25 Giugno.
SAN GUGLIELMO.
Guglielmo vide la luce a Vercelli, in Piemonte, intorno al 1085.
"Piedi martoriati purché piedi costantemente in cammino", questo fu il suo motto sin da giovane, con destinazione a Santiago de Compostela e poi, un giorno, in Terra Santa.
Spesso a soli quattordici anni si può intraprendere una vita che si vuole, rinunciando a quella che si ha.
Guglielmo, di Vercelli, ancora adolescente fece proprio questo e, a 14 anni, fece una cosa simile a quella che Francesco, più di cento anni dopo, compirà ad Assisi. S
Egli si libera degli orpelli del suo casato, rinuncia al titolo nobiliare, indossa un saio grezzo e parte, “calzando solo i suoi piedi nudi”.
Se sei un uomo dell’anno Mille, Compostela è una tappa obbligata di ogni pellegrinaggio; in effetti, quando Guglielmo parte per il Santuario spagnolo, è il 1099 circa.
Saranno cinque anni di cammino, di pane e acqua, di cilicio e notti per terra, di colloquio intimo con Dio Padre e di ardente annuncio del Vangelo lungo la strada.
L’altra tappa, di qualsiasi pellegrino dell’epoca, è la Terra di Gesù.
Guglielmo, quindi, rientra in Italia con l’obiettivo di partire per Gerusalemme; ma l’uomo che pianifica non regge il confronto con il Dio delle sorprese, Che decide non secondo la nostra volontà.
Il giovane, infatti, scende lungo l’Italia alla ricerca di una nave, ma dalle parti di Brindisi un pugno di delinquenti lo aggredisce; ma sopra quel pellegrino scarno vi è poco da rubare e la delusione si trasforma in violenza.
Guglielmo è malmenato e costretto a interrompere il viaggio.
Mentre si riprende va incontro a Giovanni da Matera, anch’egli futuro Santo, che aveva incontrato in precedenza, il quale, con decisione, gli dice che dietro l’aggressione subìta potrebbe celarsi un Segno più grande, quello di dedicare la sua Missione di Apostolo delle genti proprio in Italia.
Guglielmo riflette e se ne convince; così riparte e, nel 1118, raggiunge l’Irpinia, ai piedi del Monte Partenio.
Egli lo risale, fino a fermarsi in una piccola conca; così “il pellegrino è diventato eremita”.
Tale eremita, però, non è fatto per la solitudine, poiché è quel tipo di solitudine a non esserlo per quell’eremita; infatti, di lì a poco, la sua fama di uomo di Dio “vola rapida, come il vento gelido, che spesso taglia i boschi del Partenio”.
Ecco, allora, che a decine e decine raggiungono Montevergine, dove si trova la “Celletta del Monaco Guglielmo”.
L’Eremita, però, diventa anche Abate.
Di sue Regole scritte ve ne sono poche, poiché sono dettate più a voce e, piuttosto, mostrate con l’esempio, quindi: “Penitenza rigorosa, Preghiera ed esercizio della Carità verso i poveri”.
Nasce così il germoglio della “Congregazione Verginiana”, che viene ufficialmente riconosciuta nel 1126.
I piedi dell’eremita, però, fremono e un giorno, affidata a un discepolo l’Abbazia, sorta nel frattempo, il pellegrino si rimette sulla strada.
Dall’Irpinia al Sannio, dalla Lucania alle Puglie, fino alla Sicilia.
Principi normanni e poveri in canna, chi lo incontra ne resta affascinato.
Le storie parlano di “segni miracolosi”; la storia più nota è quella del lupo, che sbrana l’asino usato da Guglielmo per il traino, ma che il Monaco “costringe” a trasformarsi in un “animale da soma”, perfettamente mansueto.
Intanto, l’Abbazia di Montevergine prospera sempre più, grazie anche alle donazioni continue e cospicue di benefattori.
Tra gli amici coronati di Guglielmo, ma soprattutto tra quelli sinceri, figura Ruggero II, un Re normanno.
È proprio da lui che il Pellegrino, diventato Eremita e Abate, si reca un’ultima volta in visita, quando cioè le forze stanno per abbandonarlo.
La morte coglie Guglielmo in uno di suoi Monasteri dell’Irpinia, a Goleto, nel 1142.
A 800 anni dalla sua morte, nel 1942, il Pontefice Pio XII lo proclama Patrono Primario dell’Irpinia.
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