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Vescovo Athanasius Schneider sull’abuso di potere del Cardinale Roche nella liturgia

Vescovo Athanasius Schneider sull’abuso di potere del Cardinale Roche nella liturgia
Il Vescovo Athanasius Schneider, nell’intervista con Diane Montagna, prende posizione in modo critico sul documento del Cardinale Roche riguardante la liturgia e difende la Messa tradizionale della Chiesa. Frasi chiave e intervista completa in traduzione italiana autorizzata.


«Nella storia della liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura.»
(Lettera di Benedetto XVI ai Vescovi, 7 luglio 2007)
«Il Novus Ordo del 1970 si presenta a qualsiasi osservatore onesto e obiettivo come una rottura con la tradizione millenaria del Rito romano.»
«L’Ordo Missae del 1970 rappresenta il prodotto di una sorta di rivoluzione liturgica, contraria alla vera intenzione dei Padri conciliari.»
«Il Novus Ordo non è fedele alla Costituzione sulla Sacra Liturgia, ma va sostanzialmente oltre i parametri che essa ha stabilito per la riforma del rito della Messa.»
«La vera Messa del Concilio Vaticano II è in realtà l’Ordo Missae del 1965, non quello del 1970.»
«L’uso continuato dei libri liturgici precedenti non fu una semplice concessione tollerata, ma espressione di una legittima pluriformità.»
«Il documento del Cardinale Roche trasmette l’impressione di un chiaro pregiudizio contro il Rito Romano tradizionale.»
«Il cardinale sembra determinato a negare al rito tradizionale un posto legittimo nella Chiesa odierna.»
«Il documento del Cardinale Roche ricorda la lotta disperata di una gerontocrazia che cerca di imporsi con argomenti manipolatori e, in ultima analisi, usando il potere e l’autorità come armi.»

Eccellenza, qual è la sua opinione generale sul documento sulla liturgia preparato dal Cardinale Roche per l'esame dei membri del Sacro Collegio durante il concistoro straordinario?
Per qualsiasi osservatore onesto e obiettivo, il documento del Cardinale Roche trasmette l'impressione di un chiaro pregiudizio contro il Rito Romano tradizionale e il suo uso attuale. Appare guidato da un programma volto a denigrare questa forma liturgica e, in ultima analisi, a eliminarla dalla vita ecclesiale. Il cardinale sembra determinato a negare al rito tradizionale un posto legittimo nella Chiesa odierna. Un impegno all'obiettività e all'imparzialità – caratterizzato dall'assenza di pregiudizi e da una genuina preoccupazione per la verità – è cospicuamente assente. Al contrario, il documento impiega ragionamenti manipolativi e persino distorce le prove storiche. Non riesce a incarnare il principio classico, “sine ira et studio”, ovvero un approccio "senza ira e parzialità".

