo tanto pregato e pianto per te!

Passato qualche tempo, fummo messi in prigione e allora la cosa più dura per Giacinta era l'abbandono dei genitori. E diceva con le lacrime che le scorrevano giù per le gote:

Né i tuoi né i miei sono venuti a vederci. Non gl'importa più di noi.

Non piangere le disse Francesco. Offriamo a Gesù per i peccatori!

E alzando gli occhi e le manine al cielo fece lui l'offerta:

E per amor vostro e per la conversione dei peccatori.

E anche per il santo Padre e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria, aggiunse Giacinta.

Quando, dopo averci separati, ci riunirono di nuovo in una stanza della prigione, dicendo che da li a poco sarebbero tornati per metterci in padella, Giacinta si avvicinò a una finestra che dava sulla fiera del bestiame. All'inizio pensavo che volesse distrarsi guardando fuori, ma presto mi accorsi che piangeva. Andai a prenderla, me la tenni vicina e le domandai perché piangeva:

Perché rispose, con le lacrime che le scorrevano sul viso moriremo senza rivedere né i nostri papà, né le nostre mamme e io volevo almeno rivedere la mia mamma.

Allora tu non vuoi offrire questo sacrificio per la conversione dei peccatori?

Si, si. E con le lacrime che le bagnavano il viso, con le mani e gli occhi levati al cielo, fece l'offerta. O mio Gesù, è per vostro amore, per la conversione dei peccatori, per il santo Padre e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria!

I detenuti presenti a questa scena, tentarono di consolarci:

Ma dite questo benedetto segreto al signor sindaco. Che v'importa se quella Signora non vuole?

Questo no, rispose Giacinta con vivacità piuttosto voglio morire!

Decidemmo allora di dire il nostro rosario. Giacinta si toglie una medaglia che aveva al collo e chiede a un detenuto il favore di attaccarla a un chiodo che c'era sulla parete e in ginocchio, davanti a quella medaglia, cominciammo a pregare. I detenuti pregavano con noi, seppure sapevano pregate; per lo meno stettero in ginocchio. Finito il rosario, Giacinta tornò alla finestra a piangere.

Giacinta, allora non vuoi offrire questo sacrificio a nostro Signore? le domandai.

Si, ma mi viene in mente la mamma, e piango senza volere.

Allora, siccome la santissima Vergine ci aveva detto di offrire le nostre orazioni e sacrifici anche per riparare i peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria, ci mettemmo d'accordo di assegnare a ciascuno una intenzione: uno per i peccatori, un altro per il santo Padre e il terzo per riparare i peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria. Fatta la terna, dissi a Giacinta di scegliere un intenzione per cui offrire.

Io offro per tutte, perché tutte mi piacciono molto, rispose.

C'era tra i detenuti uno che sapeva sonare la fisarmonica. Cominciarono dunque a sonare e a cantare per distrarci. Ci domandarono se sapevamo ballare. Rispondemmo che sapevamo il fandango e la vira. Giacinta fu allora la dama di un povero ladro, che a vederla così piccina, finì per ballare con lei prendendola in braccio. Possa la Madonna aver avuto compassione della sua anima e lo abbia convertito.

V.E. dirà adesso: 'Che bella disposizione per il martirio!'. E' vero. Ma eravamo bambini; e non ci rendevamo conto. Giacinta aveva per il ballo una inclinazione speciale e molta grazia. Mi ricordo che un giorno piangeva per un suo fratello soldato, che pensavano morto sul campo di battaglia. Per distrarla, con due suoi fratelli, improvvisai un ballo; e la povera bambina ballava e asciugava le lacrime che le scendevano sulle gote. Nonostante questo piccolo debole che aveva per il ballo, che bastava a volte sentire che i pastori sonavano uno strumento qualsiasi per cominciare a ballare, anche da sola, all'avvicinarsi della festa di san Giovanni e del carnevale, ci disse:

Io, ora, non ballo più.

E perché?

Perché voglio offrire questo sacrificio a nostro Signore. E siccome eravamo i capi dei giochi tra bambini, i balli che si usava fare in queste occasioni non si fecero più.

Mia zia, stanca di dover continuamente mandar a chiamare i suoi figlioletti per soddisfare il desiderio di persone che volevano parlargli, decise di mandare col gregge un altro figlioletto, Joao. A Giacinta quest'ordine costò molto, per due motivi: perché doveva parlate con tutte le persone che la cercavano e, come lei diceva, perché non poteva stare tutto il giorno con me. Eppure dovette rassegnarsi. E per nascondersi dalle persone che la cercavano, si rifugiava, col suo fratellino, nella caverna di una roccia, situata sul fianco di un monte che si trova di fronte al nostro paese e che ha sulla cima un mulino a vento. La roccia è situata sul versante che guarda verso oriente e l'entrata è così ben fatta, che li proteggeva perfettamente dalla pioggia e dagli ardori del sole. E poi è anche coperta da numerose piante di ulivi e castagni. Quante orazioni e sacrifici ha offerto al nostro buon Dio in quel luogo!

Sui fianchi di questo monte c'erano molti e svariati fiori. Tra questi c'erano innumerevoli gigli, che a lei piacevano moltissimo. E quando la sera mi veniva ad aspettare sul sentiero, mi portava un giglio o, in mancanza dì questo, un altro fiore qualsiasi. E per lei era una festa arrivare fino a me, sfogliarli e gettarmi i petali.

Mia madre si limitò per allora ad assegnarmi un posto preciso per il pascolo, per sapere dove andavo, caso che occorresse mandarmi a chiamare. Quando i pascoli erano vicini, avvisavo i miei compagni, che subito venivano a trovarmi. Giacinta correva fino ad arrivare vicino a me. Dopo, stanca, si sedeva e mi chiamava; e non si chetava finché io non rispondevo e correvo verso di lei. Mia madre, stanca di veder mia sorella perdere tempo per venirmi a chiamare e per stare al mio posto col gregge, decise di venderlo; e, d'accordo con la zia, decisero di mandarci a scuola.

A Giacinta piaceva, durante il sollievo, di andare a visitare il Santissimo; ma diceva: 'Pare che indovinino. Non appena entriamo in chiesa, ecco tanta gente che viene a farci domande. A me piacerebbe starmene tutta sola per molto tempo a parlate con Gesù nascosto; ma non ci lasciano mai!».

In realtà quel popolo semplice dei paesi non li lasciava. Raccontavano, in tutta semplicità, ogni loro bisogno e afflizione. Giacinta mostrava pena, specie quando si trattava di qualche peccatore. E allora diceva: «Dobbiamo pregare e offrire sacrifici a nostro Signore, perché lo converta e non vada all'inferno, poverino!».

Viene a proposito adesso un fatto che mostra come Giacinta cercava di sfuggire alle persone che la cercavano. Un giorno stavamo andando a Fatima. Eravamo già vicini alla strada e vediamo un gruppo di signore e dei signori che scendono da una automobile. Non dubitammo un solo istante che ci stavano cercando. Ormai non potevamo fuggire, senza farci scorgere. Andiamo avanti, nella speranza di passare senza essere riconosciuti. Arrivate vicino a noi, le signore domandano se conosciamo i pastorelli a cui era apparsa la Madonna. Rispondemmo di si. Domandarono se sapevamo dove abitavano. Demmo loro tutte le indicazioni precise per andarci e corremmo a nasconderci nei campi, in mezzo a dei cespugli. Giacinta, contenta per il buon risultato dell'esperienza, diceva: "Dobbiamo fare sempre così, quando non ci conoscono".

Un altro giorno venne anche il rev. P. Cruz, di Lisbona, a interrogarci. Dopo l'interrogatorio, ci chiese di andare a mostrargli il posto dove ci era apparsa la Madonna. Durante il cammino, noi andavamo una a destra e una a sinistra del reverendo, che cavalcava un asino così piccolo che quasi strascinava i piedi per terra. C'insegnò delle giaculatorie, tra cui Giacinta scelse queste due che poi non finiva di ripetere: "O mio Gesù, io vi amo. Dolce Cuore di Maria, siate la salvezza mia".

Un giorno, quand'era malata, mi disse: 'Mi piace tanto dire a Gesù che lo amo. Quando glielo dico tante volte, mi pare d'avere un fuoco in petto, ma non mi brucio.

C'era al nostro paese una donna che c'insultava, tutte le volte che c'incontrava. Un giorno la incontrammo mentre usciva da un'osteria. La poveretta non era padrona di sé e non si contentò questa volta d'insultarci soltanto. Quando ebbe finito di batterci, Giacinta mi disse: 'Dobbiamo chiedere alla Madonna e offrirle sacrifici per la conversione di questa donna: dice tanti peccati, che se non si confessa, andrà all'inferno'. Passati alcuni giorni, noi correvamo di fronte alla porta di casa di quella donna. Improvvisamente, Giacinta smette di correre, si volse indietro e domanda:

Sta a sentire! è domani che vedremo quella Signora?

