…SU KIERKEGAARD…
Stralci da:1) “Kierkegaard, maestro del ritorno in noi stessi, è la guida per uscire dalla palude” di Francesco Lamendola blog Unione Apostolica «Fides et Ratio»
2) “11 novembre 1855, muore il filosofo Kierkegaard. Un giudizio cattolico sul suo pensiero” blog Il Cammino dei Tre Sentieri
3)“La ripresa non è il ritorno dell'uguale, ma il procedere ricordando in forza del religioso” di Francesco Lamendola blog Unione Apostolica «Fides et Ratio»
[…] E dunque, come dobbiamo accingerci alla lettura di Kierkegaard, noi uomini del terzo millennio, noi figli disincantati della post-modernità? Il suo spirito sottile, non sarà per noi troppo sottile; le sue caustiche sferzate, le sue ambigue ironie, il suo giocare a nascondino dietro maschere e parabole, non saranno troppo raffinati, per dei palati grossolani come i nostri? E il suo sussurro, o addirittura il suo silenzio, non saranno troppo esigenti per degli uomini che, come noi, hanno ormai i timpani sfondati dalle grancasse della modernità trionfante?
Ebbene, ecco qualche consiglio da parte di un grande critico tedesco.
Scriveva Christoph Schrempf in Soeren Kierkegaard und sein neuester Beurteiler in der Theologischen Litteraturzeitung (Herr Wietzel in Dornreichenbach), Ein Pamphlet, Richter, Leipzig 1887, pp. 30-32 (traduzione di Alessandro Cortese in Questioni di storiografia filosofica, a cura di Vittorio Mathieu, Brescia, la Scuola Editrice, 1974, vol.. 3, pp. 658-659):
<<Chi vuole abbandonarsi alle proprie impressioni nella lettura di Kierkegaard può sperimentare la propria meraviglia. Perché entro la stessa opera Kierkegaard non esita a istigarvi il lettore attraverso le impressioni più opposte, non ha nessun ritegno d’entusiasmare dal punto di vista etico e di deridere causticamente la religiosità. Così attira e respinge, e in tal modo insegna a pensar da sé. (…) [Del resto] come si può meglio esercitare la prudenza verso le impressioni immediate che non con l’ingannare intenzionalmente grazie alle impressioni? «Chi è stato ingannato è più saggio di chi non lo è stato», dice il motto della seconda parte degli Stadien [Stadi]; con precisione forse ancora maggiore si può dire che chi non fu mai ingannato non diventerà mai saggio; ma forse, allora, può educar meglio all’autonomia chi sa ingannare nel modo migliore. E Kierkegaard lo sapeva. Ha ingannato persino [i critici] prudenti[…]; anche me, solo in modo un po’ diverso.
Credo dunque che Kierkegaard sia in misura eminente uno scrittore presso cui s’impari a leggere e a pensare…[del resto] rappresentare la concezione del mondo di Kierkegaard andrebbe oltre le mie forze, perché non ritengo d’averla compresa interamente, e ancor meno ho voglia di valutarla, perché ritengo ridicolo che colui che è più piccolo voglia valutare chi è superiore. Ciò che ho detto precedentemente a gloria di Kierkegaard potrei dirlo in quanto semplice lettore. La lode che gli ho elargito è essenzialmente indipendente dal fatto che questa particolare e supposta conoscenza della verità sia o no corretta; è pure indipendente dal fatto che io l’abbia compresa esattamente, nella sua interezza, o anche solo nell’essenziale. […]>>
[…] Kierkegaard, dunque, come maestro d’ironia, ma anche come grande educatore; e tanto più grande, quanto più si sarebbe schermito di fronte a una tale definizione. Eppure, come Socrate, quel che voleva era di tirar fuori dagli uomini la verità che giace in fondo a ciascuno di essi, come un tesoro dimenticato; e, come Socrate, non si stancava di pungolarli, provocarli, stupirli, irritarli, disorientarli, confonderli: ma allo scopo di far sì che trovassero, con le proprie forze, la strada giusta da seguire. Egli, dunque, era l’esatto contrario dell’imbonitore da fiera, che grida ai quattro venti: «Venite, ascoltate e credete a tutto quel che vi dirò; io possiedo la risposta giusta per ogni genere di domanda!». E quanti imbonitori da fiere, ahimé, affollano la storia della filosofia, specialmente ai nostri giorni! […]