Passiamo ad alcuni passaggi specifici del rapporto. Al n. 1, il Cardinale Roche afferma: "La storia della Liturgia, potremmo dire, è la storia della sua continua 'riforma' in un processo di sviluppo organico". Questo solleva una domanda fondamentale: riforma e sviluppo sono la stessa cosa? La riforma sembra suggerire un intervento deliberato e positivista, mentre lo sviluppo implica una crescita organica collaudata nel tempo. Storicamente, inoltre, è corretto affermare che la liturgia abbia richiesto una riforma continua, o è meglio intenderla come uno sviluppo organico, con solo occasionali interventi correttivi?
A questo proposito, l'affermazione di Papa Benedetto XVI rimane pertinente e inconfutabile: "Nella storia della liturgia c'è crescita e progresso, ma nessuna rottura" (Lettera ai Vescovi in ​​occasione della pubblicazione della Lettera Apostolica Summorum Pontificum, 7 luglio 2007). È un dato storico – attestato da autorevoli studiosi di liturgica – che dai tempi di Papa Gregorio VII nell'XI secolo, cioè per quasi un millennio, il Rito della Chiesa romana non abbia subito riforme significative. Il Novus Ordo del 1970, al contrario, si presenta a qualsiasi osservatore onesto e obiettivo come una rottura con la tradizione millenaria del Rito romano.
Questa valutazione è rafforzata dal giudizio dell'archimandrita Boniface Luykx, studioso di liturgia, perito del Concilio Vaticano II e membro della commissione liturgica Vaticana (il cosiddetto Consilium) guidata da Padre Annibale Bugnini. Luykx identificò i fondamenti teologici sbagliati alla base del lavoro di questa commissione, scrivendo: "Dietro queste esagerazioni rivoluzionarie si nascondevano tre principi tipicamente occidentali ma falsi: (1) il concetto (à la Bugnini) della superiorità e del valore normativo dell'uomo occidentale moderno e della sua cultura per tutte le altre culture; (2) l'inevitabile e tirannica legge del continuo cambiamento che alcuni teologi applicavano alla liturgia, alla dottrina della Chiesa, all'esegesi e alla teologia; e (3) il primato dell'orizzontale" (A Wider View of Vatican II, Angelico Press, 2025, p. 131).
La descrizione che il Cardinale Roche fa della bolla Quo primum di Papa Pio V al n. 2 è accurata? Papa San Pio V non permise forse che un rito fosse in uso da duecento anni continuasse a esistere? E anche altri riti, come quello ambrosiano o domenicano, non furono autorizzati a perdurare e prosperare?
Il Cardinale Roche fa un riferimento selettivo alla Quo primum, distorcendone così il significato e utilizzando il documento di Papa San Pio V a sostegno di un'interpretazione antitradizionale. Infatti, la Quo primum consente esplicitamente a tutte le varianti del Rito Romano in uso ininterrottamente da almeno duecento anni di continuare legittimamente. Unità non significa uniformità, come attesta la storia della Chiesa.
Dom Alcuin Reid, studioso di liturgia e esperto dello sviluppo organico della liturgia, descrive la situazione di questo periodo come segue:
“Non dovremmo cadere nell'errore revisionista di immaginare una completa 'imbiancatura romana' centralista della liturgia occidentale: la diversità continuò nell'abbraccio di questa unità. I ​​domenicani portarono con sé la propria liturgia. Anche altri ordini mantennero riti distintivi. Le chiese locali (Milano, Lione, Braga, Toledo ecc., così come i principali centri medievali inglesi: Salisbury, Hereford, York, Bangor e Lincoln), custodivano le proprie liturgie. Eppure ciascuna apparteneva alla famiglia liturgica romana” (The Organic Development of the Liturgy, Farnborough 2004, pp. 20-21).
Questa realtà storica conferma che Papa San Pio V ha effettivamente permesso che riti con una storia continua di almeno due secoli perdurassero, compresi usi consolidati come i riti ambrosiano e domenicano, che non solo furono preservati, ma continuarono a prosperare all'interno dell'unità della Chiesa romana.