Certo.

Allora basta scherzare. Facciamo questo sacrificio per la conversione dei peccatori. E senza pensare che qualcuno poteva vederla, alza le manine e gli occhi al cielo e fa l'offerta.

La donna stava osservando da una finestrella della casa. In seguito, parlando con mia madre, diceva che l'aveva tanto impressionata quel gesto di Giacinta, che non le occorrevano altre prove per ammettere la realtà dei fatti. Da quel giorno, non solo non c'insultò più, ma ci chiedeva continuamente dì pregare per lei la Madonna che le perdonasse i suoi peccati.

Un giorno incontrammo una povera donna, che piangendo, si mise in ginocchio davanti a Giacinta e chiese che le ottenesse dalla Madonna la guarigione da una terribile malattia. Giacinta, a vedere in ginocchio davanti a lei una donna si contristò e le prese le mani tremanti per alzarla. Ma vedendo che non era capace, s'inginocchiò anche lei e recitò con la donna tre avemmarie. Dopo la invitò ad alzarsi, che la Madonna l'avrebbe guarita. E non tralasciò mai di pregare tutti i giorni per lei, fino a quando, trascorso un po' di tempo, si fece rivedere per ringraziare la Madonna della guarigione.

Un'altra volta fu il caso di un soldato che piangeva come un bambino. Aveva ricevuto l'ordine di partire per la guerra e lasciava la moglie a letto ammalata e tre figlioletti. Lui domandava o la guarigione della moglie o la revoca della chiamata. Giacinta l'invitò a recitare con lei il rosario. Dopo gli disse: 'Non piangere. La Madonna è così buona! Certamente ti farà la grazia che le domandi'. E non dimenticò mai il suo soldato. AlIa fine del rosario diceva sempre un'Ave Maria per il soldato. 'Passati alcuni mesi, ritorna con la moglie e i tre bambini, per ringraziare la Madonna delle due grazie ricevute. Infatti, a causa di una febbre che gli venne alla vigilia della
partenza, era stato dispensato dal servizio militare e la moglie diceva lui era stata guarita da un miracolo della Madonna.

Un giorno dissero che veniva a interrogarci un sacerdote che era santo e che indovinava quello che avveniva nell'intimo di ognuno; e perciò avrebbe scoperto se dicevamo si o no la verità. Giacinta diceva allora, piena dì gioia:
'Quando viene questo sacerdote che indovina? Se indovina, capirà molto bene che diciamo la verità'.

Un giorno stavamo giocando vicino al pozzo già ricordato. La madre di Giacinta aveva li vicino una vigna. Tagliò alcuni grappoli e ce li portò perché li mangiassimo. Ma Giacinta non dimenticava mai i suoi peccatori. 'Non mangiamoli dice e offriamo questo sacrificio per i peccatori'. Poi corse a portare l'uva ad altri bambini che giocavano nella strada. Al ritorno era raggiante di gioia. Aveva incontrato i nostri vecchi mendicanti e l'aveva data a loro.

Un'altra volta mia zia ci chiamò per darci da mangiare dei fichi che aveva portato a casa e che realmente avrebbero fatto voglia a chiunque. Giacinta si sedette con noi soddisfatta, vicino alla cesta, e prende il primo per cominciare a mangiare; ma, improvvisamente, si ricorda e dice: 'E' vero! Oggi non abbiamo fatto ancora nessun sacrificio per i peccatori! Dobbiamo far questo'. Rimise il fico nella cesta, fece l'offerta e lasciammo li i fichi per convertire i peccatori.

Giacinta ripeteva con frequenza questi sacrifici, ma non sto qui a raccontarne più; se no, non finirei mai.

Trascorrevano così i giorni di Giacinta, finché nostro Signore non mandò la polmonite che la gettò a letto, insieme col suo fratellino. Il giorno prima di ammalarsi diceva: 'Mi fa tanto male la testa e ho tanta sete! Ma non voglio bere, per soffrire per i peccatori'.

Tutto il tempo che mi restava libero dalla scuola e da qualche cosetta che mi facevano fare, andavo dai miei compagni. Un giorno passo da loro prima di andare a scuola e Giacinta mi dice: 'Senti! Di' a Gesù nascosto che io gli voglio molto bene e che lo amo molto'. Altre volte diceva: 'Di' a Gesù cbe gli mando tanti saluti affettuosi'. Se passavo prima dalla sua stanza, diceva:
'Ora va' a vedere Francesco; io faccio il sacrificio di stare qui sola'.

Un giorno sua madre le portò una tazza di latte e le disse di prenderlo.

Non io voglio mamma, disse allontanando la tazza con la manina.

La zia insistette un poco e poi se ne andò dicendo:

Ma non so che cosa devo fare, se tutto ti ripugna.

Appena rimasti soli, le domandai: 'Ma perché disobbedisci così a tua madre e non offri questo sacrificio a nostro Signore?'. All'udire questo, lasciò cadere alcune lacrime, che io ebbi il piacere di asciugare e disse: 'io adesso non mi ero ricordata'. Chiama la madre, le chiede perdono e le dice che prende tutto quello che vuole. La mamma le porta la tazza di latte. Lo prende senza mostrare la minima ripugnanza. Dopo mi dice: 'Se tu sapessi quanto mi è costato a berlo!'.

Un'altra volta mi disse: 'Faccio sempre più fatica a bere latte e brodo; ma non dico niente. Bevo tutto per amore di nostro Signore e del Cuore immacolato di Maria, la nostra mammina del cielo'.

Stai meglio? le chiesi un giorno.

Tu sai bene che non sto meglio e aggiunse ho un dolore forte al petto, ma non dico niente. Soffro per la conversione dei peccatori.

Un giorno, arrivata vicino a lei, mi domandò: 'Hai già fatto tanti sacrifici oggi? Io ne ho fatti tanti. Mia madre è andava via e a me molte volte mi è venuta la voglia dì andare a visitare Francesco, ma non ci sono andata'

La sua salute però migliorò un pochino. Poté alzarsi e passava allora le giornate seduta sul letto del fratellino. Un giorno mi fece chiamare perché andassi in fretta da lei. Andai di corsa.

La Madonna è venuta a vederci e dice che tra poco verrà a prendere Francesco e a portarlo in cielo. A me ha domandato se volevo convertire ancora altri peccatori. Le ho detto di sì. Mi ha detto che andrò in un ospedale e che là soffrirò molto. Mi ha detto di soffrire per la conversione dei peccatori, in riparazione dei peccati contro il Cuore immacolato di Maria e per amore di Gesù. Le ho domandato se anche tu venivi con me. Ha detto di no. Questa è la cosa che mi costa di più. Ha detto che veniva mia madre a portarmi e poi resto là da sola. Rimase pensierosa per un po', poi aggiunse: Se tu venissi con me! Quel che mi costa di più è andare senza di te! E forse l'ospedale è una casa molto oscura, dove non si vede niente e io sto li a soffrire da sola! Ma non importa: soffro per amore di nostro Signore, per riparare le offese al Cuore immacolato di Maria, per la conversione dei peccatori e per il santo Padre.

Quando arrivò l'ora che il suo fratellino partiva per il cielo, lei gli fece le sue raccomandazioni: 'Tanti cari saluti da parte mia a nostro Signore e alla Madonna e digli che soffro tutto quello che vogliono per convertire i peccatori e in riparazione al Cuore immacolato di Maria.

Sofferse molto per la morte del fratello. Restava a lungo pensierosa e se le domandavano a che cosa stesse pensando, rispondeva: 'A Francesco. Come mi piacerebbe rivederlo. E gli occhi le si riempivano di lacrime.

Un giorno le dissi:

A te ormai manca poco per andare in cielo. Io invece...

Poverina! rispose non piangere! Lassù io pregherò molto, molto per te. Sai, è la Madonna che vuole così per te. Se avesse scelto me, io sarei contenta, per poter soffrire di più per i peccatori.

Arrivò anche il giorno di andare all'ospedale, dove ebbe a soffrire molto davvero. Quando la madre andò a visitarla, le domandò se voleva qualche cosa. Le disse che voleva vedere me. Mia zia, a costo di molti sacrifici, mi ci portò, non appena poté ritornarci. Appena mi vide, mi abbraccio con gioia e chiese alla madre che mi lasciasse li e andasse a fare la spesa.

Le domandai allora se soffriva molto.

Altro che! Ma offro tutto per i peccatori e in riparazione al Cuore immacolato di Maria.

Poi parlò con entusiasmo di nostro Signore e della Madonna e diceva:

Mi piace tanto soffrire, per amor suo, per fargli piacere. Loro vogliono molto bene a chi soffre per convertire i peccatori.

