CERTEZZE SU GESU' - Padre Idelbrando A. Santangelo

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Christian Chabanis nel suo libro Dio esiste? No... (Mondadori) intervistando gli uomini moderni più illustri della Scienza e della Cultura francese che si dichiarano atei fa vedere come infondo la maggioranza di essi sono agnostici più che atei e hanno una certa nostalgia di Dio; quelli poi che si dichiarano atei dicono onestamente che il loro ateismo è una scelta, ma non ne hanno alcuna prova.
Ionesco confessa candidamente quello che forse la maggioranza degli atei dovrebbero confessare se ne avessero il coraggio, e cioè che il suo ateismo è dovuto a una caduta, ossia al suo peccato.
Da quel momento, egli dice, posso dire di avere abbandonato il cielo e ho l'impressione che il cielo mi abbia abbandonato. Mi sono sempre più immerso nella vita: avido, vorace. Più invecchio, più nutro un folle desiderio di vivere, una enorme golosità, una sensualità: il vino, la vita, che è il contrario della "vera vita ", la gloria letteraria: tutto questo. E sento che all'origine di tutti questi enormi desideri vi è, come prima causa, il mio primo errore: cioè la mia caduta personale (Dio esiste? No..., p. 255). Ma aggiunge di non essere sicuro del suo ateismo, come dell'ateismo della maggioranza di quanti si dicono atei.
L'economista Georges Elgozy più che dall'idea di Dio è colpito dall'idea dell'immortalità, perché in fondo è quella che ci riguarda. E dell'immortalità dice con amarezza: Non ne so nulla, non ho alcuna prova.
Nello scrivere Les damnés de 1'opulence, mi ero detto: sono duemila anni che non è giunto nessuno di grande levatura a dirci qualcosa che ci stupisca e che potrebbe cambiare la nostra vita. Abbiamo una marea di abitudini che sono inverosimili e delle quali la gente peraltro non vuole più sentire parlare e ha ragione di non volerle più. Forse qualcuno che sarebbe più grande degli altri non potrebbe cambiare tutto ciò?
E rileggendo quel che avevo scritto, mi sono chiesto se per caso non stessi auspicando un Cristo! E non comprendevo più me stesso. Considero il Cristo venuto se non da un altro mondo, da un'altra dimensione, comunque. Gli uomini non hanno uguali capacità di intelligenza, di comprensione, di carità. Un uomo che merita l'ammirazione di tutti gli altri per la totalità di carità che ha assunto, è unico nella storia. Che poi sia di origine divina, non saprei dire. Onestamente, non lo posso dire. Ma vorrei che ve ne fossero altri come lui; vorrei peraltro che tutti gli uomini fossero simili a lui. è qualcosa di straordinario. Io stesso vorrei possedere certe qualità che egli aveva. E non smetto di lottare contro il mio egoismo, contro tutto ciò che disgraziatamente ho in comune con tutti gli uomini, per tentare di uscire dalla mia mediocrità di uomo egoista » (Dio esiste? No..., p. I I4).
Potremmo ricordare all'Elgozy quanto dice Platone nell'Apologo della Caverna: "Vi parlo di un mondo della luce che ignoriamo nel nostro universo di ombre e di tenebre e, come voi, non posseggo il mezzo per essere certo di esso. Bisognerebbe quindi che qualcuno venisse da quel mondo per farci certi di quel che io non faccio che cogliere". E, se questo qualcuno è venuto a rivelarci tale mondo di luce, non è la cosa più importante e più interessante per l'uomo andare a vedere se è vero?
Dall'illuminismo a oggi si è ampiamente predicato che il Cristianesimo è superato dai tempi e che può vivere e proliferare soltanto dove regna una mentalità infantile e magica, mentre basta una solida cultura storica e scientifica per eliminarlo.
Se leggi questo libro senza pregiudizi, con mentalità critica, potrai vedere che le cose stanno esattamente al contrario. L'incredulità può esistere e proliferare soltanto dove c'è l'ignoranza dei motivi di credibilità, dove c'è il pregiudizio accompagnato da una mentalità antistorica e antiscientifica.
Basta una ricerca onesta su Gesù con seri criteri storici e scientifici per vedere l'inconsistenza e la puerilità dell'incredulità.
In tutta questa ondata anticristiana una cosa resta inspiegabile: quale interesse può avere l'uomo ad eliminare Gesù?
Se Gesù fosse una favola, non sarebbe la più bella favola del mondo?
Gli interessi dell'uomo sono nella storicità e nella divinità di Gesù o nella sua eliminazione?
è meglio per l'uomo che Gesù sia ancora vivo, o è meglio che sia scom arso, come tutti gli uomini vissuti prima di noi?
è vero che non sono gli interessi dell'uomo a stabilire la verità o la falsità di un fatto storico, ma è altrettanto vero che se da un fatto passato dipende la mia fortuna, come ad es. da un testamento di molti miliardi a mio favore, io non vado cercando prove che distruggano quel testamento, ma documentazioni serie e non contestabili che ne provino l'autenticità dinanzi alla legge.
Se Gesù ha detto, come ha detto, che non ti annienterai con la morte, che non si annientano le persone che ami, che risorgeremo insieme e vivremo insieme felici eternamente, perché non vedi se Gesù ha detto veramente tali parole, se queste sue parole sono attendibili, se tutto questo che umanamente è inconcepibile ha in effetti garanzie sicure?
E se questa tua fortuna dipendesse, come dipende, da questa tua ricerca storica e scientifica su Gesù, perché non farla? Questo libro ti aiuterà in ciò.


1. CON GESù è NATA LA SPERANZA
L'uomo fin dall'origine ha avuto l'intuizione di un creatore ed ha cercato di mettersi in contatto con lui.
Per questo Plutarco poté asserire: « Puoi percorrere la terra e interrogare tutti gli uomini: non troverai un popolo ateo ». L'ateismo è un prodotto di alienazione.
Per tale motivo siamo convinti che tutte le religioni sono buone in quanto rappresentano lo sforzo dell'uomo per arrivare a Dio; sebbene tutte siano incomplete o imperfette, perché miste ad errori, e perché « nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo ha voluto rivelare » (Mt. 11,27). Ci sono poi delle religioni cosiddette rivelate.
Sono le grandi religioni antiche: l'induismo, il buddismo, l'islamismo. Ad esse si aggiunge, quasi in ogni secolo, qualche nuova piccola religione, frutto di qualche esaltato, dalla vita effimera.
Negli ultimi cento anni c'è stata una vera fioritura di presunti profeti. I principali sono:
Nel secolo scorso Husam Alì Nuri che fondò il Baha'ismo; Joseph Smith che fondò i Mormoni.
In questo secolo Russel che fondò i Testimoni di Geova; Moon che fondò la Religione dei principii universali, ossia la Nuova Era.
I seguaci di tali religioni hanno tutti una mentalità acritica e prescientifica.
Nessuna di tali religioni ha basi storiche: nessuna può far resistere i suoi fondatori e i suoi Libri presunti rivelati all'assalto della Storia delle Forme, della Storia della Redazione, della Storia della Tradizione; nessuna ha documentazione scientifica dei suoi presunti fatti soprannaturali. Nessuno dei fondatori di tali religioni dà altre prove all'infuori della sua personale affermazione; ma nessuno è testimonio di se stesso.
Ci sono molti che restano dubbiosi e incerti su quale sia la vera religione, quale scegliere, se tutte sono vere, se tutte sono false.
Ci sono poi quelli che dal cattolicesimo passano all'una o all'altra setta cristiana o addirittura a una religione pagana.
Tutti costoro partono da un cristianesimo mal conosciuto o totalmente sconosciuto.
Oggi c'è tutta una crociata contro Gesù.
Non è solo una crociata ingiustificata, ma è un vero karakiri. Di Gesù non hanno nulla da temere né i poveri, i diseredati, gli oppressi, né coloro che vogliono il bene di tutti costoro.
Per questo i marxisti E. Bloch, V. Gardavsky, R. Garaudy, M. Machovec, L. Kolakowsky, i quali manifestano un coraggioso interesse per la figura di Gesù e per il suo messaggio, concordano nel ritenere Gesù un uomo coerente, portatore di un messaggio di alto potenziale rivoluzionario, che ha molte cose interessanti da dire anche oggi. Per essi Gesù è il « grande modello di libertà » (R. Garaudy); « un esempio di coraggio senza compromessi » (L. Kolakowsky); « colui che con le sue azioni ci mostra che l'uomo può fare miracoli » (V. Gardarvsky).
E addirittura Machovec giunge a dire: « Non sarò io a deplorare la scomparsa della religione in quanto tale. Ma nel caso che dovessi vivere in un mondo che abbia potuto dimenticare totalmente la "causa di Gesù" allora io preferirei non vivere più... A me sembra che in un simile mondo... sarebbe impossibile anche la vittoria, rettamente intesa, della "causa di Karl Marx " ».
Gesù è il grande amico e difensore dei poveri, degli umili e degli oppressi, e si proclama il giustiziere supremo di quanti li hanno oppressi o anche solo non aiutati: è il grande premiatore di tutti quelli che li soccorrono.
è stato lui che ha iniziato una vera rivoluzione a favore dei poveri. Di Gesù non hanno nulla da temere né le persone oneste e buone che vivono secondo natura e cercano nella vita di fare del bene; né i peccatori desiderosi di salvezza, perché proprio per essi egli è venuto in terra ed è morto in croce.
Di Gesù non hanno ancora nulla da temere coloro che non si contentano della terra, ma desiderano vivere felici eternamente: per far loro conoscere la strada per raggiungere tale felicità eterna egli si è fatto uomo.
Forse tu pensi che sono una favola i miracoli e la resurrezione di Gesù. Questo libro ti farà vedere che non c'è niente di più storico di essi, e ti accenderà una speranza.
Infatti se Gesù è risorto risorgeremo anche noi, incorruttibili, belli e immortali, come lui l'ha promesso; e insieme a noi risorgeranno i nostri cari per essere con noi eternamente felici. Perché combattere questa meravigliosa speranza?
In definitiva il problema si riduce a questo: se Gesù è ancora vivo, anch'io vivrò eternamente; se Gesù è scomparso, anch'io mi annienterò. Ogni salvezza fuori di Gesù è una favola.
Di Gesù hanno da temere solo gli egoisti, gl'imbroglioni, i violenti, coloro che non amano e sono vissuti solo per sé, coloro che non hanno esaurito tutti i possibili godimenti della terra e solo per godere sono vissuti, o che, peggio ancora, per ottenere questo hanno oppresso o strumentalizzato gli altri; essi infatti, saranno puniti col fuoco eterno.
Tutti coloro che amano la luce, la bellezza, la bontà, la sapienza, la dolcezza le troveranno in Gesù, come nella sorgente.
Tutti quelli che vogliono un mondo più pulito, più giusto, più pacifico, più fraterno troveranno in Gesù il più grande aiuto e alleato, anzi l'unico mezzo per attuarlo.
Tutti quelli che vogliono vivere eternamente troveranno in Gesù il pegno della resurrezione.
Dopo il fallimento dei miti umani di questi ultimi secoli, finiti tutti in un bagno di lagrime e di sangue, Gesù e il suo messaggio restano l'ultima speranza dell'uomo e dell'umanità.
Per questo a un amico che non provava alcuno interesse per Gesù Dostoevskij ebbe a dire queste parole di fuoco: « Voi mi dite che hanno distrutto in voi la fede di Gesù. Ma conoscono essi Gesù nel suo essere? Certamente no, perché non appena lo si conosce un po', ci si trova in presenza di un essere meraviglioso, rassomigliante a tutti gli uomini buoni, ma infinitamente migliore. Io credo che non c'è nulla di più bello, di più profondo, di più simpatico, di più ragionevole, di più virile, di più perfetto di Gesù. Me lo dico con amore geloso che di simile non solo non esiste nulla, ma neppure può esistere. Voglio dire di più. Se qualcuno mi provasse che Cristo è fuori della verità e che la verità stesse realmente fuori di Cristo, preferirei essere con Cristo e non con la verità ».
Ma fortunatamente la verità è con Cristo; anzi la verità è Cristo. Per persone psichicamente normali e intellettualmente oneste il cammino verso la verità è semplice e facile: basta studiare criticamente la storia e osservare scientificamente le fonti e i fatti che propone la Chiesa Cattolica.
A chi ha in partenza giudizi belli e fatti, ossia pregiudizi, tale cammino è impossibile.
Una persona che studia serenamente tali fonti e tali fatti non può non vedere la verità. « Chi cerca trova, a chi bussa sarà aperto » ha detto Gesù (Mt. 7,8).
Chi studia bene il Cattolicesimo scopre che è l'unica religione che resiste agli assalti congiunti di tutti coloro che lo combattono in nome della filosofia o della psicologia, o della sociologia, o della storia o della scienza.
Questo libro è appena una traccia. Sui singoli capitoli di esso c'è una immensa mole di opere specializzate, che tolgono ogni minimo dubbio residuo a chi ancora ne avesse e allargano smisuratamente la panoramica. Tuttavia il presente, per chi legge senza ostilità e senza pregiudizio, forse è una traccia sufficiente per vedere la grandezza del problema di Gesù e la bellezza e la verità della fede cristiana.

2. BREVE STORIA DELLA CRITICA AI VANGELI
Fa stupore come per libri scritti 3040 anni dopo la morte di Gesù sia stato possibile concepire tutte le critiche che saranno menzionate nel presente capitolo. Le esponiamo e per dovere storico e per far vedere come da un lato esse si distruggano l'una l'altra, e come dall'altro esse abbiano dato più luce sulla composizione dei Vangeli (Gesù, comunità cristiana, evangelista), sull'attribuzione delle singole parti all'una o all'altra fonte e, in definitiva, sulla storicità dei Vangeli stessi.