Nel n. 4 del documento, il Cardinale Roche scrive: "Possiamo certamente affermare che la riforma della Liturgia voluta dal Concilio Vaticano II è... in piena sintonia con il vero significato della Tradizione". Qual è la sua opinione su questa affermazione, soprattutto alla luce dell'esperienza che la maggior parte dei cattolici ha della Nuova Messa nella propria chiesa parrocchiale?
Questa affermazione è solo parzialmente vera. L'intenzione dei Padri del Concilio Vaticano II era infatti una riforma in continuità con la tradizione della Chiesa, come risulta da questa importante formulazione della Costituzione sulla Sacra Liturgia: “Non si introducano innovazioni se non quando lo richieda una vera e accertata utilità della Chiesa, e con l'avvertenza che le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle già esistenti” (Sacrosanctum Concilium, n. 23).
Il cardinale Roche commette il tipico errore dell'ideologo, ovvero un ragionamento circolare (un errore logico in cui la conclusione di un'argomentazione è già assunta come vera nelle premesse, creando un circolo vizioso), il quale può essere riassunto come segue: (1) la riforma della Messa del 1970 è in piena sintonia con il vero significato della Tradizione; (2) l'intenzione dei Padri del Concilio Vaticano II era in piena sintonia con il vero significato della Tradizione; (3) quindi, la Messa del 1970 è in piena sintonia con il vero significato della Tradizione.
Tuttavia, disponiamo di valutazioni di eminenti testimoni direttamente coinvolti nei dibattiti liturgici del Concilio, i quali sostengono che l'Ordo Missae del 1970 rappresenti il ​​prodotto di una sorta di rivoluzione liturgica, contraria alla vera intenzione dei Padri conciliari.
Tra i più importanti di questi testimoni c'è Joseph Ratzinger. In una lettera del 1976 al professor Wolfgang Waldstein, scrisse con sorprendente chiarezza: "Il problema del nuovo Messale sta nel fatto che esso rompe con questa storia continua, che è progredita prima e dopo Pio V, e crea un libro completamente nuovo, la cui comparsa è accompagnata da una proibizione di ciò che è venuto prima, un tipo del tutto estraneo alla storia del diritto ecclesiastico e della liturgia. Dalla mia conoscenza del dibattito conciliare e dalla rilettura dei discorsi pronunciati dai Padri conciliari in quel periodo, posso dire con certezza che questa non era l'intenzione".
Un altro testimone di spicco è il già citato archimandrita Bonifacio Luykx. Nel suo recente libro "A Wider View of Vatican II. Memories and Analysis of a Council Consultor " (Una visione più ampia del Vaticano II. Ricordi e analisi di un perito conciliare), affermò candidamente: “C’era una perfetta continuità tra il periodo preconciliare e il Concilio stesso, ma dopo il Concilio questa continuità cruciale fu interrotta dalle commissioni postconciliari. … Il Novus Ordo non è fedele alla CSL [Costituzione della Sacra Liturgia] ma va sostanzialmente oltre i parametri che la CSL ha stabilito per la riforma del rito della Messa. … Il rullo compressore dell’orizzontalismo incentrato sull’uomo, in contrapposizione al verticalismo incentrato su Dio”. (pp. 80, 98, 104)

Cosa ne pensa dell'affermazione del Cardinale Roche al n. 9 secondo cui "il bene primario dell'unità della Chiesa non si ottiene “congelando la divisione, ma ritrovandoci nella condivisione di ciò che non può che essere condiviso"?
Per il Cardinale Roche, l'esistenza stessa del principio e della realtà del pluralismo liturgico nella vita della Chiesa equivale apparentemente a "congelare la divisione". Tale affermazione è manipolativa e disonesta, poiché contraddice non solo la pratica bimillenaria della Chiesa, che ha sempre considerato la diversità dei riti riconosciuti – o delle legittime varianti all'interno di un rito – non come fonte di divisione, ma come un arricchimento della vita ecclesiale.
Solo chierici dalla mentalità ristretta, plasmati da una mentalità clericalista, hanno mostrato – e continuano a mostrare anche ai nostri giorni – intolleranza verso la pacifica coesistenza di riti e pratiche liturgiche diversi. Tra i tanti esempi deplorevoli c'è la coercizione dei cristiani di san Tommaso in India durante il XVI secolo, che furono costretti ad abbandonare i propri riti e ad adottare la liturgia della Chiesa latina, basandosi sull'argomentazione che a una lex credendi deve corrispondere una sola lex orandi, cioè un'unica forma liturgica.
Un altro tragico esempio è la riforma liturgica della Chiesa ortodossa russa nel XVII secolo, che proibì la forma più antica del suo rito e impose l'uso esclusivo di una forma recentemente riveduta. Se le autorità ecclesiastiche avessero permesso la coesistenza del vecchio e del nuovo rito, non avrebbero certamente "congelato la divisione", ma avrebbero piuttosto evitato un doloroso scisma – lo scisma dei cosiddetti "Vecchi Ritualisti" o "Vecchi Credenti" – che perdura ancora oggi. Dopo un considerevole periodo di tempo, la gerarchia della Chiesa ortodossa russa riconobbe l'errore pastorale di un'uniformità liturgica forzata e ripristinò il libero uso della forma più antica del rito. Purtroppo, solo una minoranza dei "Vecchi Credenti" si riconciliò con la gerarchia, mentre la maggioranza rimase nello scisma, poiché i traumi erano troppo profondi e l'atmosfera di reciproca sfiducia e alienazione era durata troppo a lungo. In questo caso, l'intolleranza da parte della gerarchia verso l'uso legittimo del rito più antico congelò letteralmente la divisione: i Vecchi Ritualisti furono esiliati dallo Zar nella gelida Siberia.
L’attaccamento alla forma più antica del Rito romano non “congela la divisione”. Al contrario, rappresenta, nelle parole di San Giovanni Paolo II, “una giusta aspirazione di cui la Chiesa garantisce il rispetto” (Lettera apostolica Ecclesia Dei, 2 luglio 1988, n. 5 c). La pacifica coesistenza di entrambi gli usi del Rito romano, uguali in diritto e dignità, dimostrerebbe che la Chiesa ha preservato tolleranza e continuità nella sua vita liturgica, attuando così il consiglio del “padrone di casa”, lodato dal Signore, “che trae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche (nova et vetera)” (Mt 13,52). Al contrario, in questo suo documento il Cardinale Roche emerge come rappresentante di un clericalismo intollerante e rigido in ambito liturgico, che rifiuta la possibilità di un’autentica condivisione reciproca in presenza di diverse tradizioni liturgiche.