[…] Ma Kierkegaard è fatto di un’altra pasta. Sa vedere ogni questione come un poliedro dalle infinite facce, e per ciascuna di esse ha un occhio attento e indagatore. Rifugge dalle semplificazioni, dagli schematismi, dalle visioni manichee: sa che la realtà è complessa e, pur detestando Hegel (ma dopo averlo studiato, compreso e assimilato!), ha un vivo senso della dialettica, per cui rifugge istintivamente dai quadri fissi, dalle messe a fuoco in una sola dimensione. Non bara mai al gioco, ignorando le possibili obiezioni; è il primo a contestare se stesso, a mettersi radicalmente in discussione; e non teme di apparire debole e confutabile[…]
[…] Scrive Vittorio Possenti nel suo bel libro, da noi già più volte citato, Terza navigazione. Nichilismo e metafisica (Roma, Armando Editore, 1998, pp. 154-155:
<<L’opera di Nietzsche conosce da decenni un favore immenso, e molti pensano che costituisca il punti più alto della tarda modernità. L’anti-Nietzsche sarebbe impossibile? Eppure è già accaduto da tempo, anzi accadde proprio quando Nietzsche muoveva i primi passi sulla strada del pensiero. L’anti-Nietzsche fu un cittadino del re cristianissimo di Danimarca, quel Vigilius Haufniensis, che si dette come compito di esistere come sentinella della modernità. Kierkegaard si misurò con la realtà, perciò la sua opera è feconda. Kierkegaard si tenne vicino all’esistenza, perciò egli è giovane. Non furono i suoi aforismi altrettanto profondi e fulminanti che quelli di Nietzsche? Ma non fu egli più dotato di Nietzsche, così riccamente dotato sul piano dialettico che mentre Nietzsche vede solo pochi lati, egli ne abbraccia molti? (Rivolgersi da una parte soltanto, semplificando, non è forse stare nel nichilismo?). Così dotato che, se avesse avuto notizia dell’altro, l’avrebbe assimilato, digerito, superato? Nel gioco dialettico delle parti e ponendosi varie maschere, Kierkegaard avrebbe anche potuto per un certo tempo indossare quella del nichilista. Il reciproco sarebbe stato possibile a Nietzsche? Ma Kierkegaard era cristiano, e questo basta a spiegare varie cose, compresa la confidenza un po’ superficiale con cui molti passano oltre di lui; compresa la classificazione heideggeriana, che lo incasella bellamente solo come scrittore religioso-edificante. Non pochi sembrano aver accettato senza beneficio di inventario il giudizio di Essere e tempo, e sono andati oltre, magari senza riflettere che pagine di tale opera non avrebbero potuto essere scritte senza lo stimolo del Danese. Il pensiero contemporaneo si è buttato dietro le spalle il "problema Kierkegaard", mentre si ingolfa nel "problema Nietzsche”[…]>>
[…]Tre, in particolare, ci sembrano i meriti del pensatore danese nei confronti della nostra crisi attuale e della possibilità di uscirne; possibilità, si badi, null’altro che possibilità, dato che la categoria fondamentale che deciderà la questione è e rimane quella della nostra libertà di scelta.
Il primo merito, è stato quello di ricordare ai suoi contemporanei (e ai posteri) che solo rientrando in se stesso, l’essere umano può ritrovarsi e sperare di salvarsi all’angoscia del nulla.
Il secondo, quello di ricordargli che solo rientrando in se stesso può trovare, al centro della propria interiorità, quel Dio che da sempre gli parla e da sempre gli viene incontro, ma inascoltato.
Il terzo, che non possiamo avere la pretesa di comprendere ogni cosa, di trovare una risposta ad ogni domanda, almeno nella nostra presente condizione; e che dobbiamo, pertanto, avere il coraggio di fare un salto nella fede, spogliandoci della nostra saccente presunzione razionalistica[…](da “Kierkegaard, maestro del ritorno in noi stessi, è la guida per uscire dalla palude” di Francesco Lamendola blog Unione Apostolica «Fides et Ratio»)
[…] Per Kierkegaard opposti irriducibili sono tre possibilitа esistenziali: vita estetica, vita etica e vita religiosa.Questi non non stadi di passaggio verso un’ulteriore sintesi, come diceva Hegel, bensì opposti completamente alternativi.I tre stadi si escludono a vicenda: per passare dall’uno all’altro è necessario un salto.
La vita estetica è principio del piacere. Si vive nel culto di sè e dell’attimo fuggente. La figura di riferimento è don Giovanni.