Passiamo in rassegna le principali teorie sulla formazione dei Vangeli, principalmente sulla scorta del Latourelle (A Gesù attraverso i Vangeli, Assisi); di S. Zedda (I Vangeli e la critica oggi, Treviso); di Lambiasi (L'autenticità storica dei Vangeli, EDB).
I. RADICALIZZAZIONE DELLA CRITICA E SCUOLA LIBERALE
Fino al secolo XVII i Vangeli vennero pacificamente accettati da tutti come libri storici, anche se nell'interpretazione eretici e protestanti in molte cose divergevano.
Gli attacchi della storicità dei Vangeli cominciarono nel mondo protestante. Il primo a negarli fu H.S. Reimarus (16941768); lo fece in un manoscritto di 4.000 pagine pubblicato dal Lessing nel 1774; però limitatamente al loro contenuto soprannaturale. Per lui Gesù fu un messia politico fallito che i discepoli, non rassegnati, divinizzarono; e di lui storicamente sappiamo quasi nulla. D.F. Strauss (18081874) radicalizza la teoria di Reimarus scrivendo nella sua Vita di Gesù nel 1837 che nei Vangeli non c'è nulla di storico, e che anzi è impossibile approdare da essi alla vita e alla personalizzazione di Gesù. « Sono stati i cristiani, egli dice, che hanno costruito il mito di Gesù; di essi l'interprete principale è il Vangelo di Giovanni; l'unico, che parla con chiarezza della divinità di Gesù e che fu scritto, a conclusione della formazione del mito di GesùDio, nel 2° secolo ».
Contro di lui insorge la Scuola Liberale, i cui esponenti più noti sono Harnack e Renan. Essa sostiene che è possibile ricostruire storicamente la vita e l'autocoscienza di Cristo, basandosi sul Vangelo di Marco e su una fonte perduta, chiamata Quelle.
« Queste due fonti, essa dice, vanno spogliate dagli elementi soprannaturali creati in seguito dalla predicazione cristiana ».
La Scuola Liberale nega il soprannaturale, ma sostiene che la persona storica di Gesù è il fondamento del cristianesimo e che per conoscere Gesù bisogna percorrere la via della storia. Infine sostiene che Gesù non ha detto mai di essere Dio, ma che rappresenta l'aspirazione universale alla liberazione, alla redenzione da ogni schiavitù, a un mondo migliore, alla vittoria attraverso la lotta, alla trasfigurazione attraverso la corruzione, e che, in definitiva, Gesù è il liberatore spirituale etico.
W. Wrede nel 1901 nel suo libro sulla Genesi del Messianismo nei Vangeli sostiene che Marco non è uno storico, ma un teologo; che il segreto messianico è una creazione della chiesa primitiva.
Dopo i suoi attacchi alla Scuola Liberale, questa viene abbandonata e soppiantata, tra la ta e la 2a guerra mondiale, dalla Storia delle Forme (Formgeschichte) e, nel dopoguerra 1945, dalla Storia della Redazione (Redaktionsgeschichte), dalla nuova Ermeneutica, e dalla Scuola della Tradizione.
II. STORIA DELLE FORME
Indicheremo la Storia delle Forme o Formgeschichte con la sigla FG. I principali esponenti della FG sono R. Bultmann e Dibelius.
La FG vuole ricercare la preistoria del Vangelo e ricostruire la storia della tradizione preevangelica con l'esame delle forme letterarie. Si studiano i caratteri della «piccola letteratura», e li si trovano nei Vangeli: presentazione anonima, negligenza completa della topografia e della cronologia, dipendenza del compilatore alla tradizione, tendenza all'edificazione e al meraviglioso, ecc.
Dibelius enumera sei forme per i Vangeli: la storia della passione, i paradigma (racconti molto brevi), i detti sapienziali di Gesù, le novelle (i miracoli), le leggende, le raccolte di sentenze.
Bultmann invece distingue: apoftegmi (detti di Gesù con involucro scenico) detti del Signore, narrazioni meravigliose, narrazioni storiche con tratti leggendari (Zedda: 1 vangeli e la critica oggi, Treviso, I, pag. I7).
Dibelius, decomponendo tutti i brani dei Vangeli, riconosce come storici solo un po' di detti di Gesù, mutilandoli tutti dalle presunte aggiunte fatte dalle comunità primitive.
Bultmann non riconosce detti da Gesù neanche quelli; per lui furono tutti creati dalle comunità cristiane primitive.
Già nel 1926 nel suo libro Gesù il Bultmann aveva insegnato che gli evangelisti mescolano elementi storici e elementi mitici, dei quali è impossibile rintracciare il nucleo storico. Le parole di Gesù furono inventate dalle comunità cristiane; altre rielaborate da esse.
I Vangeli sono nati dalla fede; non si può dare un fondamento storico al Kerigma cioè alla Predicazione; né un sostegno umano alla fede. Non si può neanche dimostrare che Cristo si sia ritenuto il Messia.
Nel 1960 nel suo libro Das Verhaltnis Bultmann ancora scrive che c'è una rottura tra il Cristo storico e il Kerigma; che è impossibile e illegittimo uno studio storiografico su Gesù; e che la fede cristiana inizia col Kerigma, che si sostituisce al Gesù della storia.
Infine, nel suo libro Nuovo Testamento e Mitologia precisa che per mito non intende leggenda; che Cristo non è il Salvatore, ma il luogo scelto da Dio per farci conoscere la salvezza; che la resurrezione non è un fatto storico, ma un annuncio di salvezza.
1. La FG ha dei meriti
a) Riabilita la Tradizione contro il principio protestante della sola Scrittura. Insegna che la Tradizione precede la Scrittura e poi la segue e che per un periodo di 25 30 anni prima che i Vangeli fossero scritti, il loro materiale è stato l'oggetto della predicazione della Chiesa primitiva; e ciò è vero.
b) Applica il principio dei generi letterari ai Vangeli: un'arringa, un dramma, un poema, un testo legislativo, un capitolo di storia esigono commenti diversi. La FG applica il principio dei generi letterari non solo ai Vangeli, ma anche alle unità minori e addirittura alle singole pericopi di esse, per cercare di arrivare alla formulazione di esse da parte delle primitive comunità cristiane. Senza volerlo né prevederlo, ci ha indicato il mezzo con cui gli insegnamenti di Gesù si trasmisero fedelmente.
c) Cerca di conoscere attraverso l'analisi delle forme la vita della chiesa primitiva, di ricostruirne l'ambiente e di conoscere meglio il testo attraverso la conoscenza dell'ambiente, in quanto c'è un'interazione tra testo e ambiente.
Così attraverso i continui riferimenti al Vecchio Testamento si vede che Matteo scrive il suo Vangelo per gli ebrei; mentre attraverso la noncuranza del VT e l'accentuazione dei fatti che fanno vedere la potenza di Cristo e i suoi miracoli si vede che Luca scrive per i pagani.
2. La FG ha gravi difetti
a) Non ha interesse per la conoscenza del rapporto fra Gesù e la primitiva comunità cristiana.
b) Esagera la potenza creatrice della primitiva comunità cristiana, al punto di crederla capace di inventare quanto di più grande e di più originale esiste sulla terra, il Vangelo.
La storia dimostra che all'origine di ogni movimento ideologico c'è una fortissima personalità: Platone, Aristotele, Maometto, Marx, ecc.
c) Ha sottovalutato, fin quasi ad ignorarlo, il ruolo degli evangelisti riducendoli a semplici raccoglitori.
d) Classifica per principio come leggendari i fatti che naturalmente non si possono spiegare, quali i miracoli e la resurrezione di Cristo, per non essere costretta a confessare che Cristo è Dio, se dovesse ammettere come storici quei fatti.
Per tali motivi Bultmann è stato attaccato dai suoi stessi discepoli. Il Kasemann, discepolo di Bultmann, insorge nel 1964 contro il suo maestro dimostrando che il Kerigma era contenuto in sostanza nei detti e nei fatti di Gesù; che Paolo nel suo Kerigma si riferisce al Gesù storico che ha sofferto, è morto, è risuscitato; che i Vangeli non predicano, ma raccontano, che fanno ricorso al genere letterario della storia, che si appoggiano nella storia, che il Kerigma vi è contenuto in germe.
« E precisamente perché hanno fatto l'esperienza di Gesù come Signore, egli ancora dice, che i primi cristiani dopo Pasqua non hanno messo da parte la storia di Gesù e hanno scritto i Vangeli ». (Das problem des historischem Jesus, p. 139): « Per proteggere la purezza del Kerigma la Chiesa ha fatto riferimento alle parole e ai fatti di Gesù (ib., pag. 64): essa rifiuta un cristianesimo che non passi per la storia; essa rinnova il ricordo del passato, proteggendo la predicazione con il ritorno alla storia di ciò che è successo una volta per tutte. La signoria attuale di Gesù è inseparabile da ciò che è accaduto: la salvezza ha visto la sua realizzazione prima di noi e fuori di noi. è in questo modo che il Vangelo degli evangelisti impedisce al Vangelo predicato di trasformarsi in mito, gnosi, ideologia » (NT Questions, p. 40).
Un altro attacco contro Bultmann viene recentemente da un altro suo discepolo, Gunter Bornkamm. Egli nel suo libro Jesus von Nazareth dice che i Vangeli proclamano che la fede non comincia con essi, ma vive di una storia che li precede e che la presentazione che fa il primo cristianesimo di Gesù è colma fino all'orlo di storia (p. 22).
L'attacco più violento a Bultmann, tale da demolirlo completamente, viene da un altro protestante, J. Jeremias, specialista di lingua aramaica e di ambiente ebraico. Egli nel suo libro Il problema di Gesù storico (Brescia, 1973) accusa Bultmann di avere eliminato l'incarnazione, di avere sostituito Paolo a Gesù, di avere destoricizzato il Nuovo Testamento. L'origine del cristianesimo, egli dice, è la comparsa di Gesù, crocifisso da Ponzio Pilato, e il suo messaggio.
Oggi il Bultmann è ricordato ed è ancora di attualità per l'introduzione nello studio dei Vangeli della Scuola delle Forme; ma è da tutti abbandonato per i presupposti razionalisti e fideisti che l'hanno ispirato.
III. LA REDAKTIONSGESCHICHTE O STORIA DELLA REDAZIONE
La redaktiongeschichte (che per brevità indicheremo con la sigla RG) è sorta nel 1956 con lo studio di Marxsen Der Evangelist Markus. Mentre la FG si è occupata soprattutto delle piccole unità dei Vangeli e dell'ambiente dove essi nacquero, la RG si occupa piuttosto dei grandi insiemi e cerca di individuare le cause che hanno dato loro la vita. Così mentre Bultmann e Dibelius con la loro FG avevano completamente trascurato gli evangelisti, riducendoli a semplici compilatori di quelle forme e pericopi dei detti e fatti di Gesù che le comunità cristiane primitive andavano inventando e predicando, il Marxsen pose giustamente la sua attenzione su di essi, li considerò degli autori veri e propri, indagò sul modo come essi giunsero a redigere i Vangeli e quale fu il contributo personale di ognuno di essi nello scrivere il suo Vangelo.
La RG dimostra che il redattore dei Vangeli non si limita a prendere dalla comunità cristiana le varie forme e pericopi degli insegnamenti di Gesù, ma vi aggiunge i propri ricordi diretti o indiretti, il proprio piano, il proprio punto di vista teologico, un suo proprio linguaggio e un personale procedimento redazionale che 1'esegesi può evidenziare. Già si conoscevano le caratteristiche di ogni evangelista, ma la RG arriva a distinguere in maniera netta ciò che in ogni vangelo proviene dal lavoro redazionale e ciò che proviene dalla tradizione primitiva. La RG prende in esame soprattutto Luca e Matteo che attingono alle stesse fonti: il Vangelo di Marco e la fonte scomparsa indicata con il termine « Quelle N; ma anche Giovanni è stato preso da essa in esame.
L'oggetto delle ricerche della RG è: far rilevare le precisazioni a un fatto o a un discorso fatte da un evangelista, le frasi volontariamente omesse, 1'attualizzazione di una pericope o di una parabola, l'aggiunta di un racconto proveniente da un'altra fonte, le indicazioni geografiche, i riferimenti al Vecchio Testamento, la drammatizzazione di una scena, l'interpretazione teologica della tradizione, ecc.
La RG ha il difetto di disinteressarsi dei particolari della vita di Gesù, che pure attenzionava molto la predicazione cristiana primitiva. La RG ci permette di vedere il grado di libertà e di fedeltà degli evangelisti nei confronti delle fonti; ma ci mette contemporaneamente in grado di constatare che tale libertà di interpretazione è controllabile e non distorce mai i fatti o i detti verso una personale visione delle cose: in realtà si tratta più di fedeltà che di libertà. Così ci troviamo in grado di distinguere gli strati più antichi della tradizione da quelli più recenti, quello che risale a Gesù, quello che è un'attualizzazione dei suoi insegnamenti alla comunità cristiana primitiva, e quello che è proprio dell'evangelista.
In pratica per mezzo del contributo della FG, della NE e della RG è stato fatto un esame ad altissimo livello scientifico dei contenuti dei singoli vangeli e addirittura di ogni versetto di essi, tale che ci permette, integrandoli, di risalire a quello che ha detto e fatto Gesù, alle sue attualizzazioni nelle comunità cristiane primitive, al contributo e alla interpretazione dei singoli evangelisti.