Al n. 10 del documento – che forse ha suscitato la maggiore costernazione – il cardinale Roche afferma: "L'uso dei libri liturgici che il Concilio ha cercato di riformare è stato, da San Giovanni Paolo II a Francesco, una concessione che non prevedeva in alcun modo la loro promozione". Come risponderebbe al cardinale su questo punto, in particolare alla luce della lettera apostolica Summorum Pontificum di Papa Benedetto XVI e della lettera di accompagnamento a questo motu proprio?
Risponderei con la seguente saggia osservazione dell'archimandrita Boniface Luykx: "Sostengo che la pluriformità – ovvero la coesistenza di diverse forme di celebrazione liturgica pur mantenendone il nucleo essenziale – potrebbe essere di grande aiuto per la Chiesa occidentale. ... Papa Giovanni Paolo II ha infatti adottato il principio della pluriformità quando ha ripristinato la Messa tridentina nel 1988" (p. 113).
Questa intuizione contraddice direttamente l'affermazione secondo cui l'uso continuato dei libri liturgici precedenti fosse semplicemente una concessione tollerata, priva di qualsiasi intenzione di incoraggiamento o promozione. Un importante insegnamento di San Giovanni Paolo II illumina ulteriormente questo punto. Egli afferma: " Nel Messale Romano, detto di San Pio V, come in diverse Liturgie orientali, vi sono bellissime preghiere con le quali il sacerdote esprime il più profondo senso di umiltà e di riverenza di fronte ai santi misteri: esse rivelano la sostanza stessa di qualsiasi Liturgia" (Messaggio ai partecipanti all'Assemblea Plenaria della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, 21 settembre 2001).
Nel loro insieme, queste autorevoli testimonianze dimostrano che il riconoscimento e il restauro dei libri liturgici più antichi non furono intesi semplicemente come concessioni riluttanti, ma come espressioni di una legittima pluriformità all’interno della vita liturgica della Chiesa, capace di arricchire la Chiesa occidentale preservando al contempo il nucleo essenziale del Rito romano.