Ma si può anche ricevere la “grazia” di sperimentare noia e disperazione e quindi aprirsi alla vita etica.
La vita etica è l’idea del dovere e del sacrificio. La figura tipica è il marito e padre di famiglia, il quale si assume la responsabilitа della famiglia.
Si tratta però di una scelta insufficiente, perchè guidata dal desiderio di conformismo. Ma anche in questa vita ci sarebbe la possibilitа di cambiare e aprirsi alla vita religiosa.La vita religiosa è invece figura di Abramo, cui Dio ordina di sacrificare suo figlio Isacco.(da “11 novembre 1855, muore il filosofo Kierkegaard. Un giudizio cattolico sul suo pensiero” blog Il Cammino dei Tre Sentieri)<<[…] In un certo senso, Kierkegaard ha esaminato, e scartato, l'idea del ritorno dell'uguale, molto prima che Nietzsche la mettesse al centro della sua dottrina dell'Eterno ritorno; e l'ha scartata, sia per ragioni di ordine logico (sul piano del finito, nulla può tornare identico a se stesso), sia per ragioni di ordine etico (il ritorno dell'identico sarebbe qualche cosa di insignificante, nel senso etimologico di "privo di significato”).I due aspetti, quello logico e quello etico, trovano il loro punto d'incontro nelle riflessioni svolte da Kirkegaard sulla figura biblica di Giobbe.
Giobbe, infatti, come premio della propria fedeltà a Dio nel momento della prova più terribile, ritrova i beni perduti, ma non può ritrovare anche i figli che gli sono stati rapiti dalla morte. Anche Abramo, che stava per sacrificare il figlio Isacco, alla fine dell'episodio della prova cui è sottoposto, lo ritrova, ma non è lo stesso Isacco: fra il «prima» e il «poi», c'è di mezzo una eternità.
Così, nella prospettiva del cristianesimo, le cose non possono ritornare identiche a se stesse nel piano del finito, ossia nelle medesime condizioni spazio-temporali; possono, però ritornare sul piano dell'assoluto, mediante un movimento volontario, che è reso possibile, appunto, «in forza del religioso»: un balzo formidabile dal contingente all'eterno, che permette di scavalcare tutte le aporie della vita, a cominciare dallo scarto temporale tra presente e passato e tra presente e futuro.
Come ha efficacemente osservato Salvatore Spera (in: «Kierkegaard», Bari, Editori Laterza, 1983, 1986, p. 80):
«Sono i presupposti di una filosofia della storia dove il "momento" (passato-presente-futuro) dà un significato nuovo alla temporalità, tra realtà e possibilità, necessità e libertà».
[…] Ecco perché Kierkegaard sostiene che la ripresa è, nello stesso tempo, l'interesse ed il limite della metafisica, nonché il compito della libertà: infatti, mediante la ripresa, la libertà umana si pone davanti al compito di passare dal non essere all'Essere, dalla non verità alla Verità; ossia, in altri termini, di portarsi sul piano della trascendenza.
E qui si verifica il secondo «salto» dell'itinerario kierkegaardiano verso Dio; il primo era stato quello dalla sfera estetica a quella etica; ora si palesa quello tra quest'ultima e la sfera del religioso. È solo quest'ultima, infatti, che rende possibile la rinascita dell'uomo, giunto a confrontarsi con l'impossibilità di realizzare la ripresa sul piano del finito.[…](da “La ripresa non è il ritorno dell'uguale, ma il procedere ricordando in forza del religioso” di Francesco Lamendola blog Arianna Editrice)>>
Inconciliabilitа tra etica, istituzione e fede.
Per Kierkegaard il primato di Dio renderebbe inconciliabile etica e fede. Per scegliere la vita religiosa, non si dovrebbe pensare a nessun’altra cosa.Nell’autentica vita religiosa si dovrebbe sperimentare l’angoscia ed un profondissimo timore.Il salto nella fede è un’esperienza “scandalosa”: esige l’allontanamento da norme, dal conformismo e dalla stessa Chiesa.Come Abramo e come Cristo ucciso sulla croce, chi sceglie la fede deve essere pronto a porsi fuori dal mondo, a vivere nel timore e tremore di chi sceglie Dio. Qui è evidente l’impostazione tipicamente protestante.IL VERO SIGNIFICATO DELLA PROVA DI ABRAMO (da “11 novembre 1855, muore il filosofo Kierkegaard. Un giudizio cattolico sul suo pensiero” blog Il Cammino dei Tre Sentieri)
[…]«La malattia mortale» (pubblicata nel 1849, a firma di Anti-Climacus), ossia la disperazione, nasce dalla percezione di quel salto, di quella discontinuità, e rappresenta lo smarrimento dell'anima davanti all'incommensurabilità del compito che le viene richiesto; e solo abbandonandosi alla categoria del religioso (e, quindi, all'aiuto divino) può compiere l'ultima e decisivo salto verso la salvezza.