Il tempo destinato alla visita passò in fretta e mia zia era già tornata a riprendermi. Domandò alla figlioletta se voleva qualche cosa. Chiese che riportasse anche me quando tornasse a vederla. E la mia buona zia, che voleva far piacere alla sua bambina, mi ci portò una seconda volta. La trovai con la stessa gioia di soffrire per amore del nostro buon Dio, del Cuore immacolato di Maria, per i peccatori e per il santo Padre: era il suo ideale e parlava sempre di questo.

Tornò ancora per qualche tempo alla casa paterna. Aveva nel petto una grande ferita aperta e sopportava la medicazione quotidiana senza un lamento, senza mostrare il minimo segno di malessere. Ciò che le costava di più erano visite e interviste frequenti di persone che la cercavano e dalle quali ora non poteva nascondersi.

Offro anche questo sacrificio per i peccatori, diceva con rassegnazione. Oh, se potessi arrivare fino al Cabeco a dire ancora un rosario nella nostra grotta! Ma ormai non ce la faccio più. Quando vai a Cova da Iria, prega per me. Là non ci vado più di sicuro. E le lacrime le scorrevano sul viso.

Un giorno mia zia mi disse: 'Domanda a Giacinta a che cosa sta pensando, quando sta tanto tempo con le mani sulla faccia, senza muoversi. Io gliel'ho domandato, mi ha sorriso, ma non mi ha risposto'. Feci la domanda e mi rispose:

Penso al Signore, alla Madonna, ai peccatori e a... (accennò ad alcune cose del segreto). Mi piace molto pensare.

La zia mi domandò che cosa aveva risposto la sua bambina e io le dissi tutto con un sorriso. Allora mia zia disse a mia madre, raccontando il fatto:
'Io non capisco. La vita di questi bambini è un enigma'. E mia madre aggiungeva: 'Quando sono soli, parlano e parlano a non finire e anche sforzandosi di ascoltare, non si riesce a capire una parola. Se arriva qualcuno, abbassano la testa e non dicono una parola. Non posso capire questo mistero.

La santissima Vergine si degnò di nuovo di visitare Giacinta, per annunciarle nuove croci e nuovi sacrifici. Mi dette la notizia e mi diceva: 'Mi ha detto che vado a Lisbona, in un altro ospedale; che non rivedrò più nemmeno i miei genitori; che dopo molto soffrire, morirò sola, ma che non abbia paura, perché verrà Lei là a prendermi per portarmi in cielo'. E piangendo mi abbraccia e diceva: 'Non ti rivedrò mai più. Tu là non verrai a visitarmi. Senti: prega molto per me che muoio sola'.

Nel frattempo, finché non arrivò il giorno di andare a Lisbona, sofferse in modo orribile. Mi abbracciava e diceva piangendo:

Non ti rivedrò mai più. Né la mamma, né i miei fratelli, né il mio papà! Non rivedrò più nessuno e poi muoio sola sola!

Non ci pensare le dissi un giorno.

Lascia che ci pensi, perché più ci penso, più soffro; e io voglio soffrire per amore di nostro Signore e per i peccatori. E poi non fa niente. La Madonna viene a portarmi in cielo...

A volte baciava un crocifisso, lo abbracciava e diceva:

O mio Gesù, io vi amo e voglio soffrire molto per amor vostro.

Quante volte diceva:

O Gesù, ora puoi convertire molti peccatori, perché questo sacrificio è molto grande.

Mi chiedeva a volte:

E morirò senza rivedere Gesù nascosto? Se me lo portasse la Madonna, quando viene a prendermi!...

Le chiesi una volta:

Che cosa farai in cielo?

Amerò molto Gesù, il Cuore immacolato di Maria, pregherò molto per te, per i peccatori, per il santo Padre, per i miei genitori e fratelli e per tutte le persone che mi hanno domandato di pregare per loro.

Quando la madre si mostrava triste a vederla così malata, le diceva:

Non ti rattristare, mamma. Io vado in cielo. Pregherò molto per te.

Altre volte diceva:

Non piangere, sto bene.

Se le chiedevano se aveva bisogno di qualche cosa, diceva:

Tante grazie, non ho bisogno di nulla. Ma quando se ne andavano aggiungeva Ho molta sete, ma non voglio bere, offro tutto a Gesù per i peccatori.

Un giorno che mia zia mi faceva delle domande, mi chiamò e mi disse: Non voglio che tu dica a nessuno che io soffro. Nemmeno a mia madre, perché non voglio che si rattristi.

Un giorno la trovai mentre abbracciava un quadro della Madonna e diceva: Oh, mammina del cielo, allora devo morire sola sola?

La povera bambina pareva terrorizzata all'idea di morire sola. Per incoraggiarla, le dicevo: Che cosa t'importa di morire sola, se la Madonna viene a prenderti? E' vero, non m'importa niente. Ma non so com'è! A volte non mi ricordo che Lei viene a prendermi. Solo mi ricordo che muoio e tu non sei vicino a me.

E venne alla fine il giorno della partenza per Lisbona. L'addio spezzava il cuore. Mi rimase parecchio tempo abbracciata al collo e diceva piangendo: Non ci rivedremo mai più. Prega molto per me, finché non andrò in cielo. Lassù, dopo, io pregherò per te. Non dire mai il segreto a nessuno, anche se ti ammazzano. Ama molto Gesù e il Cuore immacolato di Maria e fa molti sacrifici per i peccatori.

Da Lisbona mi mandò ancora a dire che la Madonna era già andata a trovarla, che le aveva detto l'ora e il giorno della sua morte e mi raccomandava di essere molto buona.

Termino così, ecc.mo e rev.mo signor vescovo di raccontare all'E.V rev.ma quello che mi ricordo della vita di Giacinta.

Chiedo al nostro buon Dio che si degni di accettare questo atto di ubbedienza per accendere nelle anime la fiamma d'amore ai Cuori di Gesù e di Maria.

Adesso domando un favore. E' questo: se V.E. pubblicherà alcune cose di quelle che ho appena finito di raccontare, lo faccia in modo tale che non parli in nessuna maniera della mia povera e miserabile persona. E confesso, ecc.mo e rev.mo signor vescovo, che se venissi a sapere che l'E.V. avrà bruciato questo scritto senza nemmeno leggerlo, sarebbe per me un grande piacere, perché l'ho scritto solo per ubbidire alla volontà del nostro buon Dio, manifestata a me dal volere espresso della V.E. rev.ma.

seconda memoria
Erano passati due anni dalla pubblicazione della "prima memoria". S. E. il vescovo di Leiria, convinto della necessità di studiare a fondo gli avvenimenti di Fatima del 1917, ordinò a suor Lucia di scrivere la storia della sua vita e delle apparizioni, esattamente com'erano avvenute. La veggente ubbidì e redasse lo scritto tra il 7 e il 21 novembre 1937.


VOLONTA' DI DIO, PARADISO MIO.
Eccellenza reverendissima,

sono qui con la penna in mano per fare la volontà di Dio; e siccome io non ho altri scopi, comincio con la massima che la mia santa fondatrice mi ha lasciato in eredità e che io nel corso di questo scritto ripeterò, a sua imitazione, molte volte: «Volontà di Dio, paradiso mio!».

L'Eccellenza vostra mi permetterà di compenetrarmi in tutto il senso di questa massima, affinché nei momenti in cui la ripugnanza o l'amore del mio segreto vorranno farmi tener nascosto qualche cosa, essa mi sia di norma e guida.

Avrei voglia di domandare a che cosa servirà questo scritto fatto da me, che non ho nemmeno buona calligrafia. Ma non chiedo nulla. So che la perfezione dell'ubbidienza non chiede ragioni. Mi bastano le parole dell'E.V. rev.ma, che mi dicono che è per la gloria della nostra santissima Madre del Cielo. Nella certezza dunque che sia così imploro la benedizione e la protezione del suo Cuore immacolato e, umilmente prostrata ai suoi piedi, mi servo delle sue santissime parole per parlare al mio Dio:

Ecco qui, o mio Dio, l'ultima delle vostre serve, che in piena sottomissione alla Vostra santissima volontà, rompe il velo del suo segreto e lascia vedere la storia di Fatima tale e quale essa è. Non avrò più il piacere di godermi solo con Te i segreti del Tuo amore; ma in avvenire, altri canteranno con me le grandezze della Tua misericordia.

Eccellenza reverendissima,

«Il Signore ha rivolto lo sguardo alla bassezza della sua serva»: ecco perché i popoli canteranno le grandezze della Sua misericordia.

Mi pare, Eccellenza reverendissima, che il nostro buon Dio si è degnato di favorirmi con l'uso della ragione, fin da quand'ero una bambina molto piccina. Mi ricordo che avevo coscienza dei miei atti, da quando mia madre mi teneva in braccio; Ricordo che mi cullavano e mi addormentavo al suono di vari canti. E siccome ero la più giovane tra cinque bambine e un bambino, che nostro Signore aveva dato ai miei genitori, mi ricordo che c'erano spesso contese tra di loro, perché tutti mi volevano avere tra le braccia e stare con me. In questi casi, perché nessuno fosse vincitore, mia madre mi toglieva delle loro mani. E se lei, per il suo daffare, non poteva, mi affidava a mio padre, che a sua volta mi copriva di baci e carezze.