È del tutto possibile che, se questo documento fosse stato preso in esame nel concistoro del 7-8 gennaio, i cardinali nel loro insieme non sarebbero stati in grado di comprenderlo adeguatamente, data la diffusa mancanza di formazione liturgica nella Chiesa odierna, anche tra il clero e la gerarchia. Quanti tra loro, ad esempio, avrebbero potuto confutare l'affermazione del cardinale riguardo alla Quo primum di Pio V? In un futuro concistoro, è perfettamente in potere di un Papa convocare un perito per presentare ai membri del Sacro Collegio un documento più accademico e fondato su un argomento che desidera poi considerare. Potrebbe essere questa una via da seguire nel concistoro straordinario previsto per la fine di giugno 2026?
Credo che oggi vi sia una diffusa ignoranza tra vescovi e cardinali riguardo alla storia della liturgia, alla natura dei dibattiti liturgici durante il Concilio e persino al testo stesso della Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II.
Due fatti molto importanti vengono spesso dimenticati.
La prima è che la vera riforma della Messa secondo il Concilio era già stata promulgata nel 1965, ovvero l'Ordo Missae del 1965, che la Santa Sede all'epoca descrisse esplicitamente come l'attuazione delle disposizioni della Costituzione sulla Sacra Liturgia. Questo Ordo Missae rappresentò una riforma molto cauta e mantenne tutti i dettagli essenziali della Messa tradizionale, con solo modifiche limitate. Tra queste, l'omissione del Salmo 42 all'inizio della Messa – una modifica non senza precedenti, poiché questo salmo era sempre stato omesso nella Messa di Requiem e durante il Tempo di Passione – e anche l'omissione del Vangelo di San Giovanni alla fine della Messa.
La vera innovazione consisteva nell'uso della lingua vernacola durante tutta la Messa, ad eccezione del Canone, che doveva ancora essere recitato in silenzio in latino. Gli stessi Padri Conciliari celebrarono questa Messa riformata durante la sessione finale del 1965 e ne espressero la generale soddisfazione. Anche l'arcivescovo Lefebvre celebrò questa forma di messa e ne ordinò l'uso nel suo seminario di Écône fino al 1975.
Il secondo fatto è il seguente. Al primo Sinodo dei Vescovi dopo il Concilio, tenutosi nel 1967, Padre Annibale Bugnini presentò ai Padri Sinodali il testo e la celebrazione di un Ordo Missae radicalmente riformato. Si trattava essenzialmente dello stesso Ordo Missae che fu poi promulgato da Papa Paolo VI nel 1969 e che oggi è la forma ordinaria della liturgia nella Chiesa cattolica romana.
Tuttavia, la maggioranza dei Padri Sinodali del 1967 – quasi tutti Padri del Concilio Vaticano II – respinse questo Ordo Missae, cioè il nostro attuale Novus Ordo. Di conseguenza, ciò che celebriamo oggi non è la Messa del Concilio Vaticano II, che è in realtà l'Ordo Missae del 1965, ma piuttosto la forma della Messa che fu respinta dai Padri Sinodali nel 1967 perché ritenuta troppo rivoluzionaria.