IV. LA NUOVA ERMENEUTICA
Indicheremo la Nuova Ermeneutica con la sigla NE.
La 2a ondata di reazione a Bultmann è venuta dalla NE, che è una scienza dell'interpretazione della Sacra Scrittura.
Essa parte dalla teoria del filosofo esistenziale Heidegger, secondo cui l'uomo, quando è sincero, è come un altoparlante dalla voce silenziosa del suo essere. Lo sforzo nostro non deve essere di capire il suo linguaggio, ma di capirlo attraverso il suo linguaggio.
D'altro lato, aggiunge Heidegger, non si potrebbe capire quanto egli in un testo dice, senza avere una qualche idea del suo valore esistenziale. Come si può capire l'amicizia, l'amore, la sofferenza, la solitudine se non si avesse una qualche esperienza di queste realtà?
Bultmann alla scuola di Heidegger elabora delle regole per la interpretazione di un testo: vedere il suo genere letterario; attenzionarne la grammatica e la sintassi; vedere quale significato abbia ogni parola per l'autore; conoscere la personalità e la cultura dell'autore; conoscere attraverso i documenti l'ambiente dell'autore.
E precisamente applicando questi principi di Bultmann che gli esponenti della NE sono andati contro Bultmann.
I principali esponenti della NE sono:
a) James Robinson. Egli dice che ora è possibile fare una Nuova Ricerca su Gesù; che la comunità primitiva ha mantenuto intatti i loghia, o « detti », di Gesù; che i Vangeli ci danno un'immagine kerigmatica della storia di Gesù; che il Gesù umiliato e il Gesù esaltato si identificano; che tra la predicazione di Gesù e il Kerigma di Paolo c'è la stessa dialettica e la medesima comprensione di sé: la vita nella morte, la gloria nella croce, l'esaltazione nell'umiliarzione.
b) G. Ebeling, ricalcando Heidegger, dice: « Essere e linguaggio sono strettamente collegati; il linguaggio permette all'essere di essere »; e aggiunge « Non si coglie l'essenza della parola cercando di vedere il suo contenuto, ma vedendo che cosa opera, a che cosa dà vita, che genere di avvenire dischiude (amore, odio, speranza, durezza, cattiveria). Soltanto la parola di Dio può promettere all'uomo un vero avvenire, cioè la salvezza ».
c) Fuchs dice: « Se prima si interpretava Gesù storico con l'aiuto del Kerigma cristiano primitivo, ora si interpreta codesto Kerigma con l'aiuto del Gesù storico.
La storia di Gesù è quella del suo linguaggio. Il dono di Gesù è il dono di se stesso e della sua parola.
Robinson, Ebeling e Fuchs rovesciano la posizione di Bultmann: « Non siamo noi, essi dicono, a interpretare il testo, ma è il testo che ci interpreta, cioè che illumina e giudica la nostra esistenza. Le parabole di Gesù sono un modo nuovo di concepire la vita: vanno lette non da spettatori, ma da attori; esse ci chiamano in causa, ci costringono a prendere decisioni esistenziali, ci invitano a scegliere tra la visione del mondo proposta da Gesù e quella proposta dal mondo ».
V. SCUOLA DELLA TRADIZIONE
A questo punto si forma la Traditionsgeschicte (TG) o Scuola della Tradizione la quale, utilizzando le ricerche della FG e della RG, rileva i tre tempi della formazione dei Vangeli.
Il 1° tempo è la scoperta dell'ambiente di Gesù; e quindi dell'insegnamento di Gesù, delle sue opere, della sua vita e le reazioni varie e contrastanti dell'ambiente verso di lui.
Il 2° tempo è la scoperta delle comunità cristiane primitive che rapidamente si diversificano, fanno distinguere un ambiente ebraico, uno greco e uno romano, e danno una coloritura propria all'identico messaggio di Gesù.
Il 3° tempo è quello della redazione. L'evangelista raccoglie il materiale, lo seleziona, sceglie il genere letterario da adottare, che è quello di « Vangelo » o lieto annuncio, con lo scopo di suscitare la fede in Gesù Messia e Figlio di Dio, pur restando fedele alla verità di Gesù.
Così la RG attraverso la critica testuale giunge a stabilire con la maggiore fedeltà possibile il testo originale dei Vangeli; scopre il ruolo e il piano proprio di ogni evangelista e quindi passa allo studio del Vangelo nella sua forma attuale (struttura, unità, teologia); la FG cerca di scoprire gli ambienti di vita dei primi racconti o « forme » dei Vangeli, i loro interessi; la mediazione della tradizione orale; e quindi ordina i contenuti in forme, limitando il ruolo degli evangelisti e compilatori.
Infine la NE cerca di scoprire quello che è avvenuto e non solo ciò che dice il testo; così arriva a conoscere la persona di Gesù, le comunità primitive, l'evangelista; fa vedere la continuità organica che va da Gesù al testo attuale; fa vedere l'attualizzazione dei testi al tempo della loro redazione e per tutti i tempi; ciò che sorpassa la mente stessa dell'evangelista, ma che certamente era nella mente di Cristo.
Attraverso tutti questi studi si arriva a scoprire che i Vangeli, pur non essendo del genere storico, sono i migliori libri storici. Infatti oggi la concezione positivista della storia come pura obiettività è finita. Gli avvenimenti arrivano alla nostra conoscenza attraverso almeno due interpreti: il testimonio e lo storico.
La storia della rivoluzione sovietica o della 2a guerra mondiale, ad es., risulta diversa se scritta da un marxista o da un fascista o da un democratico. In questo senso gli evangelisti sono gli interpreti più fedeli, perché ebrei e quindi naturalmente ostili alla Trinità. « Per questo, dice il Latourelle, essi nel tentativo di esprimere il significato ultimo della vita di Gesù, cioè il dono della sua vita per la salvezza di tutti, si mettono al centro degli interessi della storia, così come oggi la si concepisce. Nonostante la loro libertà nei confronti dei dati concernenti tempo e luogo, restano maggiormente fedeli a Gesù della cronaca più completa » (Latourelle: A Gesù attraverso i Vangeli, Cittadella, p. 112).
VI. LA SCUOLA TEOLOGICA
Alla generazione dei critici succede presso i protestanti, negli ultimi 15 anni, la Scuola dei Teologi.
Essi, ormai convinti attraverso gli studi della RG e della stessa FG di essere giunti al Gesù storico, costruiscono sui Vangeli una cristologia critica. E' sintomatico come l'onesta e intelligente critica interna fa arrivare cattolici e protestanti a identiche conclusioni.
W. Pannenberg nel libro Rivelazione come storia (Bologna 1969) e, dopo, in Cristologia (Brescia 1974) sostiene: « Il Gesù che oggi è annunziato non è altri che il Gesù che visse in Palestina, fu crocifisso sotto Ponzio Pilato e risuscitò.
D'altronde, poiché la resurrezione di Gesù, è l'espressione anticipata del termine della storia, è proprio essa che ci permette di afferrare fin da ora il senso della storia universale.
Cristo così diventa la spiegazione della storia come rivelazione di Dio. I libri del NT sono fonte storica e non semplicemente un testo di predicazione; non esprimono solo ciò che fu creduto, ma fanno conoscere quel Gesù che il cristiano crede ». J. Moltmann nel suo libro Il Dio crocifisso (Brescia 1973) fa l'autocritica della fede in Cristo. « Questa, egli s'interroga, proviene dalla persona e dalla storia di Gesù o è frutto di giudizi personali di valore? ». E risponde: « Il compito della cristologia è di verificare storicamente la fede fino alle sue ultime conseguenze per il presente e il futuro.
Un'ermeneutica, egli aggiunge, ristretta all'origine è sterile; un'ermeneutica che si interessi solo agli effetti della cristologia del cristianesimo nella storia del mondo perde di vista la giustificazione e l'autorità interne nella fede ».
Kasper, cattolico, in Gesù il Cristo (Brescia) afferma: « L'opposizione tra Gesù di Nazareth e il Cristo predicato non regge più. Bisogna vedere Gesù alla luce della fede ecclesiale, e interpretare la fede ecclesiale alla luce di Gesù ».
Duquoc, insieme con Pannenberg e Moltmann e contro Bultmann, afferma che dal Kerigma si può risalire al Gesù della storia e che i testi del NT non sono soltanto i testimoni della fede della Chiesa primitiva, ma sono delle memorie fedeli, che gettano una luce reciproca tra le espressioni di fede e gli elementi che hanno agito nella loro elaborazione.
Quello che Pietro proclama risorto e donatore dello Spirito, non è altri che il profeta seguito dalle folle, e, a motivo della sua libertà di parola e di comportamento, respinto e condannato dai rappresentanti dell'ordine religioso stabilito (Christologie 2,14).
La volontà degli evangelisti è quella di non separare mai l'annuncio del Risorto dalla sua esistenza storica, perché è l'uomo Gesù che è il Signore (ib., 2,17).
Schillebeckc, anche lui cattolico, nel suo libro Gesù, la storia di un vivente (Brescia) dice: « Il ricorso al metodo storico è per il cristianesimo questione di vita o di morte. C'è continuità tra il Gesù storico e il Gesù dell'annuncio della catechetica, della parenesi e della liturgia delle Chiese primitive. C'è una continua interazione tra il ricordo di Gesù e l'esperienza postpasquale, perché solo dopo che la resurrezione illuminò i ricordi del passato i discepoli penetrarono il senso della sua vita, quale realtà definitiva di salvezza e l'identificarono quale Messia e figlio di Dio ».
Così, dopo due secoli di storia della critica, il cerchio si chiude e, dopo prove critiche laboriosamente conquistate, gli studiosi cattolici e protestanti convengono a queste conclusioni che il Latourelle così riassume:
a) I redattori dei Vangeli si ricollegano alla Chiesa primitiva e a Gesù tramite una tradizione orale e scritta di cui essi sono i portavoci e gli interpreti.
b) I primi e qualificati annunciatori del Kerigma, gli apostoli, sono testimoni oculari e auricolari non solo dei fatti, ma insieme dei loro significati cioè della salvezza inaugurata dalla morte e resurrezione di Gesù (Atti 10,42).
c) Per 3 0 4 decenni dai fatti la Buona Novella è stata predicata, commentata, attualizzata secondo gli ambienti e i loro problemi: da questi gli evangelisti ereditano i tratti che li caratterizzano.
d) Gli evangelisti nel redigere i loro Vangeli, selezionano, coordinano il materiale raccolto, aggiungendovi loro ricordi, loro personali ricerche e, soprattutto, un loro progetto e una loro interpretazione.

3. GESù STORICO
I. ESISTENZA STORICA DI GESù
Non c'è, né ci può essere cosa più interessante che scoprire se Gesù è storico e che cosa c'è di storico nei Vangeli. Il motivo di questo interesse è evidente: se tutto è storico quanto essi dicono di lui, deve cambiare il nostro atteggiamento verso di lui, sia perché egli promette una salvezza reale, totale, eterna a coloro che lo accettano, sia perché egli predice un giudizio terribile a coloro che lo rifiutano o lo emarginano.
Prima o dopo, egli proclama, tutti gli uomini dovranno rendergli conto delle loro opere.
è questa pretesa di Gesù che ha fatto insorgere milioni di uomini contro di lui, mentre nessuno è insorto contro Zarathustra, né contro Budda, né contro Maometto nonostante le dottrine e i precetti da loro dati.
Ma dall'altro lato è questa stessa pretesa di Gesù che suscita fino ad oggi l'interesse e l'entusiasmo di milioni di altri uomini. Cosa c'è di storico su Gesù?
Dice Renan: « Che i Vangeli siano in gran parte leggendari è evidente, perché sono pieni di miracoli e di soprannaturale».
Gli fanno eco tutti i seguaci della Scuola Razionalista o Critica, i quali tanto poco razionalmente e criticamente hanno rovesciato il metodo scientifico; e cioè, invece di fare prima le ricerche storiche e poi trarne le conclusioni, prima hanno formulato la loro tesi mitologica e poi hanno cercato di trovarne i sostegni storici o, in mancanza, li hanno inventati, affermando che tutte le parti miracolistiche dei Vangeli sono state inserite in essi molto più tardi.
Uno dei cosiddetti grandi maestri della Scuola Critica, Ernest Havet dice: « Il primo dovere che ci ha imposto il principio razionalista, che è il fondamento di ogni critica, è di scartare dalla vita di Gesù il soprannaturale. Ciò porta via di colpo tutti i miracoli del Vangelo. Quando la critica rifiuta di credere alle narrazioni miracolose, essa non ha bisogno di addurre delle prove per suffragare la sua negazione: ciò che si racconta non è potuto accadere ».
Però di tutte queste affermazioni i razionalisti non hanno dato mai una prova. Dal canto suo la Pravda nell'edizione di Mosca del 7.4.1972, per dare una doccia fredda al crescente entusiasmo dei giovani alla persona di Gesù, fu più radicale e scrisse: « Il Cristo non è mai morto e non è mai risuscitato; non è mai esistito ».
La grande Enciclopedia Sovietica, sintesi della cultura moderna sovietica e rispettabilissima per il suo contenuto scientifico, alla voce « Gesù Cristo » si sbriga in due parole: « personaggio mai esistito ». La prima a protestare è stata nel mondo occidentale la stampa laica, perché tale affermazione gettava il discredito e il ridicolo su tutta la cultura laicista e sull'intero ateismo.