La prima cosa che imparai fu l'avemmaria, perché mia madre aveva l'abitudine di tenermi in braccio, mentre insegnava a mia sorella Carolina, cui venivo appresso, perché aveva cinque anni più di me.

Le prime due sorelle erano già grandi; e a mia madre piaceva che mi portassero in tutti i posti dove andavano, perché io ero un pappagallo che ripeteva tutto. Esse erano, come si dice al mio paese, a capo della gioventù. E non c'era festa o danza a cui non andassero. Carnevale, S. Giovanni, Natale, era d'obbligo: ci doveva essere il ballo. Poi c'era la vendemmia. E al tempo della raccolta delle ulive, c'era ballo quasi tutti i giorni. Nelle feste principali della parrocchia, come quella del S. Cuore di Gesù, la Madonna del rosario, S. Antonio, ecc., c'era sempre, la sera, la riffa dei dolci e il ballo non mancava. Eravamo inoltre quasi sempre invitate alle feste di nozze che si celebravano nei paesi vicini, perché mia madre, quando non era invitata come madrina, era invitata come cuoca. A queste nozze il ballo durava dalla fine del banchetto fino al mattino del giorno seguente. Le mie sorelle, siccome dovevano tenermi sempre al loro fianco, ci tenevano molto che fossi vestita come loro stesse. E siccome una di loro era sarta, non mi mancava fin d'allora il costume più elegante, usato dalle contadine del mio paese in quel tempo: la gonna pieghettata, la cintura lucida, la sciarpa con le punte che ricadevano all'indietro e il cappello con i suoi lustrini dorati e piume di svariati colori. Si sarebbe detto a volte che vestivano una bambola e non una bambina.

Nei balli mi mettevano sopra una cassapanca o sopra qualche rialzo, per non essere calpestata dai presenti e dove dovevo intonare vari canti al suono della chitarra o della fisarmonica. A questo scopo le mie sorelle mi facevano fare le prove, così come per ballare alcune danze, per il caso che mancasse qualche dama, cosa che io disimpegnavo con un'abilità singolare, attirando così le attenzioni e gli applausi dei presenti. Né mi mancavano premi e regali di qualcuno che voleva far piacere alle mie sorelle.

La domenica, nel pomeriggio, questa gioventù si riuniva nel nostro cortile: d'estate, all'ombra di tre grandi fichi; e d'inverno, sotto un porticato che avevamo nel luogo dove ora sorge la casa di mia sorella Maria. Là passavano il pomeriggio, giocando e conversando con le mie sorelle. Era là che si faceva la riffa dei regali di Pasqua e la maggior parte toccavano a me, perché alcuni io facevano di proposito per rendersi bene accetti.

Mia madre passava questi pomeriggi seduta sulla porta della cucina che dava sul cortile e di là poteva vedere quel che succedeva: a volte con un libro in mano, leggeva; a volte parlava con qualcuna delle mie zie o con le vicine che venivano a sedersi accanto a lei. Manteneva sempre la sua serietà abituale e tutte sapevamo che quello che diceva lei era come una parola della Bibbia e che era necessario ubbidirle senza indugio. Non ho mai visto nessuno che avesse il coraggio di dire in sua presenza una parola men che rispettosa o di poca considerazione. Era un detto comune tra quella gente che mia madre valeva più che tutte le figlie. Mi ricordo di aver sentito mia madre dire più volte: « Non so che gusto ci trovi questa gente a andare in giro a chiacchierare per le case degli altri. Per me non c'è niente come starmene in casa a leggere tranquillamente. I libri contengono cose tanto belle! E le Vite dei santi, che bellezza!».

Mi pare d'aver già detto V. E. come passavo i giorni della settimana, circondata di bambini del posto, che le donne, per poter andare a lavorare nei campi, chiedevano a mia madre di lasciare con me.

Mi pare inoltre che nello scritto che ho mandato all'E.V. rev.ma su mia cugina, dicevo quali erano i miei giochi e divertimenti. Per ora non sto qui a contarlo.

Circondata così d'ogni tenerezza e affetto, arrivai a sei anni. E, a dire la verità, il mondo cominciava a sorridermi; e soprattutto la passione per il ballo stava mettendo nel mio cuore profonde radici. E confesso che Se il nostro buon Dio non avesse usato nei miei confronti una speciale misericordia, con quello il demonio m'avrebbe perduta.

Se non sbaglio, ho già detto a V.E., nello stesso scritto, che mia madre aveva l'abitudine d'insegnare la dottrina cristiana ai suoi figli nell'ora della siesta, durante l'estate; d'inverno, la lezione era di sera, durante la veglia, dopo cena, intorno al focolare, mentre si arrostivano e si mangiavano castagne e ghiande dolci.

S'avvicinava dunque il giorno fissato dal parroco per la prima comunione solenne dei bambini della parrocchia. E così mia madre pensò che, siccome la sua figlioletta sapeva bene la dottrina e aveva compiuto i sei anni, poteva forse fare in quell'occasione la prima comunione. A questo scopo mi mandò, insieme a mia sorella Carolina, a assistere alle lezioni di dottrina, che il parroco faceva ai bambini in preparazione alla prima comunione. Andavo dunque tutta raggiante di gioia, con la speranza di ricevere di li a poco per la prima volta, il mio Dio. Il reverendo dava le sue spiegazioni stando seduto su una sedia che stava sopra una pedana. Mi chiamava vicino a lui e quando qualche bambino non sapeva rispondere alle sue domande, per svergognarli, mi faceva rispondere a me.

Arrivò dunque la vigilia del gran giorno e il reverendo fece andare in chiesa tutti i bambini in mattinata, per dire definitivamente il nome di quelli che erano ammessi. Quale non fu il mio dispiacere, allorché il reverendo mi chiama vicino a sé e, accarezzandomi, mi dice che avrei dovuto aspettare fino a sette anni. Cominciai subito a piangere e, siccome ero vicino a mia madre, singhiozzando piegai il capo tra le sue ginocchia.

Stavo in questa posizione, quando entra nella chiesa un sacerdote che il reverendo parroco aveva fatto venir di fuori per aiutare nelle confessioni. Quel reverendo chiese il motivo delle mie lacrime. Dopo essersi informato, mi portò in sacristia e mi esaminò sul catechismo e sull'eucaristia; dopo mi prese per mano, mi portò dal parroco e disse:

Padre Pena, lasci che questa bambina faccia la prima comunione. La bimba sa quel che fa, meglio che molti di quelli li.

Ma ha solo sei anni, replicò il parroco.

Non fa niente! Se lei vuole, mi assumo io questa responsabilità.

E va bene, mi disse il buon parroco va dalla mamma e dille di si: domani farai la prima comunione.

La mia gioia non si può spiegare. Battendo le mani dalla contentezza e correndo per tutto il tragitto, andai a dare la bella notizia a mia madre, che cominciò subito a prepararmi per portarmi, nel pomeriggio, a fare la confessione.

Arrivando in chiesa, dissi a mia madre che volevo confessarmi da quel sacerdote di fuori. Quel reverendo stava confessando in sacristia, seduto su una sedia. Mia madre allora s'inginocchiò vicino alla porta, di fronte all'altare maggiore, insieme alle altre donne che stavano aspettando il turno dei loro figlioletti. Li davanti al Santissimo, mi fece le ultime raccomandazioni.