Solo chi riesce a compiere quel salto, riesce a realizzarsi realmente come uomo; perché l'uomo, in quanto tale, non è altro che una possibilità.
Kierkegaard lo dice nel modo più esplicito proprio nelle prime righe de «La malattia mortale» (titolo originale: «Sygdommen Til Döden»; traduzione di Meta Corssen, Milano, Edizioni di Comunità, 1965, 1981, p. 19)
«L'uomo è spirito. Ma che cos'è lo spirito? Lo spirito è l'io. Ma che cos'è l'io? È un rapporto che si mette in rapporto con se stesso oppure è, nel rapporto, il fatto che il rapporto si metta in rapporto con se stesso; l'io non è il rapporto, ma il fatto che il rapporto si mette in rapporto con se stesso. L'uomo è una sintesi dell'infinito e del finito, del temporale e dell'eterno, di possibilità e necessità, insomma, una sintesi. Una sintesi è un rapporto fra due elementi. Visto così l'uomo non è ancora un io.»(da “La ripresa non è il ritorno dell'uguale, ma il procedere ricordando in forza del religioso” di Francesco Lamendola blog Unione Apostolica «Fides et Ratio»)<<…Colui che con particolare finezza e acutezza psicologica ha esplorato questa dimensione della coscienza è stato Kierkegaard che in una sua opera “la malattia mortale” ha mostrato come l’uomo è un complesso di FINITO e INFINITO ed è in funzione di un rapporto la cui coscienza si delinea attraverso un rapporto dell’ IO con SE STESSO e dell’ IO direttamente con DIO cioè con l’assoluto che lo pone…ovvero NOI siamo NOI STESSI non semplicemente quando realizziamo il nostro IO FINITO “posto che ciò sia possibile” ma quando mettiamo il GIUSTO RAPPORTO tra il nostro IO FINITO e SE STESSO e l’IO FINITO con l’IO INFINITO…è DIO l’AUTORE del RAPPORTO dell’ IO con SE STESSO…
L’IO posto in maniera ERRONEA, ECCESSIVA, DISORDINATA “per eccesso o per difetto”
ESEMPIO: …l’IO del SOGNATORE è un IO che ASSOLUTIZZA una DIMENSIONE -quella della infinitezza- quindi infinitizza l’IO in maniera impropria…ma noi siamo corpo e anima…e non dobbiamo assolutizzare la dimensione dell’infinito perchè ciò non corrisponde alla concreta realtà della nostra natura…OGGI la tipologia del SOGNATORE è molto frequente e non corrisponde più alla tipologia del SOGNATORE ROMANTICO “esempio alcuni personaggi di inetti di fine ottocento/novecento, tipico esempio il protagonista delle “Notti bianche” di Dostoevskij”…
…IL SOGNATORE DI OGGi è un SOGNATORE PRAGMATICO vale a dire un INDIVIDUO CHE VUOLE TUTTO, che VORREBBE TUTTO, VORREBBE GUSTARE OGNI FRUTTO…e questo non è possibile e porta ad un risultato opposto ovvero l’ IMPOTENZA ed una INCONCLUDENZA della propria esperienza esistenziale…ma questo è quello che viene suggerito dalla CULTURA DELL’ EDONISMO “non lasciarsi mancare nessuna occasione…”
Un altro esempio del non essere rispettosi della natura del proprio IO è quello viceversa di ASSOLUTIZZARE la DIMENSIONE della FINITEZZA…
ESEMPIO: …se noi ASSOLUTIZZIAMO le piccole cose della vita quotidiana veniamo meno di vivere in pienezza… applichiamo un processo di immedesimazione nello slogan “Hic et nunc (qui e ora, adesso)”
…Oltre a queste possibilità di essere infedeli verso il dovere della coscienza del rapporto dell’ IO con SE STESSO c’è anche una maniera più grave “che in termini cristiani si chiama peccato, in termini psicologici disperazione” che consiste nel voler essere DISPERATAMENTE SE STESSI in un senso FINITO, pur ESSENDO CONSAPEVOLI che è DIO che pone il RAPPORTO dell’ IO con SE STESSO…è il rifiuto di DIO pur vedendo che tutto ha origine da lui e tutto tende a lui ritornare…è CONSAPEVOLE di aver posto il RAPPORTO dell’ IO con SE STESSO su un BINARIO MORTO SBAGLIATO ma rifiuta di MODIFICARE