Tanta propaganda idiota non ha fatto altro che accrescere l'interesse del popolo russo per Gesù, per cui poco tempo dopo un rappresentante della cultura ufficiale sovietica (M. Koublanov) ebbe a dire che il problema non era se Dio s'era fatto uomo, ma come mai dell'uomo Cristo, certamente esistito, i suoi discepoli ne avessero potuto fare un Dio; ed egli per conto suo lo risolve con l'aspirazione degli schiavi ad affrancarsi.
Frattanto nel mondo occidentale compaiono molti libri marxisti, tra i quali Das Prinzip Hoffnung (Francoforte) del filosofo comunista ebreo ateo E. Bloch (+ 1977) che ebbe a dire: « La stalla, il figlio del falegname, il sognatore fra la gente semplice, la forca dell'ultimo giorno, tutto questo si fonda su un materiale storico, non su quello indorato che la leggenda predilige».
Gesù non era, secondo Bloch, il mite agnello di certe rappresentazioni cristiane. « Era un lottatore, venuto a portare il fuoco e la spada » (Ardusso, pag. 25).
E ha ben ragione Bloch di affermare la storicità di Cristo quando gli stessi storici pagani ne parlano.
Tacito: « Cristo viene condannato a morte da Ponzio Pilato sotto il regno di Tiberio » (Annali, 15,44)
Svetonio: « Claudio espulse da Roma gli ebrei i quali, richiamandosi a un certo Cristo, creavano disordini » (Vita di Claudio, 25,4).
Svetonio non distingue gli ebrei dai cristiani, che nel primo tempo furono in maggioranza di razza ebraica. Gli ebrei, arrabbiati verso i loro connazionali che si convertivano al cristianesimo, cominciarono a fare tumulti contro di loro.
Claudio, per togliere da Roma quei disordini, nell'anno 50 con un decreto cacciò da Roma tutti gli ebrei, compresi quelli diventati cristiani. Questa espulsione è la stessa di cui parla Luca al capitolo 18 degli Atti. Plinio il Giovane, proconsole nell'Asia Minore nella sua lettera (10, 96) a Traiano chiede se doveva perseguire i cristiani che trovava innocui e che « in un determinato giorno della settimana si radunavano e cantavano inni in onore di Cristo come per un Dio ».
Uno storico siriano, Mara bar Serapione, intorno all'anno 73 scrisse una lettera al figlio che studiava a Edessa nel Mar Nero; ivi fra l'altro gli dice: « Che è giovato agli Ateniesi uccidere Socrate... o agli abitanti di Samo bruciare Pitagora... o ai Giudei giustiziare il loro saggio Re, se da allora è stato loro tolto il regno? (evidentemente la catastrofe del 70)... Gli Ateniesi morirono di fame, gli abitanti di Samo furono sommersi dal mare. i Giudei trucidati e scacciati dal loro paese; essi vivono da per tutto nella diaspora. Socrate non è morto grazie a Platone, né Pitagora a causa della statua di Hera, e neppure il Re saggio in virtù delle nuove leggi date da lui » (Cureton, Spicilegium Syriacum, 43 ss).
II. FONTI STORICHE DI GESù
Le prime fonti storiche che ci parlano di Gesù sono i libri di otto suoi contemporanei: le Lettere di Paolo, di Pietro, di Giacomo, di Giuda, i Vangeli di Marco, di Matteo, di Luca e di Giovanni, oltre agli Atti di Luca e alle Lettere di Giovanni.
Siccome i libri che narrano diffusamente gli insegnamenti e i tratti principali della vita di Gesù sono i Vangeli, contro di essi si è particolarmente accanita la critica dei razionalisti, ossia dei negatori del soprannaturale.
Per vedere la faziosità di tale critica basta fare un confronto tra il tempo che intercorre fra i personaggi storici anteriori, contemporanei e posteriori a Gesù, gli scritti che parlano di loro e i manoscritti che li riportano e il tempo che intercorre tra Gesù, gli scritti che parlano di lui e i manoscritti che li riportano.
Si vedrà come, mentre nessuno dubita della storicità di tali personaggi immensamente meno documentati di Gesù, è assolutamente ingiusto dubitare della storicità e autenticità di quanto narrano di Gesù gli otto scrittori suoi contemporanei e i molti scrittori cristiani del 1° e 2° secolo (per non parlare di quelli posteriori).
1. Per i personaggi storici
Diamo uno sguardo al tempo che intercorre:
a) tra tali personaggi e la stesura del libro che parla di loro. Di Socrate abbiamo tre discepoli che scrissero di lui: Platone, Aristotele, Senofonte;
di Cicerone scrisse Plutarco 70 anni dopo;
di Aristotele scrisse Apollodoro 3 secoli dopo;
di Budda sappiamo qualcosa da Massa Kassapa che scrisse tre secoli dopo;
di Confucio scrisse Mencio un secolo dopo;
di Maometto, pur venuto 600 anni dopo Cristo, scrisse la vita Ibn Ishaq 100 anni dopo;
conosciamo Augusto da Plutarco che scrisse 80 anni dopo, da Tacito che scrisse 102 anni dopo, da Svetonio che scrisse 105 anni dopo. Tiberio ebbe tre biografi: un contemporaneo, Velleio Patercolo, Tacito che scrisse 79 anni dopo, Svetonio 82 anni dopo.
b) Tra la stesura dei libri e i manoscritti più antichi che abbiamo di essi. Per i grandi poeti e filosofi greci (Eschilo, Euripide, Sofocle, Platone, Aristotele) intercorrono non meno di 1.200 anni. Per i grandi poeti e scrittori latini (Ovidio, Orazio, Cesare, Cicerone, Tacito) intercorrono da 800 ai 1000 anni.
Unica eccezione rappresentano le opere di Virgilio per le quali intercorrono 350 anni, perché continuamente scritte, quali libri di testo nell'antica Roma.
2. Per Gesù
a) Tempo che intercorre tra Gesù e il numero e l'età degli scrittori che parlano di lui:
Abbiamo testimonianze su di lui da 8 suoi contemporanei i cui scritti formano i libri del Nuovo Testamento: Matteo, Marco, Luca, Giovanni, Pietro, Paolo, Giacomo, Giuda. Quindi abbiamo tutti gli scrittori cristiani dei primi secoli. Essi nelle loro opere parlano di Gesù e citano i Vangeli e gli altri scritti apostolici.
Le loro citazioni stabiliscono che i Vangeli furono scritti nella 2a metà del secolo I; e sono tante che con esse si potrebbero ricostruire i Vangeli stessi se essi fossero stati perduti.
Citiamo i principali scrittori dei primi 150 anni dalla morte di Gesù. Essi sono 15 e precisamente:
1) Didaché o dottrina dei 12 apostoli sulla vita cristiana, sui sacramenti, sull'ordinamento della Chiesa (I secolo).
2) Lettera di Barnaba sull'originalità del Nuovo Testamento (I secolo).
3) Lettera di Clemente, 3° successore di S. Pietro, contenente un ricco quadro dell'ideale della vita cristiana (I secolo).
4) Ignazio, vescovo di Antiochia, scrisse sette lettere verso l'anno 110 mentre veniva trasportato a Roma per essere dato in pasto alle belve: sono una inarrivabile testimonianza di amore a Cristo.
5) Policarpo, vescovo di Smirne, martire, scrisse probabilmente nello stesso anno 110 una lettera ai Filippesi per esortarli a restare fedeli a Gesù.
6) Ireneo, vescovo di Lione, discepolo di Policarpo, è il più grande teologo del 2° secolo. Scrisse molte e chiarissime opere per esporre la fede cristiana e confutare gli eretici.
7) La lettera a Diogneto, scritta probabilmente nel 124 da Quadrato, discepolo degli apostoli, per l'imperatore Adriano; contiene un quadro meraviglioso della vita dei primi cristiani (Bhilmeyer Tuechle: L'antichità cristiana, Morcelliana).
8) Papia, vescovo di Gerapoli, in Frigia, scrisse verso l'anno 130 cinque libri intitolati Spiegazioni di detti del Signore.
9) Aristide, filosofo cristiano di Atene, scrisse verso il 130 un'apologia del cristianesimo per l'imperatore Adriano.
10) Erma scrisse a Roma tra il 12o e il 140 il Pastore sulle concezioni e sulla pratica del cristianesimo.
11) Giustino, filosofo palestinese, scrisse un'Apologia del cristianesimo e della divinità di Cristo per l'imperatore Antonino Pio.
12) Taziano, discepolo di Giustino, scrisse verso il 160 la famosa concordanza dei Vangeli, chiamata Diatessaron.
13) Teofilo, vescovo di Antiochia, scrisse verso l'anno 180 tre libri ad Autolico sulla stoltezza dell'idolatria, sulla creazione e sulla Bibbia e altri libri di commento ai Vangeli e contro gli eretici.
14) Tito Flavio Clemente, ateniese coltissimo, scrisse alla fine del 2° secolo l'Esortazione ai pagani, il Pedagogo, l'Ipotiposi sulla morale, sulla gnosi cristiana e sulla Bibbia.
15) Verso la fine del secolo 2° nascono molti scrittori cristiani dei quali il più grande è Origene (18 5), un vero genio del cristianesimo e per le molte opere e per la profondità del suo pensiero.
b) Tempo che intercorre tra la stesura dei Vangeli e i manoscritti più antichi che li riportano.
I manoscritti antichi dei libri antichi si chiamano codici. Erano scritti in pergamena, ossia in pelle di agnello macerata con la calce e levigata con pomice, e chiamata così preché confezionata a Pergamo, antica città dell'Asia Minore, e di là esportata sotto gli Attalidi fin dal 2° secolo a. C., in tutte le città del mondo civile.
Abbiamo due codici dei Vangeli che risalgono a appena 300 anni dopo che i Vangeli furono scritti: il Codice Vaticano e il Codice Sinaitico. Quest'ultimo fu venduto ad altissimo prezzo da Lenin al British Museum.
Abbiamo 3 codici pure in pergamena che risalgono a 400 anni dalla stesura dei Vangeli:
il codice Alessandrino;
il codice di Efrem rescritto;
il codice di Beza.
Se poi vogliamo confrontare il numero dei codici esistenti per lo stesso periodo di anni delle opere pagane greche o latìne e quelle del Nuovo Testamento (Vangeli e lettere) la sproporzione diventa enorme: andiamo da uno o due manoscritti delle opere di Sofocle, di Euripide, di Tacito, al massimo di cento o 200 per le opere di Omero o di Orazio; mentre dei soli 8 scrittori cristiani contemporanei di Cristo abbiamo ben 34.086 codici.
Tutti questi codici riportano i Vangeli originali; ce lo provano in maniera categorica i papiri scoperti tutti in questo secolo e riportanti brani dei Vangeli più o meno lunghi, fino a molti capitoli. I papiri che possediamo sono fino ad oggi 70.
I più celebri sono quelli del Rylands che riporta Gv. 18,3133 e 37 ss. e risale al 125 (quindi ad appena 35 da quando fu scritto il Vangelo di Giovanni); il papiro Bodmer II che riporta Gv. 1, r r426 e risale al 15 o; il papiro Chester Beatty II che riporta gran parte dei Vangeli e degli Atti e risale al 200; ecc. (Lapple: La Bìbbìa oggi, EP).
III. COMUNITA PREPASQUALE
A questo punto interessa sapere: esisteva una comunità prepasquale attorno alla persona di Cristo, o la comunità cristiana è sorta dopo Pasqua?
E, nel caso positivo, ìn quale rapporto si trovò la comunità prepasquale con la comunità pasquale?
Per Bultmann il problema non ha interesse, perché parte del preconcetto del mito formato dalla comunità pasquale.
Per noi, invece, ha un grande interesse perché l'esistenza di una comunità prepasquale esclude categoricamente il mito.
Qui giustamente lo Schurmann fa osservare: Attorno a Gesù c'è un gruppo stabile. I discepoli devono abbandonare famiglia, beni, lavoro per unirsi in lui in una vita randagia e oltremodo scomoda, perché Gesù non è come un rabbino che insegna in una sinagoga, ma va passando continuamente da un paese e da un villaggio all'altro. Gesù vuole con sé uomini che si debbono totalmente dedicare alla predicazione del Vangelo.
Se un gruppo di persone (gli apostoli) avevano lasciato tutto per seguirlo, è segno che la fede c'era prima di Pasqua, perché tale comunità non è naturale, come la famiglia, e postula una causa. In una comunità simile che per 3 anni seguì e ascoltò Gesù era non solo possibile, ma logico che si formasse una tradizione che continuò dopo Pasqua.
E Gesù, quando vede che i suoi discepoli hanno assorbito i suoi insegnamenti, fa fare loro il rodaggio mandandoli a due a due a predicare il Vangelo del regno di villaggio in villaggio, conferendo loro, per renderli credibili, i suoi stessi poteri di guarire e di cacciare i demoni.
Ai discepoli interessava trasmettere il messaggio di Gesù più che la vita, come si rileva chiaramente dalla predicazione degli apostoli, riportata dagli Atti, e dalle loro lettere.
I loghia (detti) di Gesù non sono anonimi come quelli dei rabbini, e vengono trasmessi da loro accuratamente; questo è indice dell'immenso rispetto che avevano per Gesù.
IV. COMUNITA PASQUALE
Tra la comunità prepasquale e quella pasquale non c'è rottura di continuità.
Gli apostoli, sebbene interiormente distrutti dalla morte di Gesù, non pensano minimamente di tornare alle loro case, ma dopo lo sbandamento del Venerdì Santo si riuniscono di nuovo nel cenacolo senza nessuno scopo preciso: erano troppo legati a Gesù, la loro vita aveva subito una svolta per la sua sequela: il comune dolore, la comune disperazione (Lc. 24,2 t) e il comune disorientamento li riuniva.