Quando toccò a me andai a inginocchiarmi ai piedi del nostro buon Dio, rappresentato in quel momento dal suo ministero, per implorare perdono dei miei peccati. Quando ebbi terminato, vidi che tutti ridevano. Mai madre mi chiama e mi dice: «Figlia mia, non sai che la confessione si fa a bassa voce, che è una cosa segreta? Tutti ti hanno sentito! Solo alla fine hai detto una cosa che nessuno ha capito che cos'era». E mentre tornavamo a casa, mia madre fece vari tentativi per vedere che scopriva quello che lei chiamava il segreto della mia confessione; ma non ottenne che un profondo silenzio.
Scoprirò dunque adesso quello che era il segreto della mia confessione.
Il buon sacerdote, dopo avermi ascoltato, mi disse questi brevi parole:
«Figlia mia, la tua anima è il tempio dello Spirito santo. Conservala sempre pura, perché Lui possa continuare in essa la sua azione divina». All'udire queste parole, mi sentii invasa di rispetto per il mio intimo e domandai al buon confessore come dovevo fare:
Ti metti in ginocchio mi rispose il ai piedi della Madonna e le domandi con grande fiducia che abbia cura del tuo cuore e lo prepari per ricevere degnamente domani il suo caro Figlio e che lo conservi per Lui solo!
C'erano in chiesa parecchie immagini della Madonna. Ma siccome le mie sorelle adornavano l'altare della Madonna del rosario, perciò io ero abituata a pregare davanti a quella; e così ci andai anche questa volta a chiederLe, con tutto l'ardore di cui ero capace, che conservasse solo per Dio il mio povero cuore. Ripetei varie volte quest'umile supplica, con gli occhi fissi sull'immagine e mi parve che lei sorrideva e, con gesto di bontà, mi diceva di sì. Rimasi così inondata di gioia, che a malapena riuscivo ad articolare parola.
Le mie sorelle stettero su tutta la notte per farmi il vestito bianco e la corona di fiori. Io non potevo dormire per la contentezza e le ore non passavano mai. Così mi alzavo ogni tanto, andavo da loro a domandare se era gia giorno, se volevano provarmi il vestito, la corona di fiori ecc.
E finalmente spuntò il felice giorno, ma quanto ci volle per arrivare alle nove! Già vestita col mio vestito bianco, la mia sorella Maria mi portò in cucina per chiedere perdono ai miei genitori, per baciare loro la mano e chiedere la loro benedizione. Terminata questa cerimonia, la mamma mi fece le ultime raccomandazioni. Mi disse quel che voleva che io domandassi a nostro Signore quando lo avessi dentro al mio petto e mi lasciò andare con queste parole: «Soprattutto chiedi a nostro Signore che faccia dì te una santa», parole che mi rimasero così impresse in modo indelebile nel cuore, che furono le prime che dissi a nostro Signore subito dopo averlo ricevuto. E ancor oggi mi pare di udire l'eco della voce di mia madre che me le ripete. M'incamminai, con le sorelle, verso la chiesa. Per non insudiciarmì di polvere della strada, mio fratello mi portò in braccio.
Non appena arrivai in chiesa, corsi ai piedi dell'altare della Madonna, a rinnovare la mia domanda. Li rimasi a contemplare il sorriso della sera prima, finché le mie sorelle non vennero a prendermi per mettermi nel posto destinato a me. I bambini erano molti. Formavano quattro file, dalla porta della chiesa fino alla balaustra: due di bambini e due di bambine. Siccome io ero la più piccina, mi toccò il posto vicino agli angioletti, sul gradino della balaustra.
Cominciò la messa cantata e, a mano a mano che il momento si avvicinava, il cuore batteva sempre più forte, nell'attesa della visita di un Dio grande, che stava per scendere dal cielo per unirsi alla mia povera anima. Il rev. parroco scese tra le file a distribuire il pane degli angeli. Ebbi la fortuna di essere la prima. Mentre il sacerdote scendeva dai gradini dell'altare, il cuore pareva che volesse uscirmi dal petto. Ma appena ebbe posato sulle mie labbra l'ostia divina, sentii una serenità e una pace inalterabile; sentii che ero invasa da un'atmosfera così soprannaturale, che la presenza del nostro buon Dio mi diventava così sensibile come se Lo vedessi e lo sentissi con i sensi del corpo. Gl'indirizzai dunque le mie suppliche:
Signore, fate di me una santa. Conservate il mio cuore sempre puro, solo per Te!
Qui mi parve che il nostro buon Dio mi abbia detto, nel fondo del mio cuore, queste parole precise:
La grazia che oggi ti viene concessa, rimarrà viva nella tua anima e produrrà frutti di vita eterna.
La funzione terminò che era quasi il tocco, sia perché i sacerdoti di fuori avevano tardato a venire, sia a causa del sermone e della rinnovazione delle promesse battesimali. Mia madre venne a prendermi, preoccupata; pensando che non stessi più in piedi dalla debolezza. Ma io mi sentivo così trasformata in Dio, così sazia del pane degli angeli, che mi fu impossibile per allora prendere cibo. Da allora perdetti il gusto e l'attrazione per le cose del mondo, e mi sentivo a mio agio solo in qualche luogo solitario, dove potessi, tutta sola, ricordare le delizie della mia prima comunione.
Ma poche volte riuscivo a fare questo ritiro, perché oltre ad essere incaricata di badare ai bambini che le vicine ci affidavano, come ho già detto all'E.V. rev.ma, mia madre faceva anche da infermiera da quelle parti. Venivano a chiedere il suo parere, se si trattava di cose di poca importanza e le chiedevano di andare a casa loro, se il malato non poteva uscire. E lei allora passava la giornata, e a volte, la notte nelle case dei malati. E se la malattia durava a lungo e lo stato degli infermi lo esigeva, faceva passare la notte vicino a loro anche alle mie sorelle, perché i membri della famiglia potessero riposarsi. E se l'infermo era una madre di famiglia con bambini piccoli, che facevano rumore e disturbavano il malato, portava questi bambini a casa nostra e io ero incaricata di farli divertire. E li facevo divertire, insegnando loro a dipanare, facendo girare l'aspo al contrario, facendo girare i cannelli, insegnavo a fare matasse con l'arcolaio e a guidare le spole nel telaio.
C'era sempre molto lavoro dì questo genere, perché ordinariamente c'erano sempre in casa nostra varie ragazze di fuori, che venivano a imparare il mestiere di tessitrice o di sarta. Queste ragazze, per solito, davano sempre segni di grande attaccamento alla nostra famiglia e usavano dire che i giorni migliori della loro vita li avevano passati in casa nostra.