Quali alternative al documento del Cardinale Roche proporreste ai cardinali, se poteste offrire loro solo alcuni spunti?
Presenterei ai cardinali diversi punti fondamentali. In primo luogo, vorrei ricordare gli innegabili fatti storici riguardanti la vera Messa del Concilio Vaticano II, ovvero l'Ordo Missae del 1965, nonché il rifiuto di fondo da parte dei Padri Sinodali nel 1967 del Novus Ordo presentato loro da Padre Bugnini.
In secondo luogo, vorrei richiamare l'attenzione sui principi sempre validi che regolano il culto divino formulati dallo stesso Concilio Vaticano II: il carattere teocentrico, verticale, sacro, celeste e contemplativo dell'autentica liturgia. Come insegna il Concilio: “Ciò che in essa è umano sia ordinato e subordinato al divino, il visibile all'invisibile, l'azione alla contemplazione, la realtà presente alla città futura, verso la quale siamo incamminati. .. Nella liturgia terrena noi partecipiamo per anticipazione alla liturgia celeste” (nn. 2; 8).
In terzo luogo, vorrei sottolineare il principio secondo cui la diversità liturgica non nuoce all'unità della fede. Come hanno sottolineato i Padri conciliari: “La santa madre Chiesa considera come uguali in diritto e in dignità tutti i riti legittimamente riconosciuti; vuole che in avvenire essi siano conservati e in ogni modo incrementati” (n. 4).
Infine, vorrei fare appello alla coscienza dei Cardinali affermando che il Papa ha oggi un'opportunità unica per ripristinare la giustizia e la pace liturgica nella vita della Chiesa, concedendo alla forma più antica del Rito Romano la stessa dignità e gli stessi diritti della forma liturgica ordinaria, nota come Novus Ordo.
Un tale passo potrebbe essere realizzato attraverso una generosa ordinanza pastorale ex integro. Essa porrebbe fine alle controversie derivanti da interpretazioni casistiche riguardanti l'uso dell'antica forma liturgica. Porrebbe anche fine all'ingiustizia di trattare così tanti figli e figlie esemplari della Chiesa – soprattutto così tanti giovani e giovani famiglie – come cattolici di seconda classe.
Una simile misura pastorale costruirebbe ponti e dimostrerebbe empatia con le generazioni passate e con un gruppo che, pur essendo minoritario, rimane trascurato e discriminato nella Chiesa di oggi, in un'epoca in cui si parla tanto di inclusione, tolleranza per la diversità e ascolto sinodale delle esperienze dei fedeli.

Eccellenza, c'è qualcosa che desidera aggiungere?
Non potrei fare un'affermazione migliore sull'attuale crisi liturgica che citare le seguenti luminose parole dell'archimandrita Bonifacio Luykx, un serio studioso di liturgia, uno zelante missionario in Africa e un uomo di Dio che ha celebrato sia la liturgia latina che quella bizantina, respirando così, per così dire, con i due polmoni della Chiesa:
“Anche il cardinale Ratzinger ha dato il suo sostegno, dichiarando che la Messa antica è una parte viva e, di fatto ’integrale del culto e della tradizione cattolica, e prevedendo che essa darà il suo contributo caratteristico al rinnovamento liturgico richiesto dal Concilio Vaticano II’" (p. 115).
"Quando la riverenza viene meno, ogni culto diventa solo intrattenimento orizzontale, una festa sociale. Anche in questo caso, i poveri, i piccoli, sono vittime, poiché l'evidente realtà della vita che sgorga da Dio nel culto viene loro sottratta da "esperti” e dissidenti" (p. 120).
"Nessun gerarca, dal semplice vescovo al papa, può inventare alcunché. Ogni gerarca è successore degli apostoli, il che significa che è prima di tutto custode e servitore della Santa Tradizione – garante della continuità nell'insegnamento, nel culto, nei sacramenti e nella preghiera" (p. 188).
Il documento del Cardinale Roche ricorda la lotta disperata di una gerontocrazia che si confronta con critiche serie e sempre più forti, provenienti principalmente da una generazione più giovane, la cui voce questa gerontocrazia cerca di soffocare con argomenti manipolatori e, in ultima analisi, usando il potere e l'autorità come armi.
Eppure la freschezza e la bellezza intramontabile della liturgia, insieme alla fede dei santi e dei nostri antenati, prevarranno comunque. Il sensus fidei percepisce istintivamente questa realtà, soprattutto tra i "piccoli" nella Chiesa: bambini innocenti, giovani eroici e giovani famiglie.
Per questo motivo, consiglierei vivamente al Cardinale Roche e a molti altri membri più anziani del clero e un po' rigidi di riconoscere i segni dei tempi o, per dirla in senso figurato, di salire sul carro dei vincitori per non rimanere indietro. Essi sono infatti chiamati a riconoscere i segni dei tempi che Dio stesso dona attraverso i “piccoli” della Chiesa, che hanno fame del pane puro della dottrina cattolica e della bellezza perenne della liturgia tradizionale.
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Non è abuso, quel potere purtroppo gli è stato dato e rinnovato, ed egli lo esercita come meglio (cioè peggio) ritiene.
Egli non ne abusa, egli lo usa. Purtroppo.

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