Ma fino a quando ciò sarebbe durato?
La resurrezione di Gesù arriva al momento giusto per rianimarli e ricomporli.
Ricevuto il giorno dell'Ascensione il mandato di Cristo di predicare in tutto il mondo, e fortificati dallo Spirito Santo il giorno di Pentecoste, cominciano quel giorno stesso a predicare. La loro predicazione è un Kerigma, ossia un annuncio. A loro non interessava narrare la vita di Gesù, sia perché gli ascoltatori avevano conosciuto quasi tutti Gesù, sia perché essi avevano cose più urgenti da annunziare, e cioè che quel Gesù che i giudei avevano crocifisso era risuscitato ed era quindi il Kirios, ossia il Signore. Tutta la predicazione di primo impatto era Kerigmatica, cioè andava ai fatti più importanti della vita e della missione di Gesù per suscitare la fede in lui. Solo in un secondo momento, quando gli ascoltatori si erano convertiti a Cristo, cominciava la didaché, ossia l'istruzione o catechesi. I cristiani si andavano riunendo in ogni comune e, quando erano assai, in tante case nello stesso comune, e venivano istruiti dagli apostoli o dai presbiteri.
Il libro degli Atti (2,43) ci dice: « erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere ».
Era allora che si andavano trasmettendo i detti e i fatti di Gesù. Tali detti e fatti, o loghia, venivano memorizzati secondo l'uso rabbinico nelle sinagoghe, soprattutto perché la grande maggioranza della popolazione era analfabeta. è nella comunità pasquale l'origine e la fonte dei Vangeli.
V. ATTENDIBILITA' STORICA DEI VANGELI
Attraverso i Vangeli arriviamo ai discorsi fatti da Gesù?
Col Gerhardsson (Memory and Manuscript, Uppsala 1961) rispondiamo di sì per i seguenti motivi: Gesù fin dal suo apparire viene da tutti riconosciuto e chiamato Rabbi. Per essere possibile ciò era necessario che Gesù si comportasse come i rabbini ebrei.
Costoro leggevano in ogni discorso un brano più o meno lungo della Legge (o Torah, cioè il Pentateuco); lo ripetevano perché gli ascoltatori lo imparassero a memoria e poi, spesso, lo spiegavano.
I princìpi della pedagogia rabbinica erano due: far ripetere ai discepoli il testo a memoria; conservare inalterato il testo imparato a memoria. Naturalmente Gesù non si fermava alla Torah, ma la completava, come egli stesso afferma (Mt. 5,17) con i suoi insegnamenti.
Tali nuovi insegnamenti li dava con autorità (Mc. 1,22) e pretendeva che ad essi non venisse cambiata né una parola, né una virgola (Mt. 5,19). Per far ciò, seguendo l'uso rabbinico, Gesù doveva ripetere i suoi insegnamenti.
Non si poteva inventare da anonimi una tecnica e un contenuto così perfetti di tali insegnamenti. Occorreva una grande intelligenza e un grande maestro e questi non poteva passare inosservato. E questa persona infatti si impose fin dal suo primo apparire e subito fu chiamata Rabbi, cioè Maestro.
Gesù si è mostrato subito un rabbi perfetto, e per il contenuto altamente religioso del suo insegnamento e per la tecnica consumata con cui lo impostava, fatta da antitesi, da parallelismi, da proverbi, da parabole che subito venivano imparate a memoria.
Per esempio: « Se il tuo occhio ti scandalizza, cavatelo; è meglio andare in paradiso con un occhio solo, anziché all'inferno con tutti e due » (Mt. 18,9).
« Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero se poi perde la vita? » (Mt. 16,26).
« Chi vuol guadagnare la sua vita la perderà, chi perde la sua vita per me e per il Vangelo la troverà » (Mc. 8,3 5) ecc.
« Se il grano di frumento prima cadendo in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto » (Gv. 12,24).
Tutto l'insegnamento di Gesù e la sua vita sono direttamente collegati con la Torah e coi profeti, come egli stesso e gli evangelisti ripetutamente riferiscono.
Non c'è soluzione di continuità tra il VT e il NT, come non c'è soluzione di continuità tra il Vangelo predicato da Gesù e quello predicato dagli apostoli e dai discepoli.
Perciò il cristianesimo non comincia con la predicazione degli apostoli, ma con la predicazione di Gesù, di cui quella degli apostoli fu per primo una ripetizione e quindi lo sviluppo.
Gli apostoli erano in grado di trasmettere fedelmente tali insegnamenti perché avevano visto e ascoltato Gesù (Atti 4,20: I Gv. 1,13), perché erano vissuti nella sua intimità (Atti 1,2122), perché avevano mangiato e bevuto con lui (Atti 10,41). In conseguenza avevano sentito ripetere nei tre anni di vita pubblica tante volte quegli insegnamenti, per cui li avevano imparati a memoria, come i discepoli dei rabbini. S. Giovanni dà forza alla sua testimonianza: « Quello che era fin da principio, quello che abbiamo udito, quello che abbiamo veduto coi nostri occhi, quello che abbiamo contemplato e le nostre mani hanno toccato, del Verbo di vitaquello che abbiamo visto e udito lo annunziamo anche a voi, affinché voi pure siate in comunione con noi » (I Gv. 1,1 e 3).
Però tutti quegli insegnamenti dovevano essere calati nella realtà e nelle situazioni delle varie chiese nelle quali gli apostoli predicavano, perché si trattava di insegnamenti vitali per la salvezza. Per tal motivo potevano sorgere delle piccole varianti e nei discorsi e nei racconti. Per i racconti dei miracoli creavano una forma quasi stereotipata che rispecchiava i loro ricordi.
Sia i detti (o loghia) sia i racconti venivano memorizzati dai discepoli e trasmessi fedelmente agli altri.
Su tali tradizioni vigilavano attentamente gli apostoli perché restassero fedeli, come possiamo ampiamente vedere.
S. Pietro dice: « Non possiamo non parlare di quelle cose che abbiamo vedute e udite » (Atti 4,20); noi siamo testimoni di tutto quello che (Gesù) ha fatto nella regione dei Giudei e a Gerusalemme » (Atti 10, 39); « il Gesù che gli ebrei hanno crocifisso è risuscitato ed è apparso, e noi ne siamo i testimoni» (Atti 5,32).
S. Paolo dice: « Sapete bene quali sono le istruzioni che noi vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù » (I Ts. 4,2); orsù dunque, fratelli, state saldi e conservate le tradizioni che avete ricevute sia a viva voce, sia per mezzo della nostra lettera » (2 Ts. 2, r S e 3,6); « Se uno vi annuncia un Vangelo diverso da quello che avete ricevuto sia scomunicato » (Gal. I,9). Ed egli loda Luca per il suo fedelissimo Vangelo. S. Paolo sa bene quale sia la sua missione: « Noi siamo ambasciatori di Cristo, in modo che Dio stesso esorta per mezzo nostro» (2 Cor. 5,20); e giacché l'ambasciatore deve trasmettere fedelmente quanto il suo governo gli dice, S. Paolo va due volte a Gerusalemme per confrontare il suo Vangelo con quello degli altri apostoli « affinché non corra o non abbia corso invano » (Gal. i e 2,16).
Il Latourelle fa vedere l'accuratissima vigilanza degli apostoli e della Chiesa sulla fedeltà della tradizione: essa ci dà l'assoluta garanzia che, se non arriviamo alle identiche parole pronunciate da Gesù, certamente arriviamo a precise formulazioni del suo pensiero e dei suoi « loghia » o detti (A Gesù attraverso i Vangeli, Cittadella, Assisi).

4. AUTORI E ETA' DEI VANGELI
1. Autori

La parola Vangelo, dal greco euanghelion, significa lieto annuncio; fu usata fin da principio, da Gesù e dagli apostoli, per significare la gioia del messaggio di Gesù: la redenzione da lui compiuta, l'avvento del regno di Dio, il compimento delle promesse messianiche, la nostra elezione a figli di Dio ed eredi del Paradiso, la nostra resurrezione finale e la vita e la felicità eterna a cui siamo chiamati.
Nel linguaggio corrente la parola Vangelo significa il libro che ci parla di tutto questo.
Dopo tutte le critiche fatte ai Vangeli in questi ultimi duecento anni si può legittimamente ancora ritenere che la tesi trasmessaci da Papia, da Giustino, da Teofilo, vescovo di Antiochia, da Ireneo, dal Canone Muratoriano (tutti del 20 secolo) e da tutti gli scrittori cristiani posteriori, sia la giusta, e che cioè gli autori dei Vangeli sono Matteo, Marco, Luca e Giovanni.
Non potendo, per brevità, elencare le citazioni dei Padri sugli autori dei Vangeli citiamo le testimonianze di Papia e del Canone Muratoriano. Papia nella sua opera « Esposizione dei loghia del Signore » scrive nel I 10 « Se in qualche luogo veniva uno che avesse seguito gli Anziani (come discepolo), (da lui) mi informavo delle parole degli Anziani, che cosa avesse detto Andrea, o Pietro, o che cosa Filippo o Tommaso o Giacomo o Giovanni o Matteo o qualche altro dei discepoli del Signore, e ciò che dicono Aristone e Giovanni l'Anziano discepolo del Signore. Infatti pensavo che le cose che provengono dai libri non fossero così utili come quelle udite dalla voce viva e duratura ».
Sul Vangelo di Matteo Papia così si esprime: « Matteo dunque compilò in aramaico i loghia (del Signore), e ciascuno li tradusse come ne era capace».
Nel passo su Marco, Papia, riportando le parole del « presbitero », dice che Marco, essendo interprete (hermeneutés) di Pietro, scrisse accuratamente per quanto si ricordava, non però in ordine, le cose dette o fatte dal Signore (tà ypò toìì Kyrìou e lechthénta è prachthénta). Egli infatti non udì il Signore né lo accompagnò: fu discepolo di Pietro, come dicevo; costui (Pietro) secondo la necessità faceva le sue istruzioni, ma senza l'intenzione di fare una esposizione ordinata dei racconti del Signore (tón Kyriakón logìon), cosicché Marco non ha commesso errore scrivendo così alcuni loghia come si ricordava. Di una cosa infatti si preoccupò, di non tralasciare nulla di ciò che aveva udito, né di dire in questo alcuna menzogna » (Eusebio: Hist. Eccl., III, 39,15) .
Il frammento muratoriano (scoperto dal Muratori nel 1740) risale al Zoo. Di esso fu perduta la prima parte che parla dei Vangeli di Matteo e di Marco. La parte ritrovata dice: « Il 3° libro del Vangelo lo scrisse Luca... il 4° libro dei Vangeli lo scrisse Giovanni, uno dei discepoli ».
Dalla critica interna dei testi ci si accorge subito che gli autori dei Vangeli sono tutti ebrei, che hanno utilizzato delle fonti comuni, i loghia del Signore, cioè raccolte scritte di insegnamenti e di fatti di Gesù, e ci si accorge pure che Matteo scrive per gli Ebrei, perché non spiega le parole e le feste ebraiche, mentre gli altri evangelisti, scrivendo per pagani, li spiegano; che Marco scrive per i Romani forse a Roma, e dà spicco ai miracoli che fanno vedere di più la potenza di Gesù; che Luca scrive in una città greca per i pagani; che Giovanni scrive per gli ellenisti, forse ad Efeso, e imposta la speculazione filosoficateologica cristiana. Tutti i Vangeli sono scritti in greco.
2. Il Vangelo di Matteo
L'autore del I° Vangelo è l'apostolo Matteo, il pubblicano; sia perché è lui solo che per umiltà si nomina col nome con cui tutti lo conoscevano (Matteo il pubblicano), mentre gli altri evangelisti per salvargli l'onore lo chiamano col nome poco conosciuto « Levi »; sia perché il tono particolarmente antifarisaico del suo Vangelo rivela in lui il pubblicano fortemente odiato dagli scribi e dai farisei.
S. Matteo scrisse il suo Vangelo in greco poco dopo Marco, perché riporta molti passi di Marco.
Il testo originale aramaico del Vangelo di Matteo, molto più antico, andò perduto; la traduzione in greco è fatta tra il 70 e l'80.
Matteo scrive per i Giudei, come dimostrano le frequenti citazioni delle profezie del VT, delle quali fa vedere la realizzazione in Gesù. Matteo greco utilizza Marco e qualche altra fonte perduta, quella chiamata « Quelle »; però Matteo aramaico fu certamente scritto prima, tra il 50 e il 60. Ciò si vede pure dal fatto che Luca riporta 235 versi di Matteo.
3. Il Vangelo di Marco
L'autore del II° Vangelo è Marco. Dal suo Vangelo si deduce quanto fosse legato a Pietro e come egli fosse un giudeo, che però non scriveva per i Giudei. Ora sappiamo che Pietro lo chiama figlio suo (I Pt. 5,13) che egli era cittadino di Gerusalemme (Atti 13,12) che visse molto tempo a Roma assieme a S. Paolo negli anni 6162 (Col. 4,io) e a S. Pietro negli anni 6364 (I Pt. 5,13).
Egli scrive per i pagani e a Roma, come si vede dalla traduzione che fa di tutte le parole ebraiche e dai suoi latinismi.