Siccome le mie sorelle, in alcuni periodi dell'anno, dovevano lavorare nei campi durante il giorno, tessevano e cucivano durante le veglie. Dopo la cena e le preghiere che seguivano, dirette da mio padre, si cominciava a lavorare. Tutti avevano qualcosa da fare. Mia sorella Maria andava al telaio; mio Padre le riempiva i rocchetti; Teresa e Gloria andavano a cucire e mia madre filava; Carolina e io, dopo aver messo in ordine la cucina, eravamo occupate a togliere imbastiture, a attaccare bottoni, ecc.; mio fratello, per tenerci svegli, suonava la fisarmonica, al cui suono noi cantavamo varie cose. I vicini venivano non poche volte a farci compagnia e usavano dire, che anche se non li lasciavamo dormire, si sentivano allegri e gli passavano i cattivi umori udendo la festa che facevamo noi.
Ho sentito parecchie donne che dicevano a mia madre: «Beata te! Che figli meravigliosi che il Signore ti ha dato».
A suo tempo, facevamo anche la spannocchiatura al chiaro di luna. Mi sedevo allora in cima a un mucchio di granturco e io ero incaricata di dare a tutti i presenti l'abbracciosorpresa, quando capitava una pannocchia di colore rosso scuro.
Non so se i fatti che ho appena contato sulla mia prima comunione, furono una realtà o un'illusione infantile. So però che essi hanno avuto sempre e hanno ancor oggi una grande influenza nell'unione della mia anima con Dio.
Non so nemmeno perché io sto qui a raccontare a V.E. tutte queste cose della vita di famiglia, ma è Dio che m'ispira così. Lui sa il motivo per cui lo fa. E' forse perché V.E. rev.ma possa vedere come io dovevo essere sensibile alla sofferenza che il buon Dio stava per chiedermi, dopo essere stata tanto vezzeggiata. E siccome V.E. vuoi che io dica tutte le sofferenze che nostro Signore mi ha domandato e tutte le grazie che si è degnato, per sua misericordia, concedermi, mi pare che così mi sarà più facile dirle proprio così come sono avvenute. E poi me ne sto tranquilla, perché so che V.E. metterà nel fuoco tutto quello che vedrà che non ha utilità per la gloria di Dio e di Maria santissima.
E così compii sette anni. Mia madre decise che dovevo cominciare a custodire le nostre pecore. Mio padre non era di questo parere e nemmeno le mie sorelle. Volevano per me, per l'affetto particolare che mi portavano, una eccezione. Ma mia madre non cedette: come le altre diceva, Carolina ha ormai dodici anni. Perciò può cominciare a lavorare nei campi, o imparare a fare la sarta o la tessitrice, se ne ha voglia. E così mi fu affidata la custodia del nostro gregge.
La notizia che io cominciavo la mia vita di pastora si sparse rapidamente tra i pastori e quasi tutti vennero a propormi di essere miei compagni. Dissi a tutti di sì e mi misi d'accordo con tutti per andare ai monti. Il giorno dopo la montagna era piena di pastori e di greggi. Pareva coperta da una nuvola. Ma io non mi sentivo a mio agio in mezzo a tanto gridare. Allora ne scelti tre come compagne e, senza dir niente agli altri, ci mettemmo d'accordo per andare a pascoli completamente diversi. Le mie prescelte erano: Teresa Matias, sua sorella Maria Rosa e Maria Justino.
Il giorno dopo ce ne andiamo con le nostre greggi a un monte chiamato Cabeço. Ci dirigemmo al versante del monte che guarda a nord. Sul versante di questo monte a sud, resta Valinhos, che V.E. di nome deve già conoscere. E, sul versante rivolto a levante, c'è quella roccia, della quale pure ho parlato a V.E. nello scritto su Giacinta. Salimmo con le nostre greggi, fin quasi alla cima del monte. Ai nostri piedi c'era un grande bosco, che si stende nella piana della valle: ulivi, castagni, pini, lecci, ecc.
Sarà stato più o meno verso mezzogiorno, quando mangiammo il nostro spuntino. Dopo lo spuntino, invitai le mie compagne a recitare con me il rosario, cosa che accettarono volentieri. Avevamo appena cominciato, quando vediamo davanti ai nostri occhi, come sospesa nell'aria, sopra il bosco, una figura, come se fosse una statua di neve, che i raggi del sole facevano un po' trasparente.
Che roba è quella? domandarono le mie compagne un po' impaurite.
Non so.
Continuammo la nostra preghiera, sempre con gli occhi fissi in quella figura, che scomparve non appena terminammo.
Io, secondo il mio solito, decisi di starmene zitta; ma le mie compagne, appena arrivate a casa, contarono alle famiglie quel che era avvenuto. Si sparse la notizia. Un giorno, arrivo in casa e mia madre mi domanda:
Senti un po'. Dicono che hai visto giù di lì non so che. Si può sapere cos'hai visto?
Non so. E siccome non sapevo spiegarmi, aggiunsi Pareva una persona avvolta in un lenzuolo. E, volendo dire che non avevo potuto scorgerne i lineamenti, dissi: «Non si riusciva a vedergli né occhi, né mani».
Stupidaggini di bambini disse mia madre e chiuse il caso con un gesto di disprezzo.
Passò un po' di tempo e noi tornammo con le nostre greggi a quello stesso posto, e si ripeté la stessa cosa, nello stesso modo. Le mie compagne raccontarono di nuovo l'accaduto. E la stessa cosa si ripeté di lì a un po' di tempo.
Era la terza volta che mia madre sentiva parlare di questi avvenimenti da gente dì fuori, senza che io avessi detto una sola parola in casa. Mi chiama allora, già poco soddisfatta e mi domanda:
Vediamo un po'. Cos'è questa roba che voi vedete giù di li?
Non so, mamma, non so cos'è.
Parecchi cominciarono a prenderci in giro. E siccome io, dal tempo della mia prima comunione restavo a tratti come assorta, le mie sorelle, ricordando quel che era avvenuto, mi chiedevano con una punta d'ironia: «Stai vedendo qualcuno avvolto in un lenzuolo?».
Questi gesti e parole di commiserazione mi colpivano molto, perché io ero abituata a ricevere solo carezze e attenzioni. Ma questo non era niente. è che io non sapevo quello che il buon Dio mi aveva riservato per il futuro.
è a questo punto che Francesco e Giacinta chiesero e ottennero, come ho già raccontato all'E.V. rev.ma, il permesso dei genitori di cominciare a custodire il loro gregge. Lasciai così queste buone compagne e le sostituii con i miei cugini Francesco e Giacinta.
Ci mettemmo d'accordo, dunque, di pascolare le nostre greggi nei terreni dei miei zii e dei miei genitori, per non stare insieme sui monti con gli altri pastori.
Un bel giorno andammo con le nostre pecorelle nella proprietà dei miei, situata ai piedi del monte di cui ho parlato, dalla parte rivolta verso levante. Questa proprietà si chiama Chousa Velha. Verso metà mattina, cominciò a cadere una pioggerellina fine, poco più che una rugiada. Risalimmo il pendio del monte, seguiti dalle nostre pecorelle, in cerca di una roccia che ci servisse da riparo. Fu allora che per la prima volta entrammo in quella benedetta grotta. Si trova in mezzo a un uliveto e appartiene al mio padrino Anastacio. Da lì si vede il piccolo paesetto dove sono nata, la casa dei miei genitori, i paesini di Casa Velha e Eira da Pedra. L'uliveto ha parecchi proprietari e si estende fino a confondersi con questi piccoli paesetti.
Lì passammo la giornata, anche se aveva smesso di piovere ed era apparso un sole bello e splendente. Facemmo lo spuntino e recitammo il nostro rosario e chissà forse uno di quelli, che noi usavamo dire per la fretta di poter giocare, come ho già raccontato a V.E., passando i grani e dicendo solo le parole: Ave, Maria e Padre nostro! Finito di pregare, cominciammo a giocare con i sassolini.
Si stava giocando da qualche momento ed ecco che un vento forte scuote gli alberi e ci fa alzare gli occhi per vedere cosa succedeva, perché il giorno era sereno. Vediamo allora che sopra l'uliveto viene verso di noi quella figura di cui ho già parlato. Giacinta e Francesco non l'avevano mai vista e io non gliene avevo mai parlato. A mano a mano che si avvicinava, riuscivamo a scorgerne le fattezze: un giovane di 14 o 15 anni, più bianco che se fosse stato di neve, e il sole lo rendeva trasparente come se fosse stato di cristallo e di una grande bellezza. Arrivato vicino a noi ci disse:
Non abbiate paura. Sono l'angelo della pace. Pregate con me. E, inginocchiatosi per terra, curvò la fronte fino al suolo e ci fece ripetere tre volte queste parole: Mio Dio, io credo, adoro, spero e vi amno! Io vi domando perdono per quelli che non credono, non adorano, non sperano e non vi amano.

Poi, alzandosi disse:

Pregate così. I Cuori di Gesù e di Maria stanno attenti alla voce delle vostre suppliche.

Le sue parole s'impressero talmente nel nostro spirito, che noi non le scordammo mai più. E da allora noi trascorrevamo lunghi periodi di tempo, così prosternati, ripetendole a volte fino a cadere dalla stanchezza. Raccomandai subito che era necessario mantenere il segreto e, questa volta, grazie a Dio, fecero come volevo io.

Passò un bel po' di tempo e un giorno d'estate, che eravamo andati a passare la siesta a casa, stavamo giocando in cima a un pozzo, che i miei avevano in fondo al giardino e che si chiamava Arneiro. (Nello scritto su Giacinta, ho già parlato anche di questo pozzo). Improvvisamente, vediamo vicino a noi la stessa figura, o angelo, come mi pare che doveva essere e dice:

Che fate? Pregate, pregate molto! I Cuori santissimi di Gesù e di Maria hanno sopra di voi disegni di misericordia. Offrite costantemente all'Altissimo orazioni e sacrifici.

E come dobbiamo sacrificarci? domandai.

Offrite a Dio il sacrificio di tutto quello che vi sarà possibile, in atto di riparazione dei peccati, con cui Lui viene offeso e per impetrare li conversione dei peccatori. Attirate così, sopra la nostra patria, la pace. Io sono il suo angelo custode, l'angelo del Portogallo. Soprattutto accettate e sopportate con sottomissione le sofferenze che il Signore vi manderà.
Passò parecchio tempo e andammo a pascolare il gregge in una proprietà dei miei genitori situata sul pendio del monte di cui ho parlato, un po' sopra Valinhos. è un uliveto chiamato Pregueira. Finito lo spuntino, decidemmo di andare a pregare nella grotta che restava dall'altra parte del monte. Perciò si fece un mezzo giro sul pendio e dovemmo arrampicarci su per alcune rocce, situate proprio in cima alla Pregueira. Le pecore riuscirono a passare con molta difficoltà.

Appena arrivati ci mettemmo in ginocchio con la faccia a terra e cominciammo a ripetere l'orazione dell'angelo: «Mio Dio, io credo, adoro, spero e vi amo ecc.». Non so quante volte avevamo ripetuto questa preghiera, quando vediamo che sopra di noi brilla una luce sconosciuta. Ci alziamo per vedere che cosa stava succedendo e vediamo l'angelo che aveva nella mano sinistra un calice, sopra il quale stava sospesa un'ostia, dalla quale cadevano alcune gocce di sangue dentro al calice. L'angelo lascia sospeso il calice per aria, s'inginocchia vicino a noi e ci fa ripetere tre volte:

Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito santo, io vi offro il preziosissimo corpo, sangue, anima e divinità di Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli della terra, in riparazione di tutti gli oltraggi, sacrilegi e indifferenze, con i quali Egli stesso è offeso. E per i meriti infiniti del suo santissimo Cuore e del Cuore immacolato di Maria, vi domando la conversione dei poveri peccatori.
Poi si alza, prende nelle mani il calice e l'ostia. Dà a me l'ostia santa e il calice lo divise tra Giacinta e Francesco, dicendo nello stesso tempo:

Prendete e bevete il corpo e il sangue di Gesù Cristo, orribilmente oltraggiato dagli uomini ingrati. Riparate i loro crimini e consolate il vostro Dio.

E, prostrandosi nuovamente in terra, ripeté con noi altre tre volte la medesima orazione: «Santissima Trinità ecc.», e scomparve.