il proprio orientamento, si rifiuta di trarre le logiche conclusioni che la ragione gli suggerisce…è tipico della cultura contemporanea, dell’ arte contemporanea, di certa scienza contemporanea, del pensiero e filosofia contemporanea…si fa FINTA che l’uomo non debba fare i CONTI con LA CAUSA PRIMA(dio)…si fa FINTA di poter spiegare ogni cosa, oppure ci si accontenta di una spiegazione del REALE soltanto tenendo presenti LE CAUSE SECONDE…e si PRETENDE di ASSOLUTIZZARE ciò che ASSOLUTO NON E’ ovvero L’UOMO STESSO…si può uscire da questo BINARIO MORTO, da questo VICOLO CIECO e rimettersi sul BINARIO GIUSTO a condizione di ritrovare quello STATO DI UMILTA’ che pure avevano i GRANDI PENSATORI/SCIENZIATI/ARTISTI DEL PASSATO(Aristotele, san Tommaso d’ Aquino, Dante Alighieri…) (da "CHE SIGNIFICA ESSERE SE STESSI?" Con Francesco Lamendola e Francesco Ghislandi…)>>
Ma ecco come Kierkegaard si esprime circa il concetto filosofico della ripresa (che alcuni traducono, secondo noi poco felicemente, con il vocabolo «ripetizione», ne «La ripresa» (titolo originale: «Gjentagelsen», traduzione italiana di Angela Zucconi, Milano, Edizioni di Comunità, 1983, pp. 15-17 e 32-33):
«Come i greci insegnavano che conoscenza è reminiscenza, così la filosofia moderna insegnerà che tutta la vita è una ripresa. Leibniz è il solo filosofo moderno che ne abbia avuto il presentimento. Ripresa e reminiscenza rappresentano lo stesso movimento ma in direzione opposta, perché ciò che si ricorda è stato, ossia si riprende retrocedendo, mentre la vera ripresa è un ricordare procedendo. Perciò la ripresa, ammesso che sia possibile, rende l'uomo felice, mentre la reminiscenza lo rende infelice, a condizione però che l'uomo si dia tempo per vivere e non cominci appena nato a trovare un pretesto per riandarsene, magari con la scusa di aver dimenticato qualcosa.[…]»
[…] Da ciò deriva, inoltre, che l'essere umano, quando si rinchiude in un orizzonte disperatamente immanentistico, che non lo appaga e che lo induce a rivolgere contro se stesso quelle energie spirituali che gli sono state date per realizzarsi e per trascendersi - giacché l'uomo, paradossalmente, si realizza solo andando oltre se stesso - non di rado tenta di comprimere la ferita che incessantemente lo fa sanguinare, reagendo con un accresciuto e mal diretto desiderio di potenza, grazie al quale sentirsi grande ed eroico.
La volontà di potenza di Nietzsche è un tipico esempio di questo tipo di reazione patologica e distruttiva.
Al termine di queste riflessioni, possiamo dire che il nostro rapporto con il passato è decisivo per la realizzazione della nostra vita. Un rapporto basato esclusivamente sul rimpianto è tanto fallimentare quanto un rapporto basato sulla eterna speranza nel futuro; sono due modi diversi di fuggire davanti alla stessa responsabilità: quella del presente.
La nostra vita è qui e ora, ma non si esaurisce nel qui e nell'ora. Diciamo che il qui e l'ora sono una sorta di trampolino da cui l'io può lanciarsi, mediante un atto di libera volontà, verso la dimensione dell'assoluto: dimensione in cui egli ritroverà, intatte, tutte le cose che ha amato, e anche quelle alle quali ha saputo rinunciare, se le sue scelte sono state motivate non dalla smania di afferrare tutto quanto era a portata di mano, ma da una gerarchia di valori riflettente la sua stessa natura essenziale: sintesi, come diceva Kierkegaard, di infinito e di finito, di temporale e di eterno, di possibilità e di necessità.(da “La ripresa non è il ritorno dell'uguale, ma il procedere ricordando in forza del religioso” di Francesco Lamendola blog Unione Apostolica «Fides et Ratio»)