Egli, infine, stende il suo Vangelo sullo schema della predicazione di Pietro, come risulta dal discorso di Pietro a Cesarea (Atti 10,3742). Sebbene il suo Vangelo sia il più breve, è il più ricco di particolari, quali solo un testimonio oculare gli poteva riferire (Es. 1,20; 3,5; 3,34; 4,35; 5,43; 8,22; 9,1429; 10,17; ecc.); è quello che più riporta i fatti di S. Pietro (1,1931; 8,2933 11,21; 13,3; (4,37; 16,7); non riporta i fatti che danno onore a Pietro (Mt. 14,29; 1615; Lc. 22,8; 22,31; 24,34).
Dato che Marco è la fonte di Matteo e di Luca e che in Marco non ci sono molte cose che si trovano in Mt. e Lc., è evidente che Marco scrisse prima, verso il 63, durante la predicazione di Pietro a Roma.
Lo conferma Clemente di Alessandria (nato nel 145 a Cesarea di Cappadocia) dicendo che Marco scrisse il suo Vangelo per venire incontro a suoi ascoltatori romani (Eusebio: Storia Eccl., 6,14).
4. Il Vangelo di Luca
L'autore del III° Vangelo è Luca, medico antiocheno, discepolo di Paolo, come risulta dal suo stile molto curato, dalla sua conoscenza della medicina e dai suoi tecnicismi uguali a quelli di Ippocrate, Dioscoride e Galeno, e dalla sua teologia uguale a quella di S. Paolo (istituzione dell'Eucaristia, Gesù il Signore, universalità della salvezza, apparizione di Gesù a Pietro, ecc.).
La data del Vangelo di Luca è stata assegnata dagli uni dopo 1170, dagli altri prima del 6o. Il motivo addotto dai primi è il discorso escatologico (Lc. 21,24) in cui sembrano esservi espressioni che rispecchiano i fatti del 70. Ma giustamente, osserva lo Zedda (I Vangeli e la critica oggi, Treviso), Luca dice solo più chiaramente quanto ha già detto Marco, usa espressioni di Daniele, sconosce la fuga dei cristiani nel 70 a Pella.
Il motivo addotto dai secondi (tra i quali il Ricciotti) è questo: Luca è l'autore degli Atti.
Se Luca avesse scritto gli Atti dopo 1170 sarebbe stato logico che, dopo aver scritto la vita e le sofferenze di Paolo per Cristo, ne avesse pure scritto il martirio, avvenuto precisamente nel 67. Ora nel prologo degli Atti Luca dice di avere già scritto il suo Vangelo. A noi sembra più probabile che Luca abbia scritto il suo Vangelo prima del 65.
5. Il Vangelo di Giovanni
Giovanni l'apostolo è l'autore del IV° Vangelo.
Lo si deduce chiaramente sia dal fatto che egli, parlando di sé, non si nomina mai, ma dice soltanto: « il discepolo che Gesù amava », e chiama Giovanni Battista semplicemente Giovanni; mentre gli altri 3 evangelisti lo nominano sempre e chiamano il precursore « Giovanni Battista » per distinguerlo da lui; sia perché presenta se stesso come testimonio oculare (Gv. 1,14; 19,35)
Dall'analisi del testo risulta che il suo autore fu un ebreo convissuto con Gesù, sia per l'interesse particolare che dimostra per le feste ebraiche e per la conoscenza perfetta delle usanze ebraiche, sia per le indicazioni topografiche e geografiche numerose e precise, per la molteplicità di particolari che dà, e che importano un testimonio oculare; l'indicazione delle date e anche delle ore, interventi di singoli apostoli, la loro presenza nell'ultima cena, la lavanda dei piedi, il tradimento di Giuda, ecc.
Giovanni scrisse dopo la distruzione di Gerusalemme tra l'8o e il 9o; non scrisse per ebrei, ma per pagani catecumeni e già cristiani.
6. Genesi dei Vangeli
I Vangeli sono uno dei massimi libri di letteratura per la loro semplicità, chiarezza, immediatezza, facilità di memorizzazione, ma non sono libri letterari; sono libri che narrano e documentano fatti tutti realmente avvenuti, ma non sono libri storici, nel senso che non sono la biografia di Gesù; sono libri di altissimo contenuto teologico, filosofico, morale, ma non sono libri di teologia, né di filosofia, né di morale.
I Vangeli sono un genere assolutamente unico e originale, da non potersi confondere né con i libri storici del tempo, né con i Veda indù, né con i poemi grecolatini.
Essi narrano l'intervento di Dio in Gesù Cristo. Ormai non può avverarsi niente di più importante nella storia sia personale che collettiva. Dinanzi a lui tutti debbono prendere una decisione o di accettazione o di rifiuto; ma tutti sono chiamati alla conversione e alla salvezza. La struttura e i temi essenziali del Vangelo dipendono dal Kerigma che li precede; il Kerigma è direttamente collegato a Gesù.
L'annuncio prende la forma di un'esposizione storica, perché la salvezza annunziata è un evento che si riallaccia all'esistenza storica di Gesù.
7. Scopo degli evangelisti
Gli evangelisti non hanno intenzione di scrivere la vita di Gesù, ma vogliono solo annunziare che Gesù è il Salvatore e il Signore, e vogliono insegnare ciò che gli uomini debbono fare per beneficiare della salvezza portata da lui.
Per questo in generale non mostrano molto interesse alla cronologia e alla topografia; designano i luoghi quasi incidentalmente. Il loro interesse è per il messaggio di Gesù.
I Vangeli hanno un carattere compilatorio come si può vedere dal Discorso della Montagna (Mt. s,67), dai cinque conflitti di Gesù coi Farisei (Mc. 2) dalle cinque dispute di Gesù coi capi dei Giudei (Mc. i i e 12), dal discorso delle parabole (Mt. 13), ecc.
Tuttavia or l'uno, or l'altro evangelista riporta varie volte il momento storico in cui un discorso fu pronunciato.
Se i Vangeli non ci danno una biografia di Gesù nel senso odierno, ci danno però un quadro identico della sua vita: inizio del ministero in Galilea, dopo l'incarcerazione del Battista, viaggio al Nord della Palestina, istruzione dei discepoli, viaggio a Gerusalemme, l'Eucarestia, la passione e resurrezione.
Questo quadro è del tutto naturale ed è tanto più storico, quanto meno intenzionale: lo aveva già fatto per conto suo molti anni prima Pietro nel suo discorso a Cesarea (Atti, 10).
Questa schematizzazione della primitiva predicazione degli apostoli, risalente all'anno stesso della morte e della resurrezione di Gesù e priva totalmente dei miracoli, dei discorsi e delle parabole di Gesù si spiega col motivo che fu fatta nella Giudea e nella Palestina, dove tutti avevano visto Gesù o ne avevano sentito parlare. In conseguenza la prima necessità degli apostoli non fu quella di raccontare la vita, ma di annunciare che quel Gesù che era stato crocifisso era il figlio di Dio, perché era stato accreditato da Dio con i miracoli, e dopo morto era risuscitato (Atti 2,22); e parlando essi a Giudei, facevano vedere come in Gesù si erano verificate le cose predette dai profeti (Atti 13,47).
La estrema semplicità di tale dichiarazione, ridotta ai dati essenziali della vita di Gesù, insieme alla sua arcaicità, è la conferma massima della storicità dei Vangeli.

5. PROVE INTERNE DELLA STORICITA' DEI VANGELI
I. CONTINUITA' CON L'AMBIENTE
Gesù è un ebreo osservante: osserva il sabato, va al tempio, paga le tasse, invia al tempio i lebbrosi che guarisce perché si facciano fare dai sacerdoti il certificato di guarigione, limita la sua predicazione agli ebrei, così come avevano fatto i profeti; si collega alla legge di Mosé e alla predicazione dei profeti; ne è uno zelatore instancabile, ne è la continuazione e il perfezionamento.
La missione di Gesù diverrebbe inspiegabile tolta dall'ambiente ebraico, al punto che tanti ebrei contemporanei sono arrivati a rivendicare Gesù come una gloria di Israele: J. Klausner dice di lui che è il più ebreo degli ebrei. Il filosofo M. Buber dice che Gesù è il fratello al quale appartiene un grande posto nella storia di Israele, un posto che non può essere descritto con nessuna delle categorie abituali (Zwei Glaubenweisen, pag. II).
a) Conoscenza perfetta del quadro politico del tempo
Gli evangelisti conoscono perfettamente la situazione politica della Palestina degli anni della vita di Gesù.
Il quadro politico dato dai Vangeli corrisponde minutamente alla realtà storica di quel tempo.
Per quanto riguarda le date c'è soltanto da notare che vanno tutte arretrate di 5 o 6 anni per uno sbaglio di calcolo di Dionigi il Piccolo. Questi, saltando involontariamente alcuni consolati romani, aveva posto la nascita di Gesù nell'anno 754 dalla fondazione di Roma; per cui Gesù nacque 5 o 6 anni prima dell'anno attuale.
Erode fu re della Palestina dal 37 al 4 a.C.
Augusto fu imperatore romano dal 30 a.C. al 14 d.C.
Tiberio fu imperatore dal 14 al 37 d.C.
Morto Erode il Grande il 4 a.C., la Giudea venne direttamente governata da Roma con dei procuratori.
Ponzio Pilato fu procuratore della Giudea dal 26 al 36 d.C.
Giuseppe Caifa fu sommo sacerdote dal 18 al 36 d.C.
L'Idumea, la Giudea, la Samaria sono sotto Archelao, figlio di Erode, dal 4 a. C. al 6 d. C.
Erode Antipa, anche lui figlio di Erode, fu tetrarca della Galilea e della Perea dal 4 al 39 d.C.
Filippo, altro figlio di Erode, fu tetrarca della Traconitide, dell'Iturea e dell'Abilene dal 4 al 34 d.C.
I Vangeli conoscono perfettamente i gruppi religiosi e politici del tempo: farisei, sadducei, zeloti, erodiani; conoscono i pubblicani, ossia gli esattori delle imposte, tanto odiati dal popolo perché collaborazionisti dei Romani; conoscono le rivalità tra Giudei e Samaritani, la differenza di mentalità tra Giudei e Galilei.
Questi sono tutti particolari confermati da Giuseppe Flavio e che solo dei contemporanei di Cristo potevano così bene conoscere. All'epoca di Gesù circolavano in Palestina tanti tipi di monete, soprattutto monete ebraiche e monete romane.
Quelle ebraiche erano le uniche che si potevano offrire al tempio, perché non contenevano immagini umane; e per questo si mettevano nell'atrio del tempio i cambiavalute che Gesù scacciò.
Le monete romane erano quelle che dovevano usare ogni anno gli ebrei per il tributo a Cesare.
Tali monete al tempo di Gesù erano d'argento e portavano l'immagine del Cesare Tiberio; per cui Gesù disse: « Date a Dio quel che è di Dio, date a Cesare quel che è di Cesare (Mc. 12,17).
b) Conoscenza perfetta della geografia e della topografia
Gli evangelisti conoscono perfettamente la geografia e la topografia della Palestina dei tempi di Gesù.
Della maggioranza di tali luoghi, in seguito alle invasioni e alle devastazioni operate dai Romani nel 70, dai Persiani nel 600 e dai maomettani nel 1000, non era rimasta più traccia e si era perduta anche la memoria.
Gli scavi archeologici degli ultimi 100 anni hanno confermato l'esattezza dei racconti e delle ubicazioni dei Vangeli. Citiamo alcuni esempi:
1) Il pozzo di Giacobbe in Samaria, ai piedi del monte Garizim, vicino Sichem, i cui ruderi furono scoperti nel 1913 dall'archeologo tedesco Ernst Sellin: in esso si svolse il dialogo di Gesù con la Samaritana (Gv. 4,3); sopra di esso sorge una chiesa grecoortodossa.
2) Betania con la casa di Lazzaro e delle sue sorelle sulle quali nel sec. IV era stata costruita una chiesa.
3) La piscina delle pecore di Bethesda a Gerusalemme, presso la quale Gesù guarì il paralitico da 38 anni (Gv. 5,2) scoperta negli scavi archeologici del 1871
4) Emmaus, a 13 Km da Gerusalemme, scomparsa totalmente senza lasciare tracce, identificata oggi col villaggio ElKubebe, dove nel 1873 furono ritrovati i resti di una chiesa dei crociati con dentro le mura di una casa che non può che essere che la casa di Cleofa (Lc. 24,13) come un'antica tradizione dice.
5) Magdala, patria di Maria Maddalena, risorta poi col nome ElMedshdel.
6) Cafarnao (Kefer Nahum=villaggio di Naum), dove Gesù guarì il servo del centurione romano (Mt. 8,513), ha potuto solo recentemente venire identificata in base ai risultati degli scavi nella collina di rovine di Tell Hum.
7) Betsaida che solo nel 1978 ha potuto essere identificata mediante gli scavi che hanno fatto scoprire la casa di S. Pietro, il quale nacque e visse appunto a Betsaida.
8) Gerasa, oggi ElKursi, presso cui Gesù guarì un indemoniato (Lc. 8,26).
9) Corozain, a Km 3 a NO del lago di Genezaret, distrutta come Gesù aveva profetizzato (Mt. I I, 21) e dopo tanti secoli risorta col nome di Chirbert Keraze.
10) La sinagoga di Cafarnao, dove Gesù predicò, fu scoperta soltanto nel 1981 da Virgilio Corbo e da Loffredo; così pure nel 198o il Corbo scoprì a Cafarnao la casa di S. Pietro.
c) Aramaismi
Nei Vangeli vi è una grande quantità di parole e di figure aramaiche che fanno vedere con chiarezza di essere stati scritti da ebrei.
Portiamo alcuni esempi: Abba=Padre, Rabbi=Maestro,; equivalenza tra debito e peccato; talitaqum=fanciulla alzati; parasceve=vigilia del sabato; Eli, Eli, lamma sabactani=Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato; il cammello per il buco di un ago; la porta stretta; le porte dell'inferno che non prevarranno; corban=offerta sacra; ephpheta=apriti; Golgotha=teschio; ecc.
II. DISCONTINUITA'
Se Gesù è Dio, come è Dio, deve totalmente trascendere, come trascende, la mentalità ebraica.
In Cristo ci sono dei tratti che rendono la sua persona e la sua dottrina assolutamente originali e impensabili per un giudeo: amore per i peccatori, misericordia per le prostitute, pietà per gli ammalati e per tutti i bisognosi, durezza verso gli ipocriti e verso i ricchi;
egli non tiene conto dei 613 precetti rabbinici e li riduce tutti all'unico precetto dell'amore;
all'ideale politico comune di una liberazione dai Romani e di uno splendido regno ebraico terreno sostituisce l'ideale di un regno spirituale, universale, esteso a tutti i popoli;
all'amore esclusivistico razziale e restrittivo agli amici oppone l'amore ai Samaritani, ai Romani e a tutti gli altri popoli, inconcepibile per un ebreo;
alle offerte del tempio e ai sacrifici oppone le opere di misericordia verso i poveri;
al disprezzo verso i pubblicani e le prostitute oppone la compassione e l'amore per redimerli;
alla purità legale da ottenersi mediante le abluzioni e i bagni oppone la purificazione del cuore mediante il pentimento e la conversione; alla legge del taglione (occhio per occhio, dente per dente) oppone la legge dell'amore e del perdono;
al concetto di popolo eletto da Dio per discendenza carnale e all'orgoglio razziale oppone il concetto che tutti i popoli e tutti gli uomini sono uguali dinanzi a Dio, e che tutti possono far parte del suo popolo e divenire suoi figli, se si convertono e lo amano.
III. LA MOLTEPLICE ATTESTAZIONE
La testimonianza concorde di tante persone è la garanzia sicura della verità.
Le testimonianze sui fatti della vita di Gesù sono quattro: esse sono la copiatura di un unico racconto, ma provengono da quattro fonti diverse. Due provengono da testimoni oculari: Matteo e Giovanni; Marco, discepolo di Pietro, narra la predicazione di Pietro; Luca, discepolo di Paolo, è medico: dice espressamente di aver fatto diligenti ricerche (Lc. 1,3)
Se si fossero rifatti a un'unica fonte non ci sarebbero le discrepanze esistenti tra loro, quali risultano da un'attenta lettura.
Scegliendoli a caso riportiamo tre esempi:
1) 1° moltiplicazione dei pani: Mt. 14 e Mc. 6 dicono soltanto che le folle seguivano Gesù, mentre Gv. 6 e Lc. 9 aggiungono il perché le folle lo seguivano;
Mt. dice che Gesù s'impietosì della folla, Mc. Ne dice il motivo, Lc. e Gv. non ne accennano neanche;
in Mc. i discepoli chiedono se debbono comprare 200 denari di pane; in Gv. i discepoli dicono che non bastano 200 denari di pane; Mt. e Lc. omettono questo particolare.
2) La resurrezione di Gesù;
Mc. e Lc. parlano di tre donne al sepolcro, Mt. di due, Gv. di una. Mc., Lc., Gv. parlano della pietra tombale levata, mentre Mt. dice che fu un angelo a toglierla;
Mt. dice che quell'angelo parlò alle donne; Mc. dice che le donne trovarono un giovane biancovestito seduto sul sepolcro; Lc. parla invece di due angeli.
3) L'unzione di Gesù;
Tutti gli evangelisti sono d'accordo che avvenne a Betania.
Mt. (26,7) e Mc. (14,3) dicono che avvenne nella casa di Simone il lebbroso; Lc. (IO,4o) dice che avvenne nella casa di Lazzaro che Gesù aveva risuscitato dai morti.
Mt. e Lc. dicono che fu una donna; Gv. dice che fu Maria, sorella di Lazzaro.
Mt. e Mc. dicono che la donna versò l'unguento sul capo di Gesù; Lc. e Gv. dicono che lo versò sui piedi.
Da questi esempi si conclude rigorosamente:
a) che il nocciolo del racconto è identico ed è sicuro;
b) che le fonti evangeliche, ossia le testimonianze, sono 4 e non una, pur ammettendo che Mt. E Mc. si siano serviti molto di una fonte comune;
c) che ogni evangelista racconta i fatti così come li ricorda a distanza di tanti anni, o come la fonte da cui attinge li ricorda; e che Mt. e Lc., pur utilizando Mc., e tutti insieme forse un primitivo Mt., aggiungono o vi correggono dei particolari e degli altri fatti e discorsi che essi conoscono.
IV. LA V CAUSA SUFFICIENTE
Il metodo fondamentale per la scoperta della verità su un fatto storico controverso o su un delitto o sulla origine di un qualunque fenomeno è quello della causa sufficiente.
è il metodo seguito da tutti i tribunali di questo mondo, da tutti gli storici seri, da tutti gli scienziati.
Applichiamo tale metodo per spiegare i fatti della vita di Gesù sui quali nessuno studioso dubita e sui quali praticamente tutti (credenti e increduli) concordano.
1) Gesù suscitò grande entusiasmo e grandi speranze nelle folle.
Esse diverse volte addirittura vollero farlo re fino a portarlo, la domenica delle Palme, in trionfo proclamandolo Messia.
Dato che Gesù non indisse mai riscosse, né promise mai beni terreni l'unico motivo che poté esaltare quelle folle dovettero essere i suoi miracoli: in essi le folle vedevano la garanzia che Gesù era l'inviato del Signore e che Dio era con lui. Infatti lo vogliono proclamare re dopo il miracolo dei pani e dei pesci, quando con 5 pani e 2 pesci saziò 5.000 persone; ma egli scomparve; e lo proclamano Messia la domenica delle Palme, dopo la resurrezione di Lazzaro, quando da Betania arriva a Gerusalemme, preceduto da quella fama.
2) La sequela degli apostoli.
Questi uomini avevano un lavoro che permetteva loro di vivere sicuri; e quasi tutti erano sposati.
Come si può spiegare che hanno lasciato tutto per seguire Gesù che nulla aveva e nulla aveva promesso?
Gesù addirittura aveva fatto tutto per scoraggiarli. « Le volpi hanno le loro tane, egli aveva detto, gli uccelli i loro nidi, ma il figlio dell'Uomo non ha dove posare il capo » (Mt. 8,20). Anzi, ripetutamente, aveva loro promesso disagi, sofferenze e persecuzioni: « Chi mi vuol seguire prenda ogni giorno la sua croce e mi segua » (Mc. 8,24). « Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi » (Gv. 15,20); « Voi piangerete e gemerete e il mondo godrà» (Gv. 16,20); ecc. Non c'è altra spiegazione che questa: dovettero convincersi, vedendo i suoi miracoli, che egli era il figlio di Dio; come d'altronde esplicitamente lo dichiarò S. Pietro (Mt. 16,16).
3) L'ostilità dei sommi sacerdoti e delle classi dominanti (farisei, sadducei, scribi).
Tale ostilità non poté essere una semplice gelosia per l'immensa popolarità di Gesù perché anzi i capi degli Ebrei cercavano e, dove potevano, formavano tali persone; come fanno ancora oggi, sia per l'orgoglio e il prestigio nazionale, sia per il loro inestinguibile desiderio di dominio mondiale.
Se Gesù avesse voluto proclamarsi Messia, secondo la loro concezione politica, essi, vedendo tutti quei miracoli che faceva, invece di attribuirli a un'opera diabolica, sarebbero stati lietissimi di vedere che Dio era con lui, e con tutta la loro influenza e la loro opera l'avrebbero proclamato Messia e l'avrebbero messo a capo di tutti gli Ebrei.
I motivi di tale ostilità poterono essere soltanto la concezione di Gesù di un Messia, Servo e Unto di Javhé, destinato alla sofferenza e alla morte, la sua predicazione di un regno di Dio puramente spirituale, la sua denunzia per nulla politica, anzi antipolitica di ogni ipocrisia e di ogni peccato in chiunque si trovasse, e soprattutto in quelli che stavano a capo, che avrebbero dovuto dare il buon esempio e invece « non andavano essi in cielo e non permettevano che altri ci andassero » (Mt. 23,13).
4) La morte di Gesù.
Storicamente è sicuro che Gesù è stato crocifisso, che è stato crocifisso dai Romani e che i colpi di flagello gli furono dati da fermo e non mentre andava al luogo dell'esecuzione; questi infatti sono ordinati e quasi asimmetrici, e sono 121 e non 40, quanti ne prescriveva la legge ebraica.
Per tale esecuzione non c'è altra spiegazione che il titolo della croce. Ora ai Giudei non importava nulla una motivazione politica.
Anzi i loro capi non solo vedevano di buon occhio i torbidi contro Roma, ma, quando vedevano in un leader la capacità e la possibilità di scuotere il giogo romano, lo appoggiavano in pieno, come fece il celebre Rabbi Aqiba, capo spirituale degli Ebrei, che nel 131 proclamò Messia Simone Bav Kocheba.
Per tal motivo, se i sommi sacerdoti Anna e Caifa condannarono a morte Gesù, non poterono che farlo per motivi religiosi (perché Gesù esplicitamente dinanzi a Caifa si era proclamato il figlio di Dio); ma, portandolo ai Romani perché eseguissero la condanna, non poterono che dargli una motivazione politica « Egli si dichiara il re dei Giudei ». Esattamente come dicono i Vangeli.
La resurrezione morale degli apostoli dopo la crocifissione e la diffusione rapidissima del cristianesimo.
Di questa parleremo in seguito.

6. CONFERME ESTERNE ALLA STORICITA' DEL NUOVO TESTAMENTO
Questo argomento richiede una lunghissima trattazione perché riguarda la vita della Chiesa primitiva, diffusa già nel I secolo in tutto l'impero romano; ciò che è inconcepibile senza i Vangeli e senza Gesù Dio. Non potendola fare per i limiti di questo libro diamo solo alcuni accenni.
1. Scavi archeologici
Tra i racconti evangelici il più circostanziato è quello della passione di Gesù e della sua resurrezione, al punto da divenire una vera cronistoria; e gli scavi archeologici lo confermano pienamente.
La celebrazione della Pasqua, fatta da Gesù nell'ultima cena, si svolge secondo il preciso rito giudaico.
Le tappe delle ultime 24 ore della vita di Gesù sono tutte archeologicamente confermate da antichissime chiese costruite su ruderi di chiese ancora più antiche distrutte o dal tempo, o dai Persiani nel 614, o dal sultano Hakim nel 1009.
Le principali sono: 1) Il Cenacolo nel monte Sion, dove Gesù fece l'ultima cena e dove anche avvenne la Pentecoste.
2) La Chiesa dell'Agonia nell'orto del Getsemani (in ebraico gatsemanin=Frantoio delle ulive) che è nel pendio del monte degli Ulivi dove Gesù pregò, sudò sangue, fu tradito da Giuda e catturato dai soldati.
3) La Chiesa del Santo Sepolcro costruita da Costantino nel 33 o, distrutta dai Persiani nel 614, ricostruita dopo dai cristiani e quindi distrutta di nuovo dal sultano Hakim nel 1009, e ricostruita, infine, dai crociati nel 1149
4) La cappella dell'Ascensione a mezza costa del monte degli Ulivi a un Km da Gerusalemme, dove avvenne l'ascensione di Gesù (Lc. 24,50) è attestata fin dal 376, e fu trasformata dai mussulmani in Moschea.
2. La proclamazione della divinità di Gesù
Per gli increduli la vera difficoltà ad accettare la storicità dei Vangeli è la proclamazione da essi fatta della divinità di Gesù e della sua resurrezione.
E invece è precisamente questa il sigillo della loro storicità. Infatti, anche se fosse stato possibile per 8 scrittori pagani proclamare Dio un uomo loro contemporaneo, ciò era assolutamente impossibile per 8 scrittori ebrei: non lo avevano fatto neanche con Mosè. Ma nessun uomo fu proclamato Dio neanche dai pagani.
Nessun personaggio storico è stato proclamato Dio dai suoi storici:
a) Nessun uomo politico, nonostante i suoi successi:
non Hammurabi re di Babilonia, vissuto 18 secoli prima di Cristo, famosissimo per le sue conquiste militari, per la costruzione di canali irrigatori e di templi e per il suo Codice;
non Ramses I né il 11, vissuti 13 secoli prima Cristo, nonostante le loro grandi imprese militari e le imponenti costruzioni fatte;
non qualunque altro faraone;
non Ciro il Grande, vissuto sei secoli prima di Cristo, nonostante le sue immense e fortunate imprese militari, la sua mitezza e religiosità;
non i troppo famosi Augusto e Tiberio, vissuti al tempo di Cristo.
b) Nessun filosofo né riformatore religioso:
non Apollonio di Tiatia, quasi contemporaneo di Cristo, nonostante i suoi famosi prodigi, di cui il filosofo Flavio Filostrato, suo grande ammiratore, circa 100 anni dopo scrisse la vita;
non Maometto, nonostante Ibn Ishaq, suo primo biografo, abbia scritto ben 100 anni dopo la morte di lui;
non Confucio, nonostante Mencio, suo primo biografo, abbia scritto oltre 100 anni dopo la sua morte;
neanche Budda, nonostante Maha Kassapa, suo primo biografo, abbia scritto ben 300 anni dopo la morte di lui.
E per costoro, vissuti tutti tra gli idolatri sempre pronti ad accettare altri dei, era facile proclamarsi o venire proclamati Dio.
3. La tomba di S. Pietro
Per non parlare di tutti gli altri scavi che confermano le « Lettere degli apostoli » e la vita delle primitive comunità cristiane, citiamo quelli riguardanti la tomba di S. Pietro. Moltissimi protestanti e agnostici hanno addirittura negato la venuta a Roma di S. Pietro e quindi il fondamento storico della Chiesa Cattolica.
Noi, invece, sappiamo dalla stessa Bibbia che S. Pietro fu a Roma, dove scrisse la sua prima lettera. Infatti la Babilonia della cui comunità cristiana invia i saluti (1 Petr. 5,13) non può che essere Roma, come tutti i commentatori ammettono, e per la sua vita cosmopolita e le numerosissime lingue che vi si parlavano, e per la sua corruzione, e perché l'antico regno babilonese era stato distrutto da Ciro nel 589 a. C. e ridotto a un'oscura provincia persiana, mentre la sua capitale Babele era stata pure completamente distrutta dai Parti.
Dalla tradizione e da notizie degli antichi scrittori cristiani sappiamo pure che Pietro morì nel 67 sotto la persecuzione di Nerone a Roma, dove era andato nell'anno 42, dimorandovi così 25 anni. Fu seppellito nel colle Vaticano dove era stato ucciso.
Il presbitero Gaio nell'anno 200 scriveva che si potevano vedere nel colle Vaticano la tomba dell'apostolo Pietro e quella di Paolo sulla via Ostiense.
Confermano tale fatto gli scavi archeologici.
A 7 metri di profondità, esattamente sotto il centro della Basilica Vaticana e quello sottostante della Basilica Costantiniana, furono trovati dal Dott. Kaas durante la 2a guerra mondiale dei mosaici rappresentanti un pescatore con la lenza (S. Pietro), il buon Pastore, Giona e la balena, molte monete provenienti da tutte le parti dell'impero romano (offerte dai pellegrini alla tomba di S. Pietro), una colonnina del trofeo, ossia della tomba di cui parla il presbitero Gaio, con l'iscrizione greca « Petros eni » nel muro rosso sovrastante, risalente all'anno 160, che l'archeologa Margherita Guarducci completa e dimostra significare « Pietro è qui » (cioè in questo sepolcro).
Così abbiamo la certezza della tomba di S. Pietro: e così si spiega perché Costantino fece erigere la basilica vaticana in quel luogo, proprio sul pendio del Colle Vaticano, dovendo ricorrere a imponenti lavori di sterro e a muri di sostegno a sud, per ricavare la grande area della basilica: voleva che la tomba di S. Pietro ne fosse il cuore.

7. LA PERSONA DI GESù
1. L'amico Gesù

Quanti non conoscono Gesù possono anche parlare contro di lui. Ma quanti lo conoscono, sia pure superficialmente, non possono che parlarne bene.
Il motivo è semplice: Gesù è il grande amico dei deboli, dei poveri, dei malati, dei peccatori, il difensore degli oppressi, il fustigatore degli ipocriti e degli sfruttatori, l'esempio e il rivelatore dell'amore puro; il primo e il più grande predicatore della giustizia, della libertà, della fraternità, dell'uguaglianza; il lottatore strenuo contro gli egoismi e i vizi umani che tutti questi ideali insidiano e distruggono, il giusto che però comprende, compatisce, perdona, redime i deboli, i peccatori, le prostitute; il consolatore di quelli che piangono; il medico e il guaritore di quelli che soffrono: tutti costoro guardano a lui e vanno a lui come all'ultima speranza.
Bisogna mettersi contro tutta l'umanità che piange, che soffre e cade; bisogna schierarsi con gli sfruttatori, con gli oppressori, con i tiranni per mettersi contro Gesù.
Per questo tutte le dittature e tutti i tiranni sono contro di lui e contro la sua Chiesa che ne ripete la dottrina.
2. Gesù è povero e umile
Nasce in una capanna; ha per culla una mangiatoia, vive in una misera casetta fino a ;o anni; quando comincia a predicare per primo dice: « Beati i poveri »; pur essendo seguito da immense folle e riconosciuto da tutti un maestro, non cerca mai denari anzi non ne tiene affatto; dice senza tema di essere smentito: « Le volpi hanno le loro tane, gli uccelli i loro nidi; il figlio dell'uomo non ha dove posare il capo» (Mt. 8,zo); muore nudo sulla croce.
L'umiltà va insieme con la povertà.
La povertà è il distacco da ciò che c'è fuori di noi; l'umiltà è il distacco da noi stessi.
Gesù non vuole essere servito, ma serve umilmente gli altri; non cerca né accetta lodi; non vuole suscitare entusiasmi verso la sua persona; raccomanda ai malati che guarisce di non dirlo a nessuno; fugge quando lo vogliono fare re; non cerca mai la sua gloria, ma soltanto la gloria del Padre.
3. Gesù è obbediente
Gesù visse solo per fare la volontà del Padre e la fece fino in fondo; poté con verità dire: « Il mio cibo è di fare la volontà del Padre mio » (Gv. 4,34).
Gesù, pur non essendo soggetto a nessuno, obbedì sempre alle leggi; rispettò sempre le autorità; non trasgredì mai il minimo comandamento del Padre, né la minima disposizione dell'autorità, al punto da poter sfidare i suoi nemici, dicendo: « Chi di voi potrà accusarmi di peccato? » (Gv. 8,46).
4. Gesù è dolce e misericordioso
Non rimprovera né pubblicani, né peccatori, né prostitute.
Egli si mette contro tutti sfidando l'impopolarità per sollevare e redimere i peccatori. A coloro che di questo l'accusano dice: « Non hanno bisogno del medico i sani, ma gli ammalati » (Mt. 9,12).
Rischia di venire lapidato mettendosi contro la legge di Mosè per salvare dalla lapidazione l'adultera; e approfitta di ogni minimo sentimento buono di ogni peccatore per redimerlo.
5. Gesù è sensibilissimo
Gesù è come noi, con un cuore come il nostro, ma immensamente più comprensivo, e più sensibile.
Si commuove dinanzi alle folle che vede sbandate come pecore senza pastore (Mt. 9,36).
Si commuove dinanzi alle folle affamate nel deserto che sarebbero venute meno nel viaggio di ritorno e, per sfamarle, moltiplica i 7 pani e i 2 pesci (Mt. 7,32).
Si commuove dinanzi alla vedova di Naim piangente dietro il cadavere del figlio, e glielo restituisce risuscitato.
Si commuove sino a piangere dinanzi al sordomuto e lo guarisce (Mc. 7,34)
Piange dinanzi alla tomba dell'amico Lazzaro e lo risuscita (Gv. 1I,35)
Non può vedere un bisognoso senza soccorrerlo, né una sofferenza lenza lenirla.
Di lui la folla poté dire: « Passò facendo del bene a tutti e sanando tutti (Atti 10,38).
6. Gesù è il normotipo umano
Da quando è comparso l'uomo l'evoluzione non è più nel corpo, ma in ciò in cui l'uomo è superiore all'animale, cioè nello spirito, cioè nell'intelligenza e nell'amore.
Gesù è venuto a mostrarci in sé la suprema saggezza e il supremo amore.
Lo scienziato evoluzionista ateo Le Compte du Nouy, studiando Gesù, ne restò colpito e conquistato al punto da proclamarlo nel suo libro « L'uomo e il suo destino » (Garzanti) l'essere più perfetto che sia comparso sulla terra, la punta evolutiva dell'umanità, colui che trascina l'umanità a evolversi, il normotipo umano; il modello che ogni uomo deve imitare per migliorarsi e superarsi. In lui non c'è nulla di eccezionale e di inimitabile.
Ha un corpo e un cuore come i nostri: soffre la fame, la sete, la stanchezza, il dolore, le ingratitudini.
Digiuna, ma non è un digiunatore; non rifiuta gli inviti a pranzo né a nozze; come tutti lavora per vivere; gioisce delle cose semplici; piange sugli amici e sulla prossima rovina di Gerusalemme.
Egli non volle praticare l'ascetismo di Giovanni Battista e dei grandi monaci penitenti perché a nessuno sorgesse l'idea che la santità è impossibile alla massa degli uomini.
Egli ha tutte le virtù; le ha in sommo grado, ma le pratica come qualunque uomo di buona volontà le potrebbe praticare. Ogni virtù in lui è come se fosse naturale.
La sua dolcezza è senza sdolcinature; la sua povertà senza disprezzo dei beni terreni; la sua castità senza misoginismo; la sua ubbidienza senza meccanicismo; la sua pazienza senza insensibilità e senza limiti; la sua carità senza particolarità e senza limiti.
Giustamente il filosofo russo Bardiaev dice: « Gesù incarna l'ideale perfetto dell'uomo; d'altro lato lui solo, essendo Dio, poteva realizzarlo perfettamente ».
Egli è l'essere al quale deve adattarsi ogni uomo che vuole evolversi. Ogni virtù che si ammira negli altri uomini in lui si trova perfetta e priva di ogni difetto.
In lui c'è la sapienza di Socrate, la povertà di Diogene; il distacco di Budda, la saggezza di Confucio, la prudenza dei Patres Conscripti, la modestia di Cincinnato, il sacrificio di Attilio Regolo. Egli muore in croce perché vuole morire, e vuole morire per salvare gli uomini.
In lui sono riunite tutte le virtù che si trovano disseminate negli uomini, ma sono portate alla perfezione massima possibile.
In lui le virtù sono in armonia tra loro; non c'è predominio di una sull'altra o la diminuzione di una a causa dell'altra.
Egli è giusto e misericordioso; perfettamente attivo e perfettamente contemplativo; è l'uomo del pensiero e l'uomo dell'azione; è il maestro e il modello di quanto insegna.
In lui ci sono un'umiltà profondissima ed il senso esatto della sua altissima personalità; l'intelligenza acutissima ed il sentimento più intransigente; l'amore supremo di Dio e l'amore supremo degli uomini.
Gesù resta nel mezzo tra gli estremi opposti che insidiano la virtù, quello per eccesso e quello per difetto, e armonizza in sè virtù apparentemente opposte. Egli è la perfezione vivente. Solo Dio poteva realizzare il modello perfetto dell'uomo; e Gesù lo ha realizzato perché era Dio.
I saggi cinesi o indiani, greci o romani, ebbero i loro difetti inerenti o a ristrettezza e a imperfezione delle loro idee, o ad incoerenza e a debolezza della loro natura, come Budda, Confucio, Zarathustra, Cratete, Diogene, Cicerone, Seneca, Marco Aurelio, ecc.
Altri uomini sono stati molto più perfetti di costoro: Paolo, Antonio, Ignazio di Antiochia, Benedetto, Gregorio Magno, Francesco d'Assisi, Vincenzo de' Paoli; ma essi erano seguaci di Gesù, ispirati da Gesù e modellati su Gesù. Colui a cui fa capo ogni perfezione è Cristo.
7. Il carattere di Gesù
Nessuna passione lo spinge o gli lega il cuore o gli offusca l'intelligenza.
Non perde mai il dominio di sé, non fa mai un'azione senza scopo. E lo scopo di tutte le sue opere e di tutta la sua vita è sempre e solo questo: glorificare Dio e beneficare gli uomini. Egli ascolta ed esaudisce ogni preghiera, soccorre ogni bisognoso, è sensibile ad ogni dolore, si commuove ad ogni sventura, asciuga ogni lacrima, compatisce ogni mancanza.
Moltiplica il pane per il popolo rimasto digiuno nel deserto; guarisce i lebbrosi, i ciechi, i paralitici e tutti gli altri ammalati; tratta con bontà i peccatori e le peccatrici; passa sanando tutti e facendo del bene a tutti; infine muore scusando e perdonando coloro che lo hanno messo in croce. Di lui il popolo poté dire: « Fece bene tutto » (Mc. 7,37).
Egli giustamente poté definirsi il figlio dell'uomo, cioè il tipo perfetto dell'uomo, l'uomo integrale e l'uomo ideale, il massimo vertice dell'umanità e la massima opera di Dio, perché niente di più grande Dio poteva fare dell'opera dell'Incarnazione del suo Figlio unigenito e niente di più grande di Gesù poteva spuntare sulla terra.
Senza di Gesù agli uomini sarebbe mancato il modello per umanizzarsi e la leva per divinizzarsi. Gesù non è né lento, né precipitoso; sa che ogni uomo che opera diligentemente e intelligentemente ha da Dio il tempo e i mezzi per compiere la sua missione nel mondo. Non è esaltato né depresso; egli sa che nessuno può ostacolare i piani di Dio su di noi, eccetto noi stessi; che nessuno può toglierci un capello senza la volontà di Dio; che nessuno può aggiungere o togliere qualcosa alla nostra personalità, alla nostra perfezione e alla nostra felicità eterna, eccetto noi stessi. Egli è il primo a mettere in pratica quanto dice.
Non è loquace come colui che non sa contenere i suoi istinti o i suoi desideri; né lapidario, come chi aspetta che ogni sua parola venga incisa sulle pietre. Non è digiunatore: egli sa che il lavoratore, qual è l'uomo comune, di cui egli è l'esempio, non può esserlo; né goloso, anzi è continuamente mortificato ed insegna che non l'uomo deve essere per il cibo (cioè dedicato a mangiare), ma il cibo deve essere per l'uomo (cioè per sostenerlo).
Non è rigorista, pur essendo santissimo: egli comprende la fragilità umana, la compatisce e la solleva …
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