Noi rimanemmo nella stessa posizione, ripetendo sempre le stesse parole e quando ci alzammo, vedemmo che s'era fatto sera e perciò era ora che ce ne andassimo a casa.

Eccomi, Eccellenza reverendissima, arrivata alla fine dei miei tre anni di pastorella, dai sette ai dieci anni. Durante questi tre anni, la nostra casa e oserei quasi dire la nostra parrocchia aveva mutato aspetto quasi completamente. Il rev. P. Pena non era più nostro parroco e era stato sostituito dal rev. P. Boicinha. Questo zelantissimo sacerdote, venuto a conoscenza dei costumi pagani che esistevano nella parrocchia, come balli e danze, cominciò a predicare contro questo dal pulpito nelle omelie domenicali. In pubblico e in privato, approfittava di tutte le occasioni che gli capitavano per combattere queste cattive usanze.

Mia madre, quando senti il buon parroco parlate così, proibì alle mie sorelle di andare a simili divertimenti. E siccome l'esempio delle mie sorelle portò molte altre a non partecipare, quest'usanza andò a poco a poco scomparendo.

Lo stesso avvenne tra i bambini, che come ho già detto a V.E. nella esposizione su mia cugina facevano le loro danze a parte.

Ci fu chi disse a mia madre:

Ma fin adesso non era peccato ballare! E ora, perché è cambiato il parroco, improvvisamente diventa peccato? Ma che sistemi sono questi?

Non so rispose mia madre una cosa è certa però, che il signor priore non vuole che si balli e perciò le mie figliole non si rimettono con certe compagnie. Al massimo le lascerò ballare un po' in casa, perché il signor priore dice che in famiglia non c'è niente di male.

In questo periodo le mie due sorelle più vecchie lasciarono la casa paterna, perché avevano ricevuto il sacramento del matrimonio.

Mio padre s'era lasciato trascinare da cattive compagnie e era caduto nei lacci di una triste passione, a causa della quale avevamo già perduto alcuni dei nostri terreni. Mia madre, visto che i mezzi di sussistenza scarseggiavano, decise di mandare le mie due sorelle Gloria e Carolina a servizio in altre famiglie.

Rimase dunque in casa mio fratello, per lavorare i campi che ci restavano; mia madre, che si occupava della casa e io per pascolare il gregge.

La mia povera mamma viveva immersa in una profonda amarezza e quando, la sera, stavamo tutti e tre riuniti intorno al focolare, aspettando il babbo per cenare, mia madre, a vedere vuoti i posti delle altre sue figlie, diceva. con una profonda tristezza: «Mio Dio, dov'è andata a finire la felicità di questa famiglia?». E, piegando la testa su un tavolinetto che aveva a fianco, scoppiava in amari pianti. Mio fratello e io univamo le nostre lacrime alle sue. Era una delle scene più tristi a cui io abbia assistito. Sentivo il cuore spezzarsi dal desiderio di rivedere le mie sorelle e per l'amarezza di mia madre. Anche se ero una bimbetta, capivo benissimo la situazione in. cui ci trovavamo.
Mi ricordavo allora delle parole dell'angelo: «Soprattutto accettate, sottomessi, i sacrifici, che il Signore vi manderà». Mi ritiravo allora in un luogo solitario, per non aumentare con la mia sofferenza quella di mia madre. Questo luogo era, di solito, il nostro pozzo. Là, in ginocchio, prostrata sopra i lastroni che lo coprivano, univo alle sue acque le mie lacrime e offrivo a Dio la mia sofferenza. A volte Giacinta e Francesco arrivavano e m'incontravano in questo stato, amareggiata. E siccome la mia voce era interrotta dai singhiozzi e non potevo parlare, essi soffrivano con me al punto di spargere pure loro abbondanti lacrime. Era Giacinta allora che faceva a voce alta la nostra offerta:

Mio Dio! è in atto di riparazione e per la conversione dei peccatori che Vi offriamo tutte queste sofferenze e sacrifici.

La formula dell'offerta non era sempre esatta, ma il senso era sempre questo.
Queste sofferenze tanto grandi cominciarono a mirate la salute di mia madre. Ormai non poteva più lavorare e fece venite mia sorella Gloria, che stesse dietro ai lavori di casa. Accorsero allora i medici e chirurghi che c'erano da quelle parti. Provò un'infinità di medicine, senza ottenere nessun miglioramento. Il buon parroco si offerse di portare mia madre a Leiria, col suo baroccio tirato da mule, perché potesse consultarvi dei medici. E ci andò, accompagnata da mia sorella Teresa, ma ritornò a casa mezza morta per la stanchezza e sfinita dalle visite, senza aver ottenuto alcun risultato.

Si consultò infine con un chirurgo che lavorata a S. Mamede, il quale dichiarò che mia madre soffriva di una lesione cardiaca, lo spostamento di una vertebra e un abbassamento renale. La sottomise ad una rigorosa cura di punte infocate e varie medicazioni, con cui ottenne qualche miglioramento.

Ecco lo stato in cui ci trovavamo, quando arrivò il 13 maggio 1917. Mio fratello raggiungeva pure in quel periodo l'età di presentarsi per il servizio militare. E siccome godeva di una salute perfetta, c'era da aspettarsi che risultasse idoneo. Inoltre era tempo di guerra e era difficile farlo esentare.

Col timore di restare senza nessuno che s'occupasse dei campi, mia madre richiamò a casa anche la mia sorella Carolina. Frattanto il padrino di mio fratello prometteva di farlo esentare. Fece dei passi presso il medico Ispettore e il nostro buon Dio si degnò, per allora di dare a mia madre questa consolazione.

Non sto qui a descrivere l'apparizione del 13 maggio. V.E. la conosce bene e perciò il tempo impiegato a descriverla sarebbe tempo perso.

V.E. conosce bene anche il modo con cui mia madre si informò del fatto e gli sforzi che fece per obbligarmi a dire che 'avevo mentito.

Le parole che la santissima Vergine mi disse in quel giorno e che decidemmo d'accordo di non rivelare, furono (dopo aver detto che saremmo andati in cielo, chiese):

Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze, che Lui vorrà inviarvi, in riparazione dei peccati con cui Egli è offeso e per impetrare la conversione dei peccatori?

Sì, noi lo vogliamo fu la nostra risposta.

Avrete dunque molto da soffrire, ma la grazia di Dio sarà il vostro conforto.

Il 13 di giugno si celebrava nella nostra parrocchia la festa in onore dl sant'Antonio. Quel giorno era tradizione dar la via alle greggi al mattino per tempo; e alle nove si chiudevano negli stabbi per andare alla festa. Mia madre e mia sorella che sapevano quanto io amassi le feste, mi dicevano di solito: «Voglio proprio vedere se lasci la festa per andare a Cova da Iria a parlare con quella Signora». Quel giorno nessuno mi rivolse la parola, però mi guardavano con l'aria di chi pensa: «Lascia perdere; stiamo a vedere cosa fa'».
Così detti la via al gregge al mattino presto, con l'intenzione di chiuderlo nello stabbio alle nove, andate alla messa delle dieci e poi andare a Cova da Iria. Ma ecco che poco dopo il sorgere del sole, mio fratello mi viene a chiamare: che dovevo andare a casa, che c'erano varie persone che volevano parlarmi. E restò lui col gregge e io andai a vedere che cosa volevano. Erano uomini e donne che venivano dai paesi di Minde, dalle parti di Tomar, Carrascos, Boleiros, ecc., e che volevano accompagnarmi a Cova da Iria. Io dissi loro che era ancora presto e li invitai ad andare con me alla messa delle otto. Dopo tornai a casa. Questa buona gente mi aspettò nel nostro cortile, all'ombra dei nostri fichi. Mia madre e mia sorella mantennero il loro atteggiamento di commiserazione, che in realtà mi feriva e mi costava più degli insulti.
Verso le 11, uscii di casa, passai dalla casa dei miei zii, dove Giacinta e Francesco mi aspettavano e ce ne andiamo a Cova da Iria, in attesa del momento desiderato. Tutta la gente ci seguiva, facendoci mille domande. In questo giorno, io mi sentivo molto amareggiata: vedevo mia madre afflitta, che voleva a tutti i costi farmi confessare come mi diceva la mia menzogna. Io avrei voluto farla contenta, ma non sapevo ormai come, senza mentire. Ella aveva infuso nei suoi figli, fin dalla culla, un grande orrore per la menzogna e castigava severamente chi ne dicesse qualcuna.

Sono sempre riuscita diceva a far sì che i miei figli dicessero la verità; e ora dovrei passar sopra a una cosa del genere con la più piccola? Magari se si trattasse di una cosa meno importante...; ma una menzogna simile che ha già tratto in inganno tante persone!

Dopo questi sfoghi, si rivolgeva a me e diceva:

Rigirala un po' come ti pare! O tu la finisci d'imbrogliare questa gente, confessando che hai mentito, o ti rinchiudo in una stanza dove non puoi più vedere nemmeno la luce del sole. A tanti altri dispiaceri, mi mancava proprio che venisse ad aggiungersi una cosa simile.

Le mie sorelle prendevano le parti di mia madre e intorno a me si respirava un'atmosfera di disprezzo e di rifiuto. Mi ricordavo allora dei tempi
passati e domandavo a me stessa: «Dov'è la tenerezza, che fino a poco tempo fa la mia famiglia aveva per me?». Mio unico sfogo erano le lacrime, sparse davanti a Dio, mentre gli offrivo il mio sacrificio.

Quel giorno dunque la SS. Vergine, come se indovinasse quel che stava succedendo, oltre a quello che ho già narrato, mi disse:

E tu soffri molto? Non scoraggiarti! Io mai ti lascerò; Il mio Cuore immacolato sarà il tuo rifugio e il cammino che ti condurrà a Dio.

Giacinta, quando mi vedeva piangere, mi consolava dicendo:

Non piangere! Di sicuro sono questi i sacrifici che l'angelo ha detto che Dio ci avrebbe inviato. Perciò è per riparare e per convertire i peccatori che tu soffri.

Fu in questo periodo che il parroco della mia parrocchia venne a conoscenza di quel che avveniva e mandò a dire a mia madre di portarmi a casa sua. Lei si sentì sollevata, stimando che il signor priore si sarebbe assunto la responsabilità degli avvenimenti. Per questo mi disse:
Domattina andiamo a messa di buon'ora. Poi tu vai dal signor priore. Egli ti obbligherà a dire la verità, comunque sia: che ti castighi, che faccia dite quello che gli pare; basta che ti obblighi a confessare che hai mentito, io sono contenta».
Le sorelle presero anche loro le parti di mia madre e inventarono una infinità di minacce per impaurirmi al pensiero dell'incontro col parroco. Informai Giacinta e Francesco su quello che stava avvenendo ed essi mi risposero:

Veniamo anche noi. Il signor priore ha mandato a dire a mia madre di portarci là, ma mia madre non ci ha detto niente di tutte queste cose. Pazienza. Se ci picchiano, soffriremo per amore di nostro Signore e per i peccatori.

Il giorno dopo me ne andai dietro a mia madre, che per la strada non mi disse nemmeno una parola. Io confesso che tremavo, al pensiero di quello che doveva succedere. Durante la messa, offersi a Dio le mie sofferenze; dopo, dietro a mia madre, attraverso il sagrato e salgo le scale della veranda del parroco. Saliti i primi gradini, mia madre si gira verso di me e mi dice:

Non mi dar più grattacapi! Ora tu dici al signor priore che hai mentito e così lui, domenica, può avvisare in chiesa che è stata una menzogna e tutto finisce lì. Ma ti pare una cosa da farsi, tutta questa gente che corre a Cova da Iria a pregare davanti a un leccio!

Senza dire altro, bussa alla porta. Viene ad aprire la sorella del parroco, che ci fa sedere su una panca e ci dice di aspettare un poco. E infine venne il signor priore. Ci fa entrare nel suo studio, fa segno a mia madre di sedersi su una panca e mi chiama vicino alla scrivania. Quando vidi che il reverendo parroco m'interrogava con tanta serenità e perfino con amabilità, rimasi meravigliata. Però mi tenevo nell'attesa di quello che sarebbe avvenuto dopo.

L'interrogatorio fu molto minuzioso e quasi quasi oserei dite spossante. Il reverendo mi fece un leggero ammonimento dicendo:

Non mi sembra una rivelazione del cielo. Quando succedono queste cose, nostro Signore invia ordinariamente queste anime, con cui si mette in comunicazione, a render conto di quello che avviene ai loro confessori o parroci; e questa qui, al contrario, si chiude in sé più che può. Anche questo può essere un inganno del demonio. Vedremo. Il futuro ci dirà che cosa dobbiamo pensarne.

Quanto mi abbia fatto soffrire questa osservazione, solo nostro Signore lo può sapere, perché Lui solo può penetrare nel nostro intimo.

Cominciai allora a dubitare se queste manifestazioni venissero dal demonio, che cercava in questo modo di perdermi. E siccome avevo sentito dire che il demonio porta sempre guerra e disordine, cominciai a pensare che, di fatto, da quando io vedevo queste cose, non c'erano più state né allegria né tranquillità in casa nostra. Che angoscia provavo. Manifestai il mio dubbio ai miei cugini. Giacinta rispose:

Ma no, non è il demonio! Il demonio dicono che è molto brutto, che sta sotto terra, all'inferno; quella Signora è così bella e noi l'abbiamo vista salire al cielo!

Nostro Signore si servì di questo per far svanire un po' il mio dubbio. Ma nel corso del mese perdetti l'entusiasmo per la pratica del sacrificio e della mortificazione. Non sapevo se avrei finito per dire che avevo mentito e così farla finita con tutto. Giacinta e Francesco mi dissero:
Non far così! Non capisci che adesso sì che dici una bugia e dire le bugie è peccato!
Mi trovavo in questo stato, quando ebbi un sogno che aumentò le tenebre del mio spirito: vidi il demonio che mi aveva ingannata, ridacchiava e faceva sforzi per trascinarmi all'inferno. Al vedermi tra le sue sgrinfie, cominciai a gridare così forte, invocando la Madonna, che svegliai mia madre, la quale mi chiamò, preoccupata, e mi domandò cosa avevo. Non mi ricordo che cosa le risposi. Ricordo però che quella notte non potei più dormire, perché ero paralizzata dalla paura.
Questo sogno lasciò nel mio spirito una vera nube di paura e di afflizione. Mio unico sollievo era starmene tutta sola, in un canto solitario e lì piangere a volontà. Cominciò a infastidirmi perfino la compagnia dei miei cugini e perciò cominciai a nascondermi anche da loro. Poveri bambini. A volte andavano in giro a cercarmi, chiamandomi per nome, e io ero li vicino, senza rispondergli, nascosta a volte in un cantuccio, verso cui non si sognavano nemmeno di guardare.

Si avvicinava intanto il tredici luglio e io non sapevo se ci sarei andata. Pensavo: «Se è il demonio, perché dovrei vederlo? Se mi dicono perché non ci vado, dico che ho paura che sia il demonio che ci appare e che perciò non ci vado. Giacinta e Francesco facciano come gli pare. Io non ci torno più a Cova de Iria. La mia decisione era presa e io ero decisa a metterla in pratica.
Il dodici, nel pomeriggio, cominciò a radunarsi della gente, che veniva per assistere agli avvenimenti del giorno seguente. Chiamai allora Giacinta e Francesco e li informai della mia decisione. Essi risposero: «Noi ci andiamo. Quella Signora ci ha detto di andarci. Giacinta si offerse a parlare lei con la Signora, ma le dispiaceva che io non ci andassi e cominciò a piangere. Le domandai perché piangeva:
Perché tu non vuoi venire!

No, io non ci vado; Senti: se la Signora ti domanda di me, dille che non vengo, perché ho paura che sia il demonio. E li piantai lì e andai a nascondermi, così non avevo da parlare con le persone che mi cercavano per interrogarmi.

Mia madre pensava che stessi giocando con i bambini del posto, durante tutti questi periodi che passavo nascosta dietro un cespuglio, che c'era nella proprietà di un vicino, che confinava col nostro Ameiro, un po' a est del pozzo già tante volte ricordato. Quando arrivavo in casa, la sera, mi rimproverava dicendo:

Questa sì che è una santerella di legno tarlato! Tutto il tempo che le avanza che non va colle pecore, sta a giocare in modo tale che nessuno la trova.
Il giorno dopo, mentre si avvicinava l'ora in cui dovevo partire, mi sentivo spinta ad andare da una forza misteriosa, alla quale non mi era facile resistere. Mi misi dunque in cammino e passai dalla casa dei miei zii, per vedere se c'era ancora Giacinta. La trovai in camera, col suo fratellino Francesco, in ginocchio vicino al letto, piangendo.
Allora, voi non andate? domandai loro.
Senza te non abbiamo il coraggio di andare. Dai, vieni!
Son qui che vado, risposi.

Allora, subito rasserenati, patirono con me.
La folla ci aspettava in grossi gruppi lungo le strade e a malapena riuscimmo ad arrivare. Fu questo il giorno in cui la SS. Vergine si degnò di rivelarci il segreto. Poi, per rianimare il mio fervore intiepidito, ci disse:
Sacrificatevi per i peccatori o dite a Gesù, molte volte, ma specialmente tutte le volte che offrite un sacrificio: «O Gesù, è per amor vostro e per la conversione dei peccatori e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria».
Grazie al nostro buon Dio, con questa apparizione scomparvero le nubi dall'anima mia e ritrovai la pace.
La mia povera mamma era sempre più preoccupata a vedere il gran numero di gente che veniva lì da tutte